Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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"Battaglia di Anghiari e "Adorazione dei magi": breve storia di due interventi su Leonardo

Un sogno… un’ossessione lunga oltre trent’anni per il mistero, degno di un romanzo giallo, di un dipinto murale, un capolavoro andato perduto secoli fa. E di un altro affresco dipinto sopra il primo, con tanto di indizio: una piccola bandiera con la scritta “Cerca trova”.

Era la metà degli anni Settanta quando Carlo Pedretti, uno dei maggiori esperti al mondo di Leonardo da Vinci, trasmise a un giovane ingegnere fiorentino, Maurizio Seracini, l’idea di cercare con metodi scientifici le tracce della pittura murale realizzata nel 1503 dal genio di Vinci e nota come La battaglia di Anghiari. Tutto nasceva da un libro, Leonardo inedito, che Pedretti aveva pubblicato nel 1968, in cui teorizzava “la necessità di iniziare una ricerca sulla perduta Battaglia di Anghiari”, che si troverebbe dietro il pannello di destra, sulla parete est del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, su cui Giorgio Vasari affrescò La battaglia di Marciano in Val di Chiana.

Il muro dipinto e quello posteriore, più antico, su cui si troverebbe l’opera di Leonardo, risultano separati da un’intercapedine di 10-15 millimetri, la cui esistenza è stata confermata sia dalle indagini georadar dello scorso agosto sia dal recente utilizzo di una sonda endoscopica.

Nel libro, Pedretti faceva riferimento ad altri casi in cui Vasari avrebbe “celato” opere d’arte per non distruggerle: la Trinità di Masaccio “scoperta alla metà dell’Ottocento in Santa Maria Novella tirando giù tutti i tavolati di un altarone costruito da Vasari – affermava Pedretti – il quale non toccò l’affresco. Lo stesso in Santa Croce con Giotto, nella Cappella Peruzzi”.

Senza contare che nella ex-sala delle udienze dell’Arte dei Pellicciai e Vaiai, oggi inglobata nel complesso monumentale degli Uffizi, l’Annunciazione tardo-trecentesca, oggi visibile ma non ancora attribuita, è tornata alla luce solo nel 1885, scoperta per caso dietro un muro tirato su in epoche successive, probabilmente per opera dello stesso Vasari. Secondo Pedretti, infatti, l’architetto aretino “interveniva ma non distruggeva. E allora perché mai avrebbe dovuto eliminare quel grande frammento della Battaglia di Anghiari? L’aveva perfino elogiata in forma privata a un viaggiatore veneziano a cui disse: ‘Fermati e dà uno sguardo ai cavalli di Leonardo’”.

Ecco quindi che se il libro di Pedretti e il recente avvio della fase finale dell’indagine in Palazzo Vecchio condotta da Seracini e finanziata in parte dalla National Geographic Society rappresentano i due estremi della ricerca, nel mezzo ci sono oltre 35 anni di studi sui documenti, di dati acquisiti, di scoperte, di fasi di accelerazione e altre di stanca, di incomprensioni e di interessamenti, a tal punto che per Maurizio Seracini, La battaglia di Anghiari più che una ricerca ormai rappresenta, appunto, un’ossessione.

La ricerca, primo esempio in Italia di applicazione di tecnologie non invasive nel campo dei beni culturali, iniziò a metà degli anni Settanta e andò avanti per un paio d’anni. Nel 2000 trovò nuovo impulso grazie a Loel Guinness, miliardario filantropo che decise di sostenere il lavoro di Seracini mettendo a disposizione parte dei finanziamenti dalla sua società (Kalpa Group). Questa nuova fase non portò a risultati eclatanti e si esaurì, per poi riprendere vigore nel 2005, quando Seracini annunciò i risultati della sua trentennale ricerca sul dipinto perduto di Leonardo da Vinci. Seracini ribadì che non erano mai stati trovati elementi oggettivi a dimostrazione che La battaglia di Anghiari fosse stato distrutto: «I rilevamenti compiuti nel Salone dei Cinquecento dimostrano invece che Giorgio Vasari doveva avere di fronte il dipinto di Leonardo quando ha messo mano alla ristrutturazione di Palazzo Vecchio», tant’è che lo stesso Vasari avrebbe lasciato un importante indizio nel suo dipinto: una piccola bandiera verde con la scritta Cerca trova.

L’ingegnere fiorentino, oggi all’Università di San Diego in California, annunciò allora che strumenti d’avanguardia, come laser scanner, termografie e radar, avevano «permesso di scoprire dietro al muro del Salone dei Cinquecento su cui il Vasari ha affrescato La battaglia di Marciano in Val di Chiana, una sottile intercapedine, che potrebbe essere stata costruita dal Vasari stesso per proteggere il capolavoro di Leonardo».

Nel 2007 venne formato un nuovo comitato scientifico e fu prevista una serie di analisi su tutte le pareti del Salone dei Cinquecento così come il coinvolgimento dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l’istituto statale di restauro incaricato di operare una ricerca documentaria sui materiali utilizzati da Leonardo per dipingere la scena della “battaglia”. Il tutto con l’obiettivo, entro 18 mesi, di utilizzare uno scanner di nuova concezione, cosiddetto “ad attivazione neutronica” il quale, emettendo fasci di raggi gamma, registra i ritorni (cioè le risposte a diverse profondità e la variazione di intensità) grazie ai quali si verifica la presenza o meno di pigmenti colorati utilizzati nel 1503 da Leonardo.

Ben presto però sorsero le prime perplessità sia sull’utilizzo dello scanner atomico – nonostante prove di laboratorio effettuate dei tecnici dell’Enea avessero dimostrato la non pericolosità della macchina da un punto di vista radioattivo – sia sul costo troppo elevato della macchina, circa 2 milioni di euro. Per questo motivo, a metà dello scorso mese di ottobre, ecco l’annuncio del cambio di metodologia: accantonata quella non invasiva prevista da Seracini, ne è stata scelta un’altra che utilizza tecniche invasive. «La ricerca della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, che sto portando avanti da 36 anni », ha commentato Seracini, «ha sempre previsto metodi non invasivi. Adesso, a un passo dal traguardo, se è vero che verrà effettuata un’indagine endoscopica nell’intercapedine tra i due muri, evidentemente tutto cambierà». L’analisi con una speciale sonda endoscopica è iniziata lo scorso 29 novembre, sempre sotto la direzione scientifica di Seracini (che ha quindi accettato la “rivoluzione copernicana” della metodologia prevista), secondo un protocollo che dei 14 “fori” richiesti nell’affresco di Vasari, ne concedeva solo la metà, in corrispondenza di una frattura, di evidenti abrasioni e di sollevamenti del manto pittorico. Purtroppo non uno di questi corrispondeva alle aree indicate da Seracini, dietro cui sarebbe stata massima la probabilità di rilevare tracce de La battaglia di Anghiari

In realtà, sempre sotto la “sorveglianza” dei tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure, sono stati praticati sei “passaggi” – come li ha definiti la soprintendente Acidini, legalmente responsabile della tutela dei beni storico artistici della città – quattro dei quali non hanno permesso di giungere all’intercapedine; degli ultimi 2, solo uno ha “regalato” un risultato concreto: «Per ora ho visto che al di là del muro di Vasari c’è una superficie scabra, ruvida, che sembrerebbe avere chiazzature qua e là di materiale che ancora non abbiamo potuto prendere e quindi identificare e caratterizzare», dice Seracini.« E non escludo che si possa trattare di una superficie colorata, ma non pigmentata. Piuttosto una colorazione di fondo, come si fa con lo strato di preparazione. Sembra color mattone, coccio pesto, ma è ancora troppo presto. Si sta cercando di capire, il che significa prendere, analizzare, canalizzare. Non voglio essere né ottimista né pessimista: voglio credere a quello che veramente c’è e posso dimostrare».

Con quest’ultima fase della ricerca si è scatenata una sorta di “crociata” contro il metodo invasivo utilizzato nella ricerca, con un esposto alla procura fiorentina da parte di Italia Nostra e sottoscritta da circa 400 tra studiosi, docenti, addetti ai lavori e gente comune, nessuno dei quali, per altro,

ha chiesto di salire sul ponteggio e verificare coi propri occhi quel che stava accadendo prima di porre la propria firma in calce alla petizione. Alcuni sostengono che è improbabile che Vasari abbia sigillato qualcosa di ancora leggibile sotto un muro. «Tutti sanno che il dipinto fu una catastrofe tecnica», sostiene il critico Philippe Daverio. «Leonardo era uno sperimentalista, tentò di realizzare un affresco senza i materiali giusti. Il risultato fu che l’affresco evaporò sotto gli occhi dei Cinquecento».

La professoressa Paola Salvi, vicedirettore dell’Accademia di Brera, ha commentato: «Lì sotto c’è qualcosa, potrebbe anche essere illeggibile, ma non è questo il punto. Qui c’è da capire la storia e come si è comportato Vasari. Il rapporto dei posteri immediati cinquecenteschi con Leonardo è infatti ancora da indagare meglio. Leonardo venne quasi messo da parte. Vasari per esempio, pur riconoscendone la grandezza e la genialità, lo descrive come un eretico…». Nonostante gli ostacoli che hanno contraddistinto per oltre 36 anni la ricerca de La battaglia di Anghiari, si continua a sperare di giungere a risultati concreti che risolvano l’enigma secolare che circonda l’opera di Leonardo, il cui fascino appare inossidabile. Ogni volta che nel mondo dell’arte (o della scienza) si parla del genio assoluto, l’interesse diventa generale, non fosse altro che il suo nome, da cinque secoli, è il più spendibile a livello planetario.

Lo testimonia, infatti, anche un’altra operazione che riguarda uno dei suoi dipinti su tavola. Dallo scorso mese di novembre, infatti, il laboratorio restauri dell’Opificio delle Pietre Dure, alla Fortezza da Basso di Firenze, ha un ospite illustre: l’Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci.

Il capolavoro incompiuto del grande maestro rinascimentale ha bisogno di particolari attenzioni perché, secondo la direzione dell’istituto di restauro, “presenta una superficie assai alterata per l’accumulo di numerosi strati di vernici ossidate. Da esse discende non solo una leggibilità ridotta dell’opera, ma anche un rischio concreto per la sua buona conservazione; giacché le vernici medesime possono arrivare col tempo a produrre microstrappi della superficie pittorica”. Per il soprintendente del Polo Museale fiorentino, Cristina Acidini, «Il passaggio di questo capolavoro dalla Galleria degli Uffizi verso i laboratori dell’Opificio di Pietre Dure è il primo passo concreto di un programma, che si avvale della più avanzata ricerca scientifica, quale garanzia di una diagnostica non invasiva». Non è la prima volta che il “capo d’opera” di Leonardo finisce sotto analisi: negli ultimi 20 anni la tavola è stata sottoposta a ben due sessioni di indagini diagnostiche che hanno visto protagonista Maurizio Seracini e il suo team di ricercatori. La prima volta fu all’inizio degli anni Novanta del Novecento, quando l’Adorazione dei Magi venne sottoposta a radiografie e riflettografie che rivelarono, sotto il cupo manto delle vernici successive alla stesura del disegno preparatorio, l’esistenza di circa 75 figure praticamente invisibili a occhio nudo.

Si trattò di una scoperta per certi versi epocale. La seconda sessione di esami diagnostici si svolse nel 2002 per volontà dell’allora soprintendente Antonio Paolucci. Si trattò della più completa indagine mai effettuata su un’opera d’arte e diede delle indicazioni ben precise così riassunte da Seracini: «Un eventuale restauro dell’opera causerebbe il pericolo di distacco del disegno dalla tavola, mentre se l’opera rimane intatta non si corre alcun rischio».

Adesso, a distanza di meno di 10 anni, ecco che la tavola dipinta intorno al 1481 da Leonardo da Vinci è ancora al centro di una nuova fase di studio che durerà non meno di 4 mesi e l’Opificio, per un eventuale intervento di restauro, è pronto ad ospitarla per almeno 2 anni. Saranno circa 28 mesi in cui nei laboratori della Fortezza, quando ce ne sarà la possibilità, si farà la fila per ammirare da vicino l’opera, mentre i milioni di visitatori degli Uffizi se la potranno solo immaginare. Qualche maligno ha sottolineato che il capolavoro di Leonardo finisce al centro di un’indagine scientifica per la terza volta in due decenni, solo che stavolta se non verrà dimostrata la necessità di procedere effettivamente a restauro, l’operazione pare assolutamente strumentale, perché grazie alle precedenti due si sa già tutto sulla tavola; ma è come non se ne volesse tener conto, col rischio concreto che si finisca col cercare di spacciare per nuovo ciò che in realtà non lo è. Sicuramente, in questo momento, due opere di Leonardo da Vinci – una “certa” e l’altra misteriosamente “perduta” – sono al centro di altrettante ricerche scientifiche, ma anche dell’ossessione di un ricercatore che, se con la prima si è già confrontato, con la seconda ha… ancora un conto aperto che lo attende da tanto, forse ormai troppo, tempo.

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