Un’emozione quotidiana

Categoria: Storia

In occasione del quarantennale della scoperta dei Bronzi di Riace, ripubblico un articolo già apparso qualche tempo fa su Nuova Comunità, foglio culturale calabrese diretto da Carolina Citrigno.

Fu un regalo. E quasi non me ne resi conto. Avevo praticamente sepolto il ricordo di un’emozione prolungata nel tempo. Mesi e mesi di ammirazione e “inchini” davanti a due assoluti capolavori dell’arte ellenistica. Non avevo niente in comune con quel genere di espressione, tanto ero concentrato praticamente solo sulla musica. Eppure quei due colossi, alti, imponenti, inquietanti, mi attraevano tantissimo. E io, più o meno puntualmente, cedevo alle loro silenziose lusinghe.
Era il 1972 quando, nel giorno in cui a Siena si corre il secondo palio dell’anno e Madonna compie gli anni, un giovane sub romano segnalò la presenza di un “braccio nero” che spuntava dalla sabbia a 300 metridalla riva di Riace (RC) e a pochi metri di profondità. Ci volle poco per riportare alla luce due sculture bronzee presumibilmente del V secolo a. C., cui sarebbe stato imposto il genericissimo nome di Bronzi di Riace.
A prendersi cura delle due sculture, furono i tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, specializzato in restauri “ai confini della realtà”. Chi ebbe la fortuna di “incontrarli” mentre erano sottoposti a trattamenti particolari, parla delle figure immerse in vasche enormi, dov’era contenuto un liquido blu, che pian piano aiutava a rimuovere le secolari incrostazioni che avevano invaso tutta la superficie delle sculture. Ma il senso di condivisione delle pene che stavano patendo qui due capolavori inaspettati – mentre giacevano in quel piccolo mare chimico color cobalto – prima di tornare ad essere ammirabili, emergeva dall’inconscio di ognuno che vi si trovava al cospetto. Era un moto mentale involontario.
La “cura” durò alcuni anni e alla fine il risultato fu straordinario. Il cosiddetto “antico splendore”, cui le opere tornerebbero dopo un restauro, è un’invenzione giornalistica per colpire l’immaginario collettivo… è una forzatura dell’anima. Generalmente un restauro, oltre a essere un’ottima occasione di studio, è comunque un atto che “toglie” qualcosa e “aggiunge” qualcosa all’originale stato di un’opera: la bravura del restauratore sta, appunto, nel trovare il giusto equilibrio tra queste due azioni uguali e contrarie.
Nel caso dei Bronzi di Riace, considerato il successo che riscuotono da oltre 30 anni, l’equilibrio fu trovato e ancora dobbiamo ribadire il nostro grazie ai tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per aver portato a termine una mission che più impossible non c’era. Il restauro dei Bronzi si svolse tra l’inizio del 1975 e il dicembre del 1980 ma, prima di partire alla volta del Museo Archeologico di Reggio Calabria, per sei mesi i capolavori furono collocati in mostra nel percorso museale dell’Archeologico di Firenze.
In quel periodo frequentavo il quarto anno di Scienze Politiche, la sede della cui facoltà era in via Laura. Proprio all’inizio di questa stretta strada, si trovavano anche le uscite di sicurezza del Museo Archeologico di Firenze dove, per i primi sei mesi del 1981, i Bronzi di Riace fecero bella mostra di sé. L’ingresso era gratuito e il successo dell’iniziativa fu storico.
Invece di percorrere le vie consuete per arrivare in facoltà – piazza Santissima Annunziata, un breve tratto di via Capponi e poi prima strada a destra, cioè via Laura – ogni mattina (per tre volte a settimana) da gennaio a giugno, attraversai il Museo Archeologico di Firenze entrando dalla suddetta piazza e uscendo praticamente davanti ai portoni d’ingresso di Scienze Politiche. Transitavo da lì abbastanza presto – perché le lezioni iniziavano alle 9 – e a quell’ora non c’erano le lunghe code che in giornata si sarebbero formate. Ogni mattina più che con l’arte – o l’archeologia – era un appuntamento con la Storia, un “dialogo” tra quei due grandi guerrieri venuti dal mare per farsi ammirare e me, che stavo imparando ad amare la Storia.
Non c’era alcun obbligo: potevo scegliere se fare la strada normale o “tagliare” per il museo e vivere un’emozione. Era facile come prendere un caffè. Tante, tantissime volte – durante quei sei mesi irripetibili – scelsi la seconda opportunità, scoprendo ogni giorno dei particolari nuovi, riuscendo perfino a sentirli “amici” quei due giganti splendenti e incredibilmente attraenti.
Stavano in piedi, ognuno sulla sua base, quasi si guardavano, coi loro corpi perfetti e gli sguardi minacciosi; ce n’era uno che mostrava i denti quasi a interrompere il tripudio carnoso delle labbra; spesso mi divertivo a inventarmi punti di vista diversi per cogliere scorci inaspettati. Ora ne guardavo uno da vicino, ora entrambi da dietro, ora solo uno di lato, ora entrambi dalla parte opposta della sala. Era come un gioco di immagini, che mi rimanevano in mente e, giorno dopo giorno, si sedimentavano cementandosi col piacere di rimanere per qualche minuto solo davanti a loro.
Oggi, a 40 anni dalla scoperta dei Bronzi di Riace e a 32 da quell’esposizione, quasi quasi provo nostalgia di quelle mattine con momenti così intimi: l’emozionante incontro quotidiano con la Bellezza e la Storia – senza alcuna mediazione, per lo più nel silenzio di una spoglia sala museale – era il modo giusto per iniziare la giornata. Oggi ne ho consapevolezza.

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