L’eredità di fango

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Cosa rimane da restaurare a Firenze 40 anni dopo l’alluvione
Prefazione di Cristina Acidini
Società Toscana di Edizioni, Firenze 2006, 112 pagine

Quaranta anni dopo l’alluvione, il fango sul patrimonio culturale di Firenze c’è ancora, quindi non si comprende bene cosa ci sia da celebrare.
Sarebbe troppo facile lanciarsi in polemiche feroci, ma inconcludenti, accusando alla cieca che un altro anno è trascorso senza che si siano fatti decisivi passi in avanti. Tra l’altro non sarebbe vero fino in fondo, perché negli ultimi tre anni, nonostante i tagli agli stanziamenti delle risorse, alcuni risultati sono stati raggiunti. E poi, inevitabilmente, il patrimonio che attende ancora di essere restaurato assorbe una cifra che si assottiglia di anno in anno.
Allora, mi sono chiesto in che modo posso “ricordare” i 40 anni dall’alluvione (che ho vissuto) stando alla larga dalla retorica e dalla polemica sterile?
La risposta l’ho trovata ancora una volta nel mio lavoro di giornalista appassionato di cultura. Così, prendendo spunto dall’inchiesta svolta tre anni fa e pubblicata il primo novembre 2003 sulle pagine de il Giornale della Toscana, ho nuovamente fatto visita a responsabili degli enti e degli istituti detentori di porzioni del patrimonio culturale cittadino ancora alluvionate.
É stato un viaggio impegnativo, ma non più sorprendente, accompagnato costantemente dalla sensazione che il materiale alluvionato che stavo vedendo e toccando, fosse solo una parte di quello che in realtà esiste.
A ciascuno dei responsabili dei luoghi visitati ho rivolto sempre la stessa domanda: che cosa rimane da restaurare quaranta anni dopo l’alluvione? Ho ascoltato i loro racconti e verificato perplessità e amarezze; è stato difficile (se non impossibile) reperire con esattezza tutti i dati numerici, ma alla fine, pian piano è emersa la realtà. Dettagliata e preoccupante.
A quaranta anni dall’alluvione l’emergenza non è finita, perché la fetta di patrimonio culturale sottratto alla pubblica fruizione è ancora consistente, perché la rassegnazione ha smorzato gli entusiasmi, la reale situazione talvolta sfugge al controllo e si fatica a non pensare che in tutti questi anni l’alluvione non sia diventata pian piano un grande alibi per giustificare ritardi e inefficienze dovuti invece ad altri motivi. Forse fisiologici del sistema.
Nella lunghissima lista nera ci sono i dipinti, gli affreschi e gli arredi sacri della Soprintendenza per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico per le province di Firenze, Pistoia e Prato, i volumi della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e i fondi dell’Archivio di Stato, i registri dell’Istituto degli Innocenti e quelli dell’Opera del Duomo, le testimonianze del Museo Ebraico e i manufatti dell’Archeologico. E in questo panorama così desolante, non mancano dei “casi emblematici” che ho voluto estrapolare dal testo e mettere in appendice, in cauda venenum.
In uno in particolare – l’Ultima Cena di Giorgio Vasari – si sfiora lo scandalo.
E viene da sorridere, amaramente, rileggendo quanto scritto da miei illustri colleghi all’indomani del cataclisma – Tommaso Paloscia, 1300 opere danneggiate in “La Nazione”, 9 novembre 1966; Pier Francesco Listri, Ci vorranno dieci anni per restaurare le opere d’arte in “La Nazione”, 10 novembre 1966), o qualche anno dopo (Piero Meucci, Un chilometro di affreschi che nessuno può vedere in “Paese Sera”, 4 novembre 1976).
Allo scoccare di ogni decennale, qualcuno cerca di fare il punto della situazione, ma poi le vicende tornano a seguire la loro evoluzione. Senza contare quello che hanno significato, in questi quaranta anni, certe scelte e priorità rispetto a quelle legate al restauro del patrimonio alluvionato.
Oggi le esigenze sono diverse, ma più chiare: bisogna che i tecnici e, in particolare, i direttori degli enti interessati al recupero dei materiali restaurati, si assumano fino in fondo la responsabilità, anche morale, di assottigliare il più possibile la consistenza di questa esosa “eredità di fango”, il cui peso è diventato sempre più insostenibile.
Tra i vari direttori intervistati, c’è chi dà una lettura sociologica del post-alluvione (Paolucci) e chi ha imparato a fare di necessità virtù e convive con il problema (Fontana e Manno Tolu). Un ruolo da protagonista, nella questione, l’hanno sempre avuto le scelte degli uomini politici – finora troppo inclini a criticare o a ignorare il problema secondo da che parte stanno della barricata in quel momento – , ma le nubi oscure che appena qualche settimana fa si erano addensate sull’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, un’eccellenza tutta fiorentina nell’ambito del restauro a livello internazionale, dimostrano quanto sia scarso l’interesse della classe dirigente italiana verso la chiusura definitiva del capitolo “restauri alluvione”. Cercando di andare oltre, ho provato anche a delineare una sorta di scenario futuro
“governato” dalle imprese di fund raising. All’estero sono una realtà da oltre un ventennio, mentre in Italia si ragiona ancora troppo in maniera assistenzialista.
Probabilmente è arrivato il momento di fare un necessario salto di qualità, perché di Crocefissi di Cimabue da restaurare non ce ne sono più, e i moderni mecenati si devono scordare di vedere il loro nome accanto a quello di una superstar del Rinascimento.
No, se vogliono essere mecenati, come Lorenzo iI Magnifico e Paul Getty, che lo siano fino in fondo. Senza nulla pretendere in cambio. Sic et simpliciter per amore della cultura. In caso contrario, i detentori dei materiali alluvionati almeno cerchino di salvare la faccia: ad esempio svuotino il deposito-discarica di Poggio a Caiano, regalino qualche candelabro alle scuole di restauro e il resto … via. Tanto non interessa più a nessuno e i soldi per restaurare quella montagna di roba infangata non ci saranno mai.
Per cui: celebreremo l’anniversario dell’alluvione quando anche l’ultimo libro alluvionato della Nazionale sarà tornato sugli scaffali e finalmente l’ordinaria amministrazione avrà preso il posto della straordinaria emergenza. Fino ad allora … alla pala!

Sommario

Introduzione
Prefazione di Cristina Acidini
Cap. I        I beni del Polo Museale (mettere anche Cappelle Medicee)
Intervista al soprintendente Antonio Paolucci
Cap. II        I beni artistici
I depositi
Villa Petraia
Limonaia di Villa Corsini
Rondò di Bacco
Palazzina Poggi
Deposito affreschi (Buontalenti)
Certosa
Villa medicea di Cerreto Guidi
Andrea Del Sarto
Intervista al soprintendente Bruno Santi
Cap. III    La tutela dell’arte sacra
Intervista a monsignor Sergio Pacciani
Cap. IV    Il patrimonio della Biblioteca Nazionale
Intervista a Ida Antonia Fontana
Cap. V        I fondi dell’Archivio di Stato
Intervista a Rosa Manno Tolu
Cap. VI    L’Opera di Santa Croce
Intervista a Carla Guiducci Bonanni
Cap. VII    I beni della Sinagoga
Cap. VIII    I musei comunali
Cap. IX    I beni archeologici
Cap. X        Il Gabinetto Vieusseux
Cap. XI    L’Opera di Santa Maria del Fiore
Appendice    Tre casi emblematici
L’Ultima cena di Giorgio Vasari
Le uniformi del Museo del Risorgimento
Il “cucinone” di Poggio a Caiano