Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Istanbul, quattro giorni di appunti di viaggio

Una vacanza turistica che si trasforma in una travolgente lezione di storia. Ma non sui libri, bensì direttamente sui luoghi della storia.

Istanbul, una delle 25 città più popolose del Pianeta (oscilla tra i 16 e i 20 milioni di abitanti), è una delle mete imperdibili per chi vuol saperne di più sulla storia dell’Europa.

Fondata dai greci quasi 2700 anni fa, Istanbul (ma il nome è cambiato un centinaio di volte) è stata capitale di tre imperi (romano d’oriente, bizantino e ottomano) e sorge in un luogo geograficamente e strategicamente – da un punto di vista politico, economico e anche militare – molto importante.

È la propaggine turca in Europa e il luogo in cui, in soli sei minuti di metropolitana, si possono fare spostamenti transcontinentali praticamente senza accorgersene.

Nonostante le distanze siano enormi (da un capo all’altro misura circa 160 chilometri e se vuoi andare dal centro città all’aeroporto internazionale-monstre, se va bene occorrono anche 90 minuti di auto), i servizi funzionano, la gente corre, lavora produce ricchezza e guarda al futuro con moderato ottimismo, soprattutto perché chi è al potere preferirebbe un rapporto più stretto col mondo arabo, un’idea che a molti non va troppo a genio. Il popolo turco è – a ragione – orgoglioso e felice di esserlo, ma non si sente una delle stelle della galassia araba. Tutt’altro. Forse sarà per questo che nelle numerose moschee visitate durante i quattro giorni di intensa visita alla città non è parso mai di vedere folle in preghiera. Però tante donne con chador, niqab e burqa, quelle sì le ho viste, e poche di esse parevano felici. Ma potrei sbagliarmi.

Forse sarà a causa della mia indole laica nella sostanza, ma a me parevano persone pronte a scappare dalla semilibertà che quegli abiti costituiscono, pronte a mostrare i jeans e le scarpe da ginnastica che indossavano sotto quei veli neri, per riacquisire piena libertà. Tuttavia – lo ripeto – potrei sbagliarmi.

A Istanbul tutti sono più o meno cordiali e quando si accorgono che sei italiano tutti accennano a un parente che vive e lavora in Europa, come se Firenze e Colonia o Lione fossero tra loro a due condomini distanza.

Il Bosforo è bellissimo, con o senza tramonto, a Istanbul si mangia sempre e bene, sia che adori la carne (c’è anche quella suina se qualcuno non vuol mollare le proprie abitudini), sia che preferisci deliziarti con specialità ittiche, come il famoso panino con lo sgombro arrosto, il principe dello street food.

A Istanbul ogni angolo, edificio pietra è storia: dalla Cisterna di Giustiniano alla colonna bruciata di Costantino; dalla reggia del Topkapi (dove le sale del tesoro costituiscono una delle esperienze visive più sconvolgenti che si possano fare) all’ippodromo dove bene si comprende la millenaria stratificazione di una città unica; dalle tante moschee storiche (compresa Santa Sofia, dove le immagini cattoliche semicoperte sono il vero motivo d’attrazione dei turisti) fino alle antiche mura bizantine – con tanto di edifici recuperati in prossimità di esse – che si possono ammirare standosene comodamente seduti nella tramvia che corre lungo la riva sinistra del Corno d’oro; dalla stazione ferroviaria di Sirkeci da cui partiva l’Orient Express caro ad Agatha Christie fino a piazza Taksim, nella parte più contemporanea della città, dove le idee di futuro spesso si scontrano con quelle di un presente poco gradito.

Senza dimenticare che i veri padroni di Istanbul – città costruita su sette colli come Roma e dove gli appartamenti costano carissimi – sono i gatti: sono dappertutto, sani, belli, ben nutriti, che incarnano l’essenza condivisa degli antichi sultani cui tutti dovevano la riverenza. Oggi quel sentimento si è tradotto in ciotole di crocchette e casette di legno (per ripararsi da pioggia e freddo), che sono un po’ dappertutto.

Concludo questa mia breve introduzione ai semiseri appunti di viaggio che seguono, raccomandando però di non andare a Istanbul senza essersi dotati prima di una guida turistica in carne e ossa, che parli bene la vostra lingua. Senza di lei/lui guarderete Istanbul, ma non vedrete niente. In tal caso, perderete tanto.

Primo giorno

Riflessioni dopo il primo giorno a Istanbul. Comandano i gatti, sono dappertutto, bellissimi e ben voluti da tutti.. i veri padroni della città.

E per questo chi ha voglia di fare impresa potrebbe aprire un’azienda che produce crocchette per gatti, non certo tovaglie per i tavoli, che qui non usano.

E poi il popolo turco è orgoglioso e mal sopporta di essere scambiato per l’ennesima stella della galassia araba, anche se poi son proprio le moschee con le scritte del profeta Maometto ad attirare di più i turisti che riempiono le casse turche.

