Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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A spasso con Picasso per le vie di Firenze

Conosco l’Italia dal 1917, venni anche a Firenze”. Comincia così l’articolo di Augusto Livi pubblicato su Il Nuovo Corriere il 3 novembre 1949, dedicato al secondo viaggio di Pablo Picasso nel nostro paese. E le parole inserite tra virgolette sono proprio quelle dell’artista di Malaga.

In effetti era la seconda volta che lo visitava e, in entrambi i casi, fece tappa a Firenze.

Dal primo viaggio è trascorso esattamente un secolo e ancora oggi è possibile ricostruire – non senza delle inevitabili lacune – la storia di quei primi tre giorni trascorsi in riva all’Arno dei quali non è nota, per esempio, neanche l’esistenza di materiale fotografico.

La notizia del suo arrivo a Firenze portò un certo scompiglio nell’intellighenzia cittadina di inizio secolo: Picasso arrivò a Firenze il 29 aprile e, probabilmente, ripartì due giorni dopo.

Chiamato da Sergej Pavlovič Djaghilev per il progetto scenografico e dei costumi dell’opera “Parade” – nella foto il sipario – musicata da Satie e scritta da Jean Cocteau, Pablo Picasso giunse in Italia con quest’ultimo nel febbraio del 1917 e vi rimase fino a primavera inoltrata di quell’anno. Seguivano la tournée dei “Balletti russi” – definiti da Antonio Baldini e Emilio Cecchi “l’evento teatrale più importante del primo ventennio del Novecento” – che lo stesso Djaghilev stava portando in Europa, dieci anni dopo il successo di quelli parigini.

A Firenze Picasso si fermò anche perché la ballerina russa Olga Koklova, di cui era innamorato, il 30 aprile 1917 era di scena al Politeama Fiorentino per un’unica rappresentazione.

Questa fu organizzata da Maria de Picolellis, coniugata Collacchioni, a favore delle famiglie dei richiamati alle armi per la prima guerra mondiale, cui era destinato il ricavato dello spettacolo di beneficenza.

Cocteau raccontò che lo spettacolo non fu un trionfo, ma la presenza di Picasso in città suscitò emozione e speranza a tal punto che, durante l’intervallo dello spettacolo, l’artista fiorentino Alberto Magnelli presentò a Picasso un giovanissimo pittore, Primo Conti, che godeva della “protezione” dei futuristi fiorentini.

La mattina stessa Picasso aveva visto un collage di Conti in una vetrina di Via Strozzi, a Firenze, rimanendone entusiasta. Disse a Magnelli che voleva conoscere l’autore e così fu.

Come ricorda lo stesso Conti “Appena entrato nel palco vidi Picasso che sedeva in fondo, nell’ombra. Aveva un berretto da fantino dal quale usciva il suo caratteristico ciuffo di capelli neri, un paltò leggero col bavero alzato, e nella mano sinistra che teneva in tasca, una piccola mazza di bambù. Con lui e Magnelli c’erano Palazzeschi, Antonio Bruno e Michail Fedrovic Larionov, coreografo del balletto Il sole della notte che era al centro della serata. Picasso mi chiese subito quanti anni avevo e a quale età avevo cominciato a dipingere. Quando gli dissi che il primo quadro l’avevo fatto a undici anni, scattò: ‘Avete sentito? Anche lui è un mostro!’ Degli elogi che mi fece per il mio quadro ricordo soltanto la mia emozione”.

E più oltre aggiunge: “Non lo rividi più, ma spesso mi ricordavo a lui, come lui si ricordava a me, attraverso un giovane pittore fiorentino, Manfredo Borsi, che abitava a Saint-Paiul de Vence e andava spesso a Vallauris per aiutarlo a stampare le sue incisioni. Un giorno mi fece sapere che Picasso, parlando dei suoi primi viaggi in Italia, aveva ricordato quel nostro lontano incontro al teatro, e n’ebbi il pianto in gola”.

