Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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C'era una volta una ruota "segreta" agli Uffizi

Nella carriera di giornalista sedotto dalla Storia e dalle storie di Firenze, qualche volta mi è capitato di imbattermi in situazioni davvero curiose. Come quella volta, nel dicembre del 2004, quando l’architetto Antonio Godoli degli Uffizi mi parlò della possibile esistenza di una “ruota” buontalentiana che, collocata al livello dell’Arno, avrebbe permesso – il condizionale è d’obbligo – di “portare l’acqua” al secondo piano dell’edificio degli Uffizi, dove si trovava la “fonderia medicea”.

Rimasi colpito dalla vicenda e ne scrissi un articolo per il Giornale della Toscana – dal titolo “Uffizi, l’acquedotto segreto progettato da Buontalenti” – che qui ripubblico in versione integrale. Buona lettura.

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Istinto, logica, ricerca, passione e un pizzico di fantasia, possono condurre a una grande scoperta? Chiedetelo all’architetto Antonio Godoli, degli Uffizi, e vi risponderà di sì. Quando infatti si pensava che sull’edificio, che ospita il museo più famoso del mondo, si sapesse tutto, ecco che salta fuori una novità che conferma i sospetti: prima che il XVI secolo finisse, l’architetto Bernardo Buontalenti aveva inventato il modo di «portare» l’acqua sino al secondo piano degli Uffizi, a oltre 20 metri d’altezza.

La scoperta

Mettendo insieme le conoscenze storiche del professor Giovanni Piccardi, ex-docente di chimica analitica, e quelle di Godoli, l’architetto degli Uffizi appena qualche giorno fa ha rintracciato una vano pressoché dimenticato sotto un edificio d’origine medievale (sul Lungarno degli Archibusieri, subito dopo l’angolo con via dei Georgofili) che fu aggiunto agli Uffizi vasariani proprio da Buontalenti. Questa sorta di «cantinone» – di cui si erano prese le tracce e ora riemerge grazie ai primi saggi in vista dei Grandi Uffizi – è profondo diversi metri: se uno si calasse al suo interno, una volta toccato il fondo, si ritroverebbe al livello dell’Arno. Ma in che cosa consiste la scoperta? Bene, quel vano sarebbe – finché le indagini non saranno completate è ancora d’obbligo il condizionale – l’alloggiamento di una grande ruota di legno che sarebbe servita a spingere l’acqua fino al secondo piano degli Uffizi, dove aveva sede la Fonderia Medicea.

A caccia di prove

In effetti Godoli, prima di avanzare ogni ipotesi, si è necessariamente documentato. «Il primo piano dell’edificio sotto a cui abbiamo trovato il vano misterioso – ha detto Godoli – era stato ridotto male dalla bomba del 1993. Intervenendo per i restauri, scoprimmo la ghiera di un pozzo nel solaio del primo piano. La cosa ci parve un po’ strana ma non avendo mezzi per fare ulteriori indