Maggio Musicale: commissariamento ineludibile

Categoria: Maggio Musicale Fiorentino

Tante volte si dà colpa ai giornali perché, si dice, “forzano” i titoli. Ma oggi sulla stampa locale fiorentina scrivere di “Maggio Musicale nella bufera” non è esagerare. Anzi. E si badi bene che la quiete dopo la tempesta, per il Maggio, non arriverà. E così mentre il Maggio (Fondazione) affoga nei debiti e i cervelloni di Palazzo Vecchio si devono inventare un provvedimento basato sull’alchimia giuridica per patrimonializzare la parte (funzionante?) del nuovo, inutile, costoso e orribile Teatro del Maggio, Renzi non sembra accorgersi che invece di un nuovo teatro, il “suo” Maggio necessità di un’enorme scialuppa di salvataggio perché la Fondazione fa acqua da tutte le parti. Problemi di tagli al personale, scelte artistiche incuranti delle necessità, costosissime scenografie, il direttore artistico che se ne va sbattendo la porta e una sovrintendente che invece è abbarbicata alla poltrona, e adesso anche una parte della maggioranza di Palazzo Vecchio che si rivolta contro Renzi e pretende le dimissioni della sovrintendente. Solo il sindaco non capisce che la situazione non è drammatica, ma disperata. E non totalmente per colpa sua, questo sì, è vero.  Ma facciamo un po’ di ordine. I problemi del Maggio sono di diversa natura: locale e nazionale. Vediamo i primi:

1) la Fondazione del Maggio dal 1999 a oggi non ha mai avuto il bilancio in pareggio o in attivo. Sempre in rosso. Con l’unica eccezione del 2005 quando intervenne il commissario Salvatore Nastasi che, venduta la Longinotti, ricavò otto milioni di euro, pagò i sei di debito e ne lasciò due come base di partenza per l’anno successivo, quando il bilancio tornò in rosso. In definitiva, dal 1999 al 2011 il Maggio ha «collezionato» oltre 51 milioni di euro di debiti, mentre lo Stato, nello stesso periodo, al Maggio ne ha erogati quasi 300. Ma non basta: a questi vanno aggiunti gli oltre 40 milioni elargiti dai soci privati, gli oltre 33 del Comune, i circa 23 della Regione e i 5,6 della Provincia. Totale: oltre 400 milioni di euro.

2) Il nuovo teatro del Maggio alla fine costerà circa 250 milioni di euro (ne mancano almeno 100 all’appello) per costruire un edificio che, secondo il capitolato per il concorso del 2007, costava 83 milioni di euro, saliti poi a 250 per via di tutte le integrazioni necessarie; non solo: il nuovo teatro prevede tre spazi (una sala grande da 1800 posti, un piccola da mille e la cavea da 2500) non cumulabili. Salta all’occhio subito il fatto che, rispetto all’attuale Teatro Comunale di Corso Italia, (che ha una capienza di 2mila spettatori) nel nuovo teatro si son persi 200 posti. E spesi 250 milioni di euro. Roba da pazzi! E per non parlare delle spese di gestione dell’immenso baraccone, improponibili senza l’intervento di sponsor.

3) Il nuovo teatro del Maggio, progettato evidentemente un po’ troppo in fretta, manca perfino di un magazzino scenografie e costumi adeguato alle esigenze. Tant’è che da 4 anni i materiali del Maggio hanno invaso i piani terra di quasi tutti gli edifici dell’ex-Manifattura Tabacchi di piazza Puccini, dove si trovano anche circa 75 container del Teatro Regio di Torino. Questo “parcheggio” doveva durare un anno, ma poi così  non è stato e da tre anni la società proprietaria degli spazi – la MT Spa – ha una causa legale col Maggio per riavere i propri spazi.

4) La patrimonializzazione di un bene non completamente funzionante, costruito su un terreno non di proprietà comunale, sembra essere ai limiti della legalità. Non a caso uno dei membri del cda del Maggio, Primicerio, proprio un anno fa mi disse in un’intervista che secondo lui non era possibile questa operazione e che comunque doveva decidere il Ministero.

E qui si entra nell’altro versante, quelle delle cause nazionali dei mali del Maggio.