Di quell’incontro oggi restano diverse tracce: nell’Archivio della Fondazione Primo Conti, a Fiesole, sono conservate infatti due copie della locandina de “La Traviata”, lo spettacolo che sarebbe andato in scena il 5 maggio di quell’anno al Teatro Verdi di Firenze. Sul retro della prima Picasso scrisse a matita il proprio nome, cognome e indirizzo parigino, verosimilmente per invitare Conti ad andare a trovarlo o a scrivergli; sulla seconda invece si divertì a scrivere il suo cognome in caratteri cirillici, ma che suonavano Mukacco.

Sempre nell’archivio della Fondazione Conti a Fiesole, sono conservate altre testimonianze dell’ammirazione dell’artista fiorentino per il maestro spagnolo: il diario del 1917 che riporta la notizia dell’incontro con Picasso, un disegno a lui dedicato schizzato su un quaderno a quadretti, la minuta e il dattiloscritto di un testo pubblicato nel 1922 su “Lo Spettatore”, un breve saggio annotato su un taccuino minuscolo nel 1932 e una lettera che Conti scrisse nell’aprile 1967 come accompagnamento di una monografia inviò a Picasso e nella quale scrisse: “…vorrei richiamare alla Sua memoria una data molto importante della mia vita: il 30 aprile 1917, quando ebbi la gioia di conoscerla e di essere suo ospite sul palco n. 9 del Politeama Fiorentino.

Purtroppo mancano prove o testimonianze certe di quali luoghi d’arte Picasso visitò durante il suo primo passaggio da Firenze: lo stesso artista spagnolo affermò, in seguito, di aver visto le opere dei primitivi, ma senza specificare quali. Si può quindi supporre che abbia visitato la Galleria degli Uffizi, così come la Galleria dell’Accademia e perfino il Museo di San Marco. Allo stesso tempo c’è chi è pronto a giurare che Picasso rimase impressionato dalle sculture michelangiolesche della Sagrestia Nuova di San Lorenzo, un “incontro” che pare abbia avuto delle ripercussioni sulla sua espressione artistica.

Ma c’è di più: secondo Francesco D’Isa e Matteo Salimbeni, autori del libro Forse non tutti sanno che a Firenze…, durante il suo primo breve soggiorno a Firenze, vedendo una foto degli Alinari che ritraeva Il trionfo della morte – affresco staccato  di inizio XV secolo conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis a Palermo – Picasso avrebbe tratto ispirazione (il condizionale è d’obbligo) per Guernica, il celebre dipinto realizzato nel 1937. Si tratta evidentemente di una suggestione che bene si inquadra nell’ansia di vedere quante più cose possibili dimostrata da Picasso durante quella sua prima visita a Firenze, anche se poi non siamo in grado di valutare quanto ciò che ammirò l’artista andaluso possa averlo realmente influenzato.

Tuttavia, 32 anni dopo, l’affanno della conoscenza pare scomparso. Picasso ha 68 anni, non è più un uomo giovane e interessato, preferisce stare tra la gente, girare la città a piedi, ascoltarla dal vivo, e stupirsi dalle tante macerie ancora presenti. Gli fu perfino offerto di visitare il Corridoio Vasariano (allora chiuso al pubblico), ma dal momento che nel tratto sopra il Ponte Vecchio era interrotto per i danni subiti durante la guerra e occorreva scendere e poi risalire, preferì lasciar perdere.

Di certo la prima visita di Picasso a Firenze, cento anni fa, si era svolta in un clima diverso, contrassegnato dalla bramosia, che doveva essere stata contagiosa: non a caso, infatti, il 2 maggio 1917 Giovanni Papini scrisse una lettera a Ardengo Soffici nella quale osservava che “Picasso è partito. I balli russi sono a Firenze”, quasi a sottolineare un velo di tristezza per il distacco dell’artista di Malaga dalle rive dell’Arno.

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