Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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29 giugno: la strage di Viareggio. Ricordi a cinque sensi

Nei pressi della stazione ferroviaria di Viareggio ci sono i consueti spazi per le affissioni. Da lì transita molta gente, per cui le affissioni hanno più probabilità di essere notate e lette. Ogni spazio ha in testa una fascia sulla quale è scritto ” Città di Viareggio” e posizionato lo stemma cittadino. La maggior parte degli spazi son così, ma in altri la fascia superiore è ripiegata, afflosciata all’indietro, quindi pressoché invisibile dalla strada. Ma perché?

Il motivo dello stato “disastrato” di quella fascia – nella foto è ben visibile la differenza tra i due accessori degli spazi per affissioni – risale al fuoco che 17 anni fa avvolse gran parte della stazione ferroviaria di Viareggio.

Insomma i segni della strage che causò la morte di 32 innocenti, per chi sa cercarli, ci sono sempre e ogni volta che si avvicina la fine di giugno, quando transito davanti alla stazione di Viareggio, nonostante le alte temperature un brivido freddo percorre la mia schiena e inesorabilmente il ricordo torna all’alba del 30 giugno 2009.

Tutto iniziò la sera prima, poco prima della mezzanotte: uscendo dal campeggio e avviandomi verso l’autostrada per tornare a casa, notai verso Viareggio il cielo notturno di uno strano colore arancio: pensai fossero le luci stradali che si confondevano con la nebbiolina che nottetempo si alzava dai campi a causa del gran caldo del giorno.
Presi sonno verso la una di notte, ma alle 6 fui svegliato dallo squillo del cellulare: «Dimmi che sei sempre a Torre del Lago» disse il mio Direttore del giornale con voce stentorea. «Neanche per sogno – gli risposi -. Cosa volevi? Che stamani mi pigliassi tutto il caldo dell’autostrada?».
«Lavati la faccia, vestiti, piglia lo scooter, fai il pieno e torna subito in Versilia. E’ accaduto qualcosa di grosso alla Stazione di Viareggio. Fiondati di corsa». E riattaccò.

Non una battuto, non un accenno a una presa in giro, come era solito fare. Era una telefonata pesante.
Io non avevo mai fatto la cronaca nera – e non me ne sarei occupato mai più – ma se il Direttore mi aveva chiesto questa cosa in maniera così urgente significava che era accaduto era accaduto qualcosa di molto grave e serviva qualcuno che conoscesse bene Viareggio .

La telefonata era arrivata alle 6. Pochi minuti dopo le 8 ero già nell’area della stazione viareggina.

Tutti e cinque i sensi iniziarono a essere stimolati. Non gradevolmente.

Vidi coi miei occhi che ancora oggi mi rabbrividiscono. Muri anneriti dalle fiammate del gpl che bruciava; vidi le saracinesche di plastica delle case che si affacciavano sulla ferrovia praticamente liquefatte e diventate degli ammassi di robaccia melmosa; lo stesso dicasi dei fanali posteriori delle auto parcheggiate davanti la stazione e in via Ponchielli, la zona più disastrata che avrei visitato poco dopo camminando su un letto di detriti anneriti incontrato altro colleghi giornalisti che parevano  – anzi sembravamo tutti – degli zombie: pareva una zona di guerra dove tutto poteva ancora accadere; avrei visto un fico gigantesco nei pressi dell’abitazione del casiere della stazione, con la chioma folta e i frutti già formati, ridotto a un ammasso di foglie accartocciate dal calore della notte precedente e i frutti praticamente abbrustoliti; vidi occhi sbarrati, volti solcati dalle lacrime, occhiaie e mani annerite dalla fuliggine; vidi sui binari ardere la fiammella di una delle cisterne che stava pian piano finendo di consumare il suo contenuto letale. Vidi i tricolori a mezz’asta sui viali a mare deserti come potevano esserlo un lunedì mattina di novembre, non di fine giugno. Vidi le bare bianche delle giovani innocenti vittime la mattina del 7 luglio, al funerale di 15 delle 32 vittime della strage. Vidi tutto questo.

Ascoltai parole disperate e racconti su racconti, testimonianze talvolta confuse, tal altra piene zeppe di particolari che davano l’idea della vita che a un tratto s’interrompe, come la testimonianza della giovane Ibi, la ragazza marocchina che in poche ore aveva perso i genitori e due fratelli, che intervistai quando ancora due suoi familiari lottavano tra la vita e la morte; ascoltai bestemmie e preghiere, imprecazioni e pianti di disperazione. E tante sirene di mezzi di soccorso – ambulanze, forze dell’ordine, vigili del fuoco..? – che passavano ora vicino.. ora lontano dalla stazione. Ma passavano e non si arrestavano.

L’odore acre del gas liquefatto che aveva bruciato un quartiere di Viareggio mi sarebbe rimasto nelle narici per settimane, così come il profumo d’incenso alla fine del rito funebre allo stadio dei pini di Viareggio: due odori opposti. Due odori tristi.

Cercai un contatto fisico, tattile, con la strage e toccai con mano tanti piccoli segni delle fiammate mortifere, come i tergicristalli delle auto che erano come evaporati dalle aste metalliche agganciate alle carrozzerie delle auto; oppure le siepi dei condomini che parevano carezzate dal getto di un lanciafiamme; e poi quelle fasce nella parte superiore degli spazi per le affissioni. Le vidi subito quella mattina e oggi, 17 anni dopo, le ritrovo ancora come monito dell’umana superficialità.

E infine tentai di assaporare qualcosa durante le brevi pause del lavoro, un po’ di cibo che mi permettesse di rimanere in piedi e concentrato. Ma non ce la facevo. Lo stomaco chiuso aveva la meglio e anche il morso a una minuscola focaccina di Quadrelli, al Lido, mi pareva una perdita di tempo nella corsa forsennata al reperimento di notizie utili per capire, e poi spiegare a chi leggeva, cosa fosse realmente successo quel 29 giugno alla stazione di Viareggio.

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