Cultura, questa sconosciuta

Categoria: Cultura

E’ il nostro principale biglietto da visita all’estero. Ma anche la prima a “pagare” nei momenti di crisi. La Cultura è un po’ come l’Universo: tutti sanno che esiste, ma delimitarne i confini è pressoché impossibile. E questo lascia ampi margini di discrezionalità quando si tratta del suo utilizzo. Cultura è tutto e niente, è soprattutto passato ma anche progettualità del futuro. Quindi “cultura” è un termine intorno al quale dobbiamo metterci d’accordo prima di utilizzarlo, altrimenti rischiamo di non capirci.  E dal momento che una società in crisi – come la nostra nel presente – fa spesso riferimento alla Cultura nel bene e nel male, meglio se ci chiariamo subito. Diciamo subito che la definizione di Cultura dipende anche dall’uso che se ne fa: può essere oggettivo – e allora c’è speranza che in qualche modo venga rispettata il significato etimologico della parola – oppure può diventare soggettivo. E in quel caso l’uso strumentale che se ne può fare può diventare fuorviante, può indicare strati d’ignoranza oppure obiettivi privati da raggiungere. Vediamo alcuni esempi: lo studio e la diffusione (a livello sia scientifico, sia divulgativo) della Storia e delle storie, in quanto accrescimento della conoscenza del pensierio e delle azioni umane, non possono non essere Cultura. Prendendo a prestito le definizioni del Ministero che riguardano, appunto, il tema, il patrimonio culturale (quindi storico artistico, architettonico, librario, archivistico, immateriale) e ambientale, non possono non essere considerati cultura. Ed è lecito che lo Stato – che si è dato una legge principale per regolare le relazioni tra i cittadini – tuteli (ma anche conservi e valorizzi) tutto il patrimonio culturale e ambientale. Queste ultime azioni costano risorse umane ed economiche ma sono essenziali per poter tramandare il patrimonio ai nostri figli e ai nostri nipoti. C’è una parte del patrimonio che, per rarità o per sua intrinseca natura, può generare reddito. E’ il patrimonio delle opere musealizzate, sia esse pittoriche, lapidee, d’arte orafa, decorative o d’uso scoentifico. Sono per lo più pezzi unici, conosciuti e ammirati per la loro bellezza, concetto assai relativo e legato a molti fattori sia personali sia frutto di condizionamenti esterni. Il reddito generato da questa parte del patrimonio può – anzi, deve – essere utilizzato per conservare, tutelare e valorizzare anche quella parte del patrimonio culturale e ambientale che non genera reddito: basta pensare ad archivi e biblioteche che hanno diritto di esistere – in quanto fonti primarie del sapere – ma nessuno paga un biglietto d’ingresso per consultare un antico manoscritto o un papiro egizio. Se in qualche modo interrompiamo questo circuito circuito virtuoso, con delle “perturbazioni” culturali, il sistema va in crisi e i correttivi che possono essere adottati sono talvolta peggio del male stesso. I musei, soprattutto quelli statali, sono luoghi dove la Cultura è bene amministrata, dove il circuito virtuoso genera ricadute preziose su quella parte del patrimonio che non genere reddito. Lo stesso non si può dire di archivi e biblioteche – sempre statali – che soffrono patologie ormai croniche: carenza di personale, risorse irrisorie, restauri a rilento, formazione scarsa, dirigenti a mezzo servizio, rapporti difficili con l’utenza. Insomma il rapporto tra musei (redditizi) e biblioteche e archivi (non produttivi) è all’insegna del corto circuito. E l’utenza ne paga le conseguenze con la Cultura che smette di avere quella funzione di arricchimento del sapere generale. La colpa? Forse sarebbe più corretto parlare di “colpe”. Una città coome Firenze, che è sede di una delle due biblioteche nazionali d’Italia, non può avere 4 biblioteche statali e altrettanti direttori. Una “cabina di regia” unica in questo case sarebbe auspicabile. C’è poi il versante ministeriale del problema. Anche gli spettacoli dal vivo afferiscono al Mibac e, come più volte ho avuto modo di scrivere, se analizziamo – e non è difficile – la ripartizione delle risorse del Fondo Unico dello Spettacolo pergli spettacoli dal vivo, vediamo che i 14 enti lirici italiani ne assorbono (per motivi solo di scelta politica, non strategica né redditizia) il 60%, pur rappresentando solo il 6% delle preferenze del pubblico che permettopno di incassare meno del 2% del totale. Queste risorse così malgestite generano sicuramente una serie di problematiche legate alla scarsità dei fondi. Il concetto è quello del tumore che, oltre a danneggiare l’organo dove si manifesta, assorbe risorse energetiche da tutto il resto del corpo. E questa non è Cultura, ma politica. Anzi, cattiva politica.
Riportando il problema della Cultura a livello locale, riemerge di tanto in tanto la contrapposizione tra classico e contemporaneo, con tentativi più o meno ciclici di ridare fiato alle trombe di coloro che considerano Firenze, senza manifestazioni di arte contemporanea, una città zoppa, monca, carente, in crisi d’identità. Io credo sia vero il contrario, e i dati numerici – gli unici che hanno dignità di essere presi in considerazione quando in ballo ci sono montagne di denaro pubblico – lo dimostrano. Laddove si tenta di organizzare appuntamenti legati in qualche modo all’arte contemporanea, la caduta d’interesse (e del numero dei visitatori) è verticale. Con grave danno per tutta la Cultura, anche di quella parte che vive proprio grazie alle ricadute positive provocate dall’interesse del pubblico. Ma sul banco degli imputati non c’è solo l’arte contemporanea, ma anche lo scarso coraggio – per esempio – che dimostra una fondazione come quella di Palazzo Strozzi, da anni capace di organizzare eventi espositivi di scarso interesse. Lo dicono i numeri, s’intende e se solo proviamo a fare un confronto col “padre” di tutti i musei statali italiani (gli Uffizi), vengono i brividi: anche per mostre come quella dedicata lo scorso anno a Bronzino, i visitatori giornalieri sino stati pari a quelli di due ore degli Uffizi. Insomma, lo Stato c’ha perso, e se consideriamo che una buona fetta dei soldi che tiene in piedi la Fondazione Palazzo Strozzi è di matrice pubblica, significa che lo Stato c’ha perso due volte.
In definitiva fare Cultura, all’inizio del Terzo millennio, significa saper bilanciare il saper-fare e il saper-essere di coloro che operano nell’ambito della materia, ma senza essere per forza un “peso” per i cittadini. Non è possibile, infatti, che in città esistano fondazioni e società che elargiscono montagne di denaro a fondazioni ed enti che li sperperano, non li mettano a frutto per la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio, ma solo per soddisfare le esigenze politiche di potentati di varia natura; in città ci sono archivi e biblioteche (vere e proprie memorie e fonti del sapere) che  funzionano a scartamento ridotto mentre fiumi di denaro vengono spesi per tenere in piedi pachidermiche organizzazioni viste solo come bacini di voti politici. Questo accade perché, innanzi tutto, la classe dirigente fiorentina ha perso contatti con la Cultura e non è più in grado distinguere tra ciò che va tutelato e ciò che può diventare utile strumento per gli interessi propri e del proprio gruppo di potere.



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