Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Appunti da Venezia (ma senza parlare d'arte)

Due giorni a Venezia per seguire la presentazione e l’inaugurazione del progetto di un’artista che, in periodo di Biennale internazionale d’arte, approda a Venezia per la seconda volta.

In tutto, meno di 48 ore durante quali la mente si riempie d’appunti che solo di riflesso hanno a che fare con l’arte. Perché molti pensano che Venezia viva solo di arte. Ma, ovviamente, non è così. Anzi, Venezia è proprio da vivere proprio quando l’arte non c’è o è lontana. Nel tempo e/o nello spazio.

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La mostra nella mostra

Milano è un luogo dove la gente tutti i giorni corre.. corre.. corre, ma non si sa bene dove e a fare cosa. Ecco, Venezia nei giorni di inizio Biennale internazionale d’arte un po’ le somiglia. Corrono tutti. Forse per dissetarsi d’arte, sempre che la cura sia appropriata. Se poi uno ha la possibilità e l’opportunità di fermarsi a guardare, scrutando ben bene la città e i comportamenti dei visitatori di mostre, installazioni, performances etc.. allora può assistere a qualcosa di stupefacente, a quella che potremmo definire “una mostra nella mostra”.

Intanto all’arrivo in città gira la testa: i banner sulle facciate dei palazzo e i totem e gli stendardi agli ingressi degli stessi e delle gallerie, danno un tocco fieristico agli ambienti e aumentano l’iniziale disorientamento del pubblico, buona parte del quale non legge e non parla italiano e quindi si trova a dover guardare con più attenzione indicazioni e scritte che affastellano un po’ tutto. Per calli e campi gli idiomi si rincorrono e fanno eco al vocìo di chi quei luoghi li vive anche senza Biennale, o ai pianti dei bimbi, sempre più “pacchi postali” trasportati con ogni tipo di marsupio. In mezzo ai plotoni di visitatori ci sono le guide multilingue, superpreparate e sempre sorridenti, mentre impazza la ricerca di un wi-fi, se non addirittura di una presa elettrica cui attaccare il “carica” del proprio smartphone (ma anche alle 10 del mattino???).

E poi le mostre e le installazioni: per ammirarle giungono da ogni parte del globo. Li vedi, di ogni età, di ogni aspetto, qualcuno perfino in abito tradizionale del proprio paese, orgoglioso delle proprie origini (concordo assolutamente!), che salta da un vernissage all’altro – meglio se con aperitivo a base di prosecco e di qualcosa da smangiucchiare -, che si incanta davanti a ogni opera, che fa capannello in mezzo alle sale, che stringe mani, che porge biglietti da visita, che sorride, che risponde al cellulare, che mentre parla scruta, e mentre scruta parla, che tiene ore il calice vuoto in mano, perché fa figo bere mentre si ammira un’opera d’arte (anche se a parer mio sarebbero da arresto in flagranza di reato). E non basta: se si ha la pazienza di studiare un poco questo piccolo tassello d’umanità, vedremo un’infinita varietà di abiti e di acconciature, con curiosi e sfiziosi tagli e pieghe delle capigliature, sia maschili, sia femminili, e una più limitata varietà di calzature: qualche tacco e qualche rara scarpa a ballerina per le visitatrici, e scarpe sportive per la maggioranza. La tendenza, poi, è quella della scarpa ginnica sotto il completo scuro maschile e femminile, un vero pugno nello stomaco degli ortodossi della moda. Ma così va il mondo. Contrasti.. contrasti.. contrasti a non finire, ma se poi non sei più che politically correct in pensieri, parole e opere, finisci in una shit storm tale, che alla fine ti suicidi.

 

Linda

Non è un nome, ma un aggettivo. In questi giorni in cui Venezia è letteralmente presa d’assalto da turisti e visitatori della Biennale internazionale d’arte provenienti da ogni parte del mondo, la città appare comunque ordinata, pulita.. linda. Non me l’aspettavo. Nei canali son tornate le alghe (ma se n’erano mai andate?), ma nelle calle, nei campi, in prossimità dei ponti, non ci sono ammassi di sporcizia, carte etc.. Si sta più attenti che in passato. E tutti si sono adeguati. E se a un bimbo cade un pezzo di pizza sulla via, ecco subito giungere l’NCL, ovvero il Nucleo Corvé Laguna, formato minimo da tre enormi gabbiani incazzati e dieci affamati, pazienti piccioni, sempre alla ricerca di briciole per il loro gozzo ingordo. In men che non si dica, la pizza a terra sparisce e tutti son contenti. Meno il bimbo, ovviamente.

 

Un Luna Park in Piazza san Marco

Sarà il forte contrasto con il bailamme delle ore diurne, ma è col crepuscolo che Venezia si veste di un fascino che non ha uguali. Girare per calle e campi di sera è come prendere un respiro profondo dopo un’esperienza in apnea. Logico, quindi, che chiunque risulti sensibile all’alternarsi di luce e di tenebre voglia vivere la sontuosità di Piazza san Marco in condizioni di luce profondamente diverse.

Ed è allora che si rimane vittime di una sorpresa che davvero non t’aspetti. Transitando ai piedi della Torre dell’orologio e trovandosi al cospetto della Basilica di san Marco, si viene colpiti dalle figure geometriche colorate che proiettate sulla facciata di Palazzo Ducale, ne coprono il fascino gotico e rischiarano in maniera inverosimile l’oscurità lagunare È una roba inattesa, invasiva, immotivata, francamente brutta, inutile. Quasi offensiva, perché falsa il reale, che invece vanta secoli di ammirato stupore.

Si tratta di una doppia sorpresa perché, oltre ad assistere a uno spettacolo che neanche a Las Vegas si sognerebbero di realizzare, si rivela fastidioso il non poter vedere la facciata di Palazzo Ducale al naturale.

E come se non bastasse, mentre sullo smartphone cerchiamo spiegazioni di una simile iniziativa (che non troveremo), in un attimo anche il Campanile di san Marco diventa uno schermo per proiezioni di dubbio gusto. Come se, prima di ritirarsi per la notte, qualcuno gli avesse fatto indossare un pigiama a righe, degno di un clown di Luna Park.

A quel punto, ogni ulteriore commento diventa superfluo.

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