Il clima (almeno in questa stagione) è… carnevalesco, nel senso che non sai mai cosa aspettarti quando passeggi per la città. Meglio uscire vestiti a cipolla, oppure le farmacie faranno affari d’oro.

Quasi tutti i tacsi (si scrive così) sono Fiat Tipo 3 volumi (ecco dov’erano finite…) e non c’è una bicicletta a giro. C’è da capirli: essendo edificata su sette colli, come Roma, se ti si rompono i freni a Santa Sofia di Istanbul non finisci al Pantheon, ma fai un tuffo nel Mar di Marmara a far compagnia alle palamite.

Se l’oro costa così tanto, forse è perché quello della riserva di Fort Knox è di minore quantità rispetto a quello che luccica nelle vetrine del Gran Bazar, ma in compenso modi gentili, sorrisi e simpatia qui non hanno prezzo, sono regali molto graditi. E se nei menù dei ristoranti scegliete piatti coi peperoni, occhio: sono quasi sempre crudi.

Secondo giorno

Istanbul, secondo giorno di visita. Si entra e si esce dalle moschee come fossero sdling doors, provando un mix di leggera curiosità e di conferma che tutto il mondo è paese: come a Firenze, anche a Istanbul torme di turisti “pettinano” limitate aree della città, consumandola, portando incassi, ma senza permettersi un reale arricchimento, a causa della scarsa comprensione di ciò che vedono. Meno male che Ferhan, la nostra guida paziente e meticolosa, ci spiega bene tutto e risponde alle nostre domande.

A Istanbul non si fanno cazzate: nel caso, una delle decine di migliaia di telecamere ci beccherebbe subito.

E poi Topkapi, la reggia del sultano: era un giardino dell’Eden, con innumerevoli gabbie d’oro (per sfuggire a chi praticava la violenza x argomentare i propri ragionamenti) e con un tesoro che se oggi passasse di mano cambierebbe il destino di un’intera economia nazionale.

Ultime riflessioni: i gabbiani del Bosforo sono più affamati di quelli di Torre del Lago, così come di sabato pomeriggio i vari mercati/bazar sono particolarmente affollati di gente che compra e dove le donne col burqa che ti arrotano i piedi col passeggino del loro bimbo ti chiedono scusa con un bisbiglio, mentre tu ti perdi in quegli occhi neri e misteriosi.

Terzo giorno

Istanbul, terzo giorno di visita. Di città non ce n’è una sola, ma molte diverse, che messe insieme formano la megalopoli. A tal punto che qualcuno dice che una parte degli abitanti è più nervosa dell’altra perché costretta ogni mattina a spostarsi da un continente all’altro per lavorare e la sera pure.

Tante cose interessanti da vedere e capire, oltre le moschee che dopo un po’ paion tutte simili, tra cui la colonna di Costantino in cima alla quale, rimossa la statua dell’imperatore, nel 1453 gli ottomani esposero la testa del discendente Costantino XI, dopo aver conquistato la città.

Poi i tanti resti delle mura (e di alcuni edifici) di origine bizantina e i micro terrazzini coperti che permettono comodi affacci dalle finestre delle case colorate di Balat, la zona che si affaccia sulla riva sinistra del Corno d’oro; anche qui si trovano i ristoranti che a tarda notte servono “iskembe”, piatti di trippa utili a chi ha bevuto un po’ troppo perché abbassano il tasso alcolemico. Poi la torre di Galata donata dai genovesi agli ottomani, il Patriarcato ortodosso coi suoi suggestivi mosaici, la chiesa di Santo Stefano tutta di ferro (pesa 500 tonnellate).

L’ho detto e ora lo scrivo: a Istanbul storia e religione si rincorrono da 15 secoli, ma poi ogni giorno il sole sorge, il vento (tanto) soffia sul Bosforo e triglie e palamite abboccano agli ami dei pescatori che affollano le spallette dei ponti. A domani per l’ultimo report.

Quarto giorno

Quarto e ultimo giorno di visita a Istanbul. Oggi con sei minuti di metro abbiamo effettuato un trasferimento intercontinentale. E l’Asia, credetemi, è anche meglio dell’Europa. I quartieri che si affacciano sul Bosforo sono carini, vivacissimi, meno incasinati di quelli del Vecchio Continente.

I kebab di Istanbul son più buoni, se cotti con carbone a fiamma viva, mentre i gatti imperversano anche in Asia. In metro non ti accorgi di viaggiare sott’acqua, mentre il trasferimento via battellone è comunque emozionante.

In definitiva la Turchia è un paese ricco di storia, di bella gente gentile e cordiale così come di cose in comune con l’Italia; e non mancano tante, tantissime situazioni da scoprire e di ragionamenti da fare. Ma avremo tempo.

Tra le foto, vi è anche quella dei due ponti che uniscono Europa e Asia, due continenti che grazie a due strade sono uniti ormai da decenni. Una soluzione che pare non solo giusta, ma perfino ovvia. Per questo se penso a Reggio Calabria e a Messina, non posso fare a meno di sorridere. Amaro.