
Un po’ come accade nei cassetti pieni di ricordi, anche nei computer è facile imbattersi in testi virtualmente stropicciati e dimenticati da un quarto di secolo. Mi è accaduto di recente con un’intervista che e cavallo tra il 1999 e il 2000 feci a Don Danilo Cubattoli – meglio noto sic et simpliciter come Don Cuba – il prete della comunità di San Frediano, colui che insieme a Ghita Vogel istituisce negli anni Quaranta la prima casa famiglia d’Italia, ma anche il “prete da corsa” (e io che pensavo che l’unico fosse stato Don Camillo nella fantasia di Guareschi) per via di una disputa che effettivamente si svolse nel 1952 e che gli valse, oltre al buffo appellativo, anche un’originale copertina sulla Domenica del Corriere. E allora così come l’ho rinvenuta nel cassetto dei ricordi, ecco l’inedita intervista al prete dal sorriso deciso, amante delle delle due ruote, cappellano del carcere e persona la cui conoscenza avrebbe inorgoglito chiunque. La pubblico perché alla fine di quest’anno saranno trascorsi 20 anni dalla sua scomparsa e mi fa piacere celebrarne il ricordo ancora vivissimo.
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Da quasi mezzo secolo è il prete di San Frediano. Un uomo religioso ma anche un amico della gente, del popolo del Diladdarno che ha sempre incarnato la fiorentinità più verace. Don Danilo Cubattoli, noto più comunemente con l’appellativo di Don Cuba, ha alle spalle cinquant’anni di sacerdozio tra la gente, soprattutto quella che soffre all’interno delle carceri. Ma com’è nata la sua vocazione? Che significa per un prete di oggi essere al servizio della gente? Da dove scaturisce l’energia dei suoi slanci così umanamente veri?
Io sono entrato in seminario a quattordici anni. Iniziammo in quarantadue, qui a Cestello, e arrivammo alla fine in otto.
Era duro il seminario?
Sì e c’era una selezione enorme. Anche perché eravamo in tanti. Non come oggi che si entra in otto e si arriva a quaranta…
Lei è nato in San Frediano?
No, sono nato nel Chianti, a San Donato in Poggio e poi a quattordici anni son venuto qui.
Lei pensava di farsi prete?
No, tutt’altro. Diciamo la verità, ero un po’ il ragazzaccio del paese…
In che senso?
Sì, come tutti i quattordicenni. Facevo il fabbro meccanico, con le prime motociclette. Un giorno morì mia mamma e inspiegabilmente dopo sei o sette mesi entrai in seminario qui a Cestello. Mi ricordo che dicevo: ‘Nonna se resisto la prima settimana vado fino in fondo’.
Insomma Lei è venuto in San Frediano a quattordici anni e non è più andato via. Anzi è diventato un simbolo di questo quartiere…
No, sono i ragazzi i protagonisti. Ho cominciato con loro conoscendoli quando ero a Cestello poi andai a Montughi e poi sono tornato qui a fare il liceo, all’epoca avevo vent’anni.
è vero che è sempre stato un po’ ribelle?
Ribelle non direi, eravamo come sono oggi i giovani, quelli in gamba, che funzionano. Noi avevamo dei ragazzi meravigliosi nel nostro seminario; era da poco finita la guerra e inoltre avevamo dei professori fenomenali che ci aprirono all’avventura della vita. C’era un clima in cui avevamo voglia di fare, di inventare qualcosa. In questo siamo stati fortunati. Inoltre eravamo tutti molto legati. Dopo la fine della guerra, nel quartiere, ci siamo chiesti: che facciamo ora? Proseguiamo a litigare o iniziamo a lavorare? Sì, c’erano le diversità politiche…
Eppure San Frediano è sempre stato un quartiere no rosso…di più!
Vede, qui in San Frediano io ho imparato una cosa: che le case dei più poveri sono sempre state aperte.
C’è crisi di vocazioni oggi?
Le crisi ci sono perché ci si vuole poco bene tra noi preti. Nel senso che si deve esser pronti a giocare uno per tutti e tutti per uno. Purtroppo siamo frazionati perché abbiamo tante cose da fare, tante notizie, tutti i giorni cose nuove e poi…ci si vede poco. Ci sono i raduni dei vicariati ma c’è un grosso divario tra i preti giovani e quelli anziani.