1) La Fondazione Maggio Musicale Fiorentino doveva essere commissariata sin dal 2011. Lo dicono i numeri che, se confrontati alle leggi vigenti, non lasciano scampo.Le Disposizioni per la trasformazione degli enti che operano nel settore musicale in fondazioni di diritto privato (decreto Legislativo 29 giugno 1996, n. 367) all’articolo 21 indicavano che «L’autorità di Governo competente in materia di spettacolo, anche su proposta del Ministro del Tesoro, può disporre lo scioglimento del consiglio di amministrazione della fondazione quando il conto economico chiude con una perdita superiore al 30 per cento del patrimonio per due esercizi consecutivi». Le successive modifiche hanno previsto che la suddetta autorità «dispone (cioè non si tratta più di una scelta ma di un dovere, ndr) in ogni caso lo scioglimento del consiglio di amministrazione della fondazione quando i conti economici di due esercizi consecutivi chiudono con una perdita del periodo complessivamente superiore al 30 per cento del patrimonio…». Rapportando questa norma alla situazione della Fondazione Maggio Musicale Fiorentino appare chiaro che i responsabili del Ministero per i beni culturali non avevano scelta: dovevano commissariare il Maggio. Infatti se noi sommiamo il deficit del bilancio consuntivo 2010 (8,3 milioni di euro) a quello dell’anno precedente (2,3 milioni di euro) raggiungiamo la somma di 10,6 milioni di euro. Secondo la suddetta norma vigente, questa somma non deve superare il 30% del patrimonio disponibile della Fondazione, pena lo scioglimento del consiglio di amministrazione e il commissariamento. Ma a quanto ammonta il patrimonio disponibile della Fondazione presieduta da Matteo Renzi? Secondo quanto reso noto dalla stessa direzione del Maggio, il patrimonio netto è di 17 milioni di euro. A questo punto non occorre essere dei grandi geni in matematica per comprendere che 10,6 milioni sono un po’ più del 30% di 17 milioni. Per la precisione, rappresentano il 62,4%, ovvero più del doppio della quota, superata la quale, dovrebbe scattare il commissariamento.

2) La lirica soffre e, nei confronti degli altri settori dello spettacolo afferenti al Mibac, rappresenta un tumore. Dallo Stato – che ogni anno finanzia gli spettacoli dal vivo attraverso il Fus (Fondo unico dello Spettacolo) – la lirica “succhia” risorse oltre ogni limite (dettato dal buonsenso), ma restituisce poco o niente. Insomma, soldi spesi male, buttati, tolti al resto del mondo dello spettacolo italiano che, al contrario, si dimostra assai più produttivo rispetto alle risorse che riceve. E non si tratta di opinioni ma di numeri, cifre impietose che gettano nuovamente luce su una situazione giunta ormai a un livello di assoluta insostenibilità. Secondo il report del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, denominato Minicifre della Cultura 2011, nel 2010 si sono tenuti 179.196 spettacoli dal vivo, che hanno generato 34.066.705 ingressi a pagamento. Sempre nel 2010 gli spettacoli di lirica sono stati 3102, per un totale di 2.063.736 biglietti staccati. Nel caso del numero degli spettacoli, quelli di lirica, rispetto al totale, rappresentano l’1,73%; a livello di biglietti staccati non si va oltre il 6,06% del totale. Cifre minime, perfino risibili se confrontate agli altri settori dello spettacolo. Infatti a fare la parte del leone, a livello di biglietti staccati, c’è il teatro (14.604.764), seguito dai concerti di musica leggera (7.285.525 biglietti staccati) e dai concerti classici (3.308.821). L’aiuto statale, tuttavia, non segue un criterio comprensibile, ma obbedisce a logiche che non hanno niente a che vedere col buonsenso e con la corretta gestione del denaro pubblico. Infatti il Fus, che nel 2010 ammontava a 334.278.000 di euro, per il 59,26% (pari a 198.078.000 di euro) è andato alle (sole) 14 fondazioni liriche italiane. Queste però sono le stesse che staccano il 6,06% dei biglietti degli spettacoli dal vivo. Chiunque si accorgerebbe della sperequazione e si chiederebbe perché lo Stato – cioè noi – dobbiamo finanziare con i nostri soldi una forma di spettacolo che piace così poco ed è così costosa.
Senza contare il prezzo del biglietto dei differenti tipi di spettacolo: il prezzo medio di un biglietto per uno spettacolo di lirica in Italia nel 2010 è costato 45,66 euro, mentre quello di musica leggera è costato 26,88 euro; allo stesso tempo uno spettacolo di lirica ha generato mediamente un incasso al botteghino di 30.378 euro, mentre un concerto di musica leggera ha portato 9559 euro per sera: peccato che gli spettacoli di lirica siano stati solo il 15,14% di quelli di musica leggera. Stando così le cose, è evidente che la lirica è sempre più un settore di nicchia, per pochi interessati e che se lo possono permettere. Ma allora, perché lo Stato – con quasi 2 euro su 3 stanziati destinati alla lirica – sceglie di destinare le risorse pubbliche solo a questa forma di spettacolo?

A conti fatti, quindi, il Maggio non solo è nella bufera ma, salvo interventi divini, difficilmente si salverà nella forma attuale. E con esso tutto il comparto della lirica, che oggi rappresenta un’eccellenza nazionale, soprattutto nel far debiti. E in tempi di spending review questo non è più ammissibile.



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