Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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A vent'anni dalla scomparsa di Jean-Michel Folon, innamorato di Firenze

Venti anni fa ci lasciava Jean Michel Folon, uno dei più fantasiosi artisti del Novecento. Per l’occasione ripubblico l’articolo che scrissi per il Giornale della Toscana il 21 ottobre 2005, all’indomani della sua scomparsa. 

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L’ultima volta che ho visto Folon era il 22 settembre a Montecarlo sull’Over the Rainbow, la sua barca del 1934, tutta di legno, ormeggiata al «Quai Antoine 1er», di fronte allo Yacht Club del Principato. Stava già male, ma il suo sorriso sincero e contagioso, tranquillizzava tutti. Era la quarta volta che lo incontravo dal 28 aprile, quando mi presentò in anteprima la sua mostra al Forte Belvedere. Era contento di esporre a Firenze, la città a cui era grato «per aver donato quattro secoli di genio umano». E fu contento, quella sera sulla sua barca di straordinario fascino, che dei fiorentini fossero giunti sino a Montecarlo per incontrarlo. «Considero la vostra città come la mia seconda patria» aveva detto.

Aveva vent’anni, pochi soldi in tasca e uno spazzolino da denti nello zaino da autostoppista, quando Jean Michel Folon vide per la prima volta Firenze e, come lui spesso ripeteva, vide «la bellezza del mondo agli Uffizi». Fu allora che cominciò a coltivare due sogni (essere ammesso tra i grandi nel sacrario della Galleria e realizzare a Firenze la grande mostra della sua vita, la sola in grado di raccontare il suo intero percorso artistico) e amare la nostra città. A tal punto che negli anni ha fatto dei veri e propri regali: nel 2002 ha donato la fontana Pluie (che mostra un uomo con un ombrello da cui esce l’acqua), collocata davanti al Teatro Saschall. Quest’anno ha offerto una nuova fontana, L’Homme de la Paix, collocata nella piazza intitolata ai “Bambini e bambine di Beslan”, davanti alla Fortezza da Basso. Nel settembre scorso, infine, l’artista belga porta a compimento la sua più grande aspirazione: lasciare alla Galleria degli Uffizi il suo autoritratto. L’avvenimento si è svolto lo scorso 17 settembre durante una cerimonia caratterizzata dall’informalità, da scambi di doni, da fiammelle simboliche e citazioni pirandelliane: «Guardate quest’opera – aveva detto il soprintendente Antonio Paolucci riferendosi a Quelqu’un, l’acquerello appena donato alla galleria più famosa del mondo – uno…nessuno…centomila. Ma Folon e qui, in mezzo agli altri, una fiammella nella testa di tutti».

Adesso l’omino col cappello è volato via – leggero come i personaggi dei cartoni animati che chiudevano le trasmissioni di Antenne 2 e che ci erano diventati familiari nella seconda metà degli anni Settanta – vinto da un male mordace, che non perdona. Aveva 71 anni.

Oltre a un vuoto enorme, a Firenze (prima ancora che alla Toscana) rimane la consolazione di aver regalato al maestro belga la possibilità di tenere la sua più importante mostra antologica proprio in città, in due luoghi simbolo come il Forte Belvedere e la Sala d’Arme di Palazzo Vecchio. Presentando l’evento, Folon parlò apertamente di «miracolo», di «privilegio straordinario», di coronamento del «sogno di una vita». «Ho esposto nei più grandi musei del mondo, dal Metropolitan di New York alla Pedrera di Barcellona, ma per la mostra della mia vita voglio Firenze», aveva detto nel 2004 durante una breve sosta nel capoluogo toscano in compagnia della moglie, Paola, in occasione della quale furono gettate le basi del grande evento. «Io – era solito dire – devo tutto all’Angelico, a Giotto, a Leonardo, devo quindi tutto a questa città che ha prodotto tanta bellezza».