E il futuro da che dipende?
I giovani non vedono più l’avventura. Quella del prete è la più bella della vita. Io dico sempre che se i ragazzi sapessero che cos’è il prete lo farebbero tutti.
Lei è Cappellano a Sollicciano: da quanto tempo si occupa dei detenuti?
Ora sono più di quarant’anni. Prima alle Murate, poi Santa Verdiana e quindi a Sollicciano.
Quante ne ha sentite in questi anni?
Tante…solo che la differenza tra la parrocchia e il carcere è che questi secondi sono tutti casi limite, in cui predomina l’aspetto del male. D’altra parte sono anche uomini e donne che soffrono. Qualcuno dice che tuttavia stanno bene in carcere…ma la sofferenza più grossa è che in carcere si sta male: quattro per cella, venti ore chiusi dentro con la televisione accesa.
Come si vive in carcere?
Bisogna vedere cosa s’intende per “vivere” in carcere. Per tanti ragazzi che arrivano qui e che fuori non sapevano come sbarcare il lunario, in carcere trovano da mangiare e da dormire quindi sono a posto. Però, per uno che conosce la libertà…è dura. Poi c’è il contatto con la gente, l’ascoltare gli altri cosa dicono di te. E non è vero che non gliene importa nulla. Per quelli della “uno bianca”, l’aver visto fuori il film in tv ha significato una tragedia. Venne una giornalista a intervistare quello di loro che ho io lì e lo ha fatto andar di fuori…ha passato una settimana che se non si è ammazzato è un miracolo. Purtroppo siamo abituati ai morti ammazzati. Ma quando muore uno è una tragedia anche per chi l’ammazza.
Che cosa dice Lei in carcere ai detenuti?
Prima di tutto cerco di dire loro: ricordatevi che il tempo che voi passate qui dentro non è sprecato perché qui soffrite e questa sofferenza non ha altra spiegazione che la croce del Signore. Quindi la vostra sofferenza è salvezza per il mondo intero. E un vero cristiano non è mai contro nessuno, ma al servizio di tutti, nonostante le idee che ognuno può avere.
Cambiamo argomento. Nella sua vita Lei ha avuto un amore grande: quello per la bicicletta. La chiamavano “il prete da corsa” non è vero?
Sì, per me andare da Ronta a Vicchio o a Firenze non era un problema, prendevo la mia bici e andavo. Ma venne il momento in cui il Cardinale mi disse di occuparmi dei ragazzi di San Frediano e di fare il cappellano alle Ferrovie; ma dovevo andare a dir messa anche al di là di San Casciano in una piccola parrocchia.
In che anno accadeva tutto questo?
Era il 1950. E in quel tempo intorno c’era molta passione e discussione. E qualcuno tra i ragazzi di San Frediano lanciò la sfida di andare a San Casciano e tornare: partenza dal Ponte alla Carraia, arrivare a San Casciano, dare un morso a una torta che attendeva lì e poi tornare qui al ponte. Però mi chiesero di dare loro un vantaggio. Una quarto d’ora volevano perché mi dicevano che ero più allenato. Incontrai Bartali, che ne frattempo aveva saputo della sfida, e mi disse: ‘Che fai, grullo, se gli dai un quarto d’ora non li riprendi. Devi arrivare prima di loro a San Casciano se no li riprendi più. Per questo non gli dare più di dieci minuti’.
E ascoltò il consiglio di Ginettaccio?
Sì, e infatti partii a tutta andatura e gli ultimi li ripresi a un paio di curve da San Casciano.
E in fondo, ad attenderlo, un trionfo vero?
Sì, anche perché allora non c’era niente, non c’era la tv, fu una festa di paese. Ma è rimasta storica quella cosa, con la gente per strada a vedere il prete in bicicletta. Addirittura dopo mi chiesero di partecipare al Giro d’Italia, ma già, subito dopo la sfida. Mi dedicarono la copertina della “Domenica del Corriere”.
Che cos’è che vorrebbe fare Don Cuba che ancora non ha fatto?
Esser più buono! Saper essere sempre più vicino a tutti in maniera più umile e costante.
Nella foto – tratta dal sito web www.gazzettinodelchianti.it – Don Cuba (a destra) insieme a Ghita Vogel e a Roberto Benigni.