E quel sogno si è avverato: dal 12 maggio fino al 25 settembre sono state in mostra 250 opere tra sculture in bronzo, in pietra, in legno e in marmo, gessi originali, acquarelli, serigrafie e collages. Quando ancora la mostra era in allestimento, al Forte Belvedere mi fece da guida, parlando amabilmente dei segreti e delle difficoltà del suo lavoro, senza mai eccedere in superlativi. E osservando, da una finestra, il panorama della collina di San Miniato e la sagoma della Torre del Gallo come si trattasse di una gigantografia, si girò, allargò le braccia e disse: «questo non l’ho fatto io…ci ha messo un mano il Padreterno». A Folon piaceva Firenze ed esporre in città era più che un’ambizione. Era già accaduto una quindicina di anni fa, al Museo Marini, ma si era trattato di qualcosa di diverso. Per Firenze quindi Folon aveva un debole. E non lo nascondeva. Quando nel 1972 era venuto a Firenze per vedere la storica mostra di Henry Moore al Forte Belvedere, gli erano rimasti nel cuore quelle enormi sculture candide sparse qua e là sul verde del Forte: «la porto con me come souvenir quella» aveva detto, mentre le gru posavano a terra le sue grandi statue in bronzo che hanno campeggiato sulle aree verdi dell’antico baluardo per oltre quattro mesi. Quelle mega-sculture, aveva confidato l’artista, dovevano diventare uno spettacolo nello spettacolo, perché il loro trasporto e la loro collocazione doveva avvenire con l’ausilio di un elicottero. I fotografi che erano con me già si fregavano le mani. Invece gli fu negato il permesso di sorvolo sulla città e le statue vennero posizionate con le gru. Amava a tal punto la città da riuscire a coniugare la sua onirica fantasia con l’unicità dello skyline fiorentino. Ecco quindi l’intelligente quanto ruffiana «sistemazione» della Valigia attraversata da un volo d’uccelli, all’interno della quale era possibile vedere la Cupola del Brunelleschi, creando un effetto che ha stupito anche chi era preparato all’evento. E le 14 statue in bronzo dritte come soldatini, denominate i Pensieri, che erano state poste sul davanti della palazzina del Forte Belvedere, rappresentavano la sublimazione dell’arte dell’artista belga: figure antropomorfe corrispondenti a 14 teste che mutano secondo i pensieri. «L’uomo è sempre al centro dell’azione – aveva detto Folon – della musica, della vita, del sogno. Queste sculture così posizionate danno la sensazione del “viale dei pensieri”, da un’idea che mi venne vedendo la via tra Luxor e Karnak». Folon era un artista che stava attento ai particolari e i suoi acquerelli testimoniano questa sua inclinazione: «É difficile appendere delicati acquerelli in una fortezza (il Forte Belvedere, ndr ) che è l’immagine della potenza. Si crea un contrasto tra la fragilità di un lavoro e e il luogo dove veniva gettato dell’olio bollente sui nemici. No, io non adopero olio, ma solo acqua naturale».

Così come aveva un forte legame con tutta la Toscana, a cui mancherà moltissimo. Non è un caso, infatti, che lui e la moglie avevano scelto la nostra regione per lunghe soste di lavoro e di vacanza e che lo aveva ripagato, sempre il 17 settembre scorso, con il conferimento del Gonfalone d’argento da parte del presidente del consiglio regionale Riccardo Nencini, la massima onoreficenza dell’assemblea toscana, alla quale lui aveva donato una scultura in bronzo Evasion.

Folon aveva esposto a Lucca, mentre per Siena aveva dipinto il «cencio» del Palio del 2 luglio 1999, tuttora visibile nel museo della contrada dell’Oca che trionfò in quell’occasione. C’era poi il suo legame con la Versilia: nonostante la malattia, Jean-Michel Folon continuava a fare progetti per il futuro. L’artista belga voleva infatti trasformare l’isola del Parco della Musica Giacomo Puccini di Torre del Lago nell’“Isola Folon”, un luogo dove collocare le sue opere e dove poter lavorare e creare. Il progetto è stato rivelato da Manrico Nicolai, presidente della Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago, grande amico del maestro scomparso all’età di 71 anni. Folon, ha raccontato Nicolai, si era innamorato di Torre del Lago durante il lavoro di preparazione della sua Bohème nel 2003 e voleva continuare a frequentarla. All’allestimento di Folon della celeberrima opera lirica di Puccini è stato assegnato il prestigioso riconoscimento dell’associazione nazionale dei critici musicali, il “Premio Abbiati 2004”. Un premio assegnato con questa motivazione: «per il segno spiritoso, inconfondibilmente colorato e naif, per il clima tenero e sognante delle scene e dei costumi creati per la Bohème da Jean-Michel Folon».

Sempre nel 1999 l’artista era stato protagonista di una grande mostra in piazza Duomo a Pietrasanta, mentre per l’arrivo del nuovo millennio (Capodanno 2000) Folon aveva preparato 2000 mani di terracotta con un lume per creare un lungo percorso artistico e di riflessione. E poi la collocazione, il 13 gennaio 2001, dell’opera L’Oiseau nella rotonda tra il viale Apua e via Unità d’Italia: si tratta di una scultura in marmo alta oltre 6 metri che è stata il primo tassello di un vero e proprio museo a cielo aperto che sta diventando la via di Scorrimento.

Chi ha avuto la fortuna e il privilegio di conoscere Folon, innamorato della nostra terra, ha sperimentato la sua affabilità, la sua raffinatezza, il suo entusiasmo della vita, il suo divertimento nel lavoro, ma anche la sua tenacia, tutte doti fondamentali nell’identikit di un grande artista. «Maestro – disse Paolucci un mese fa alla cerimonia della consegna del suo autoritratto agli Uffizi – lei ci ha regalato un’estate felice. Le sue opere sono metaforiche così come l’idea è una cosa pericolosa. Ma la città ha bisogno della sua fantasia, della sua ironia e della sua leggerezza. Da oggi Folon è tra gli immortali degli Uffizi». Con queste parole il soprintendente dei musei fiorentino esaltò Folon, che non è più tra noi. Ci mancheranno il suo spirito libero e la sua sensibilità, la sua silhouette allampanata e i colori delle sue cravatte, persino i richiami della signora Paola – che si rivolgeva a lui con un deciso «Micky» – paiono un vuoto incolmabile. Eppure di lui ci resta tanto, soprattutto a Firenze, che ieri ha perduto uno dei suoi più teneri amanti.

(nella foto in alto Jean-Michel Folon e Giovanna Dascanio, il giorno della donazione dell’Autoritratto dell’Artista alla Galleria degli Uffizi).

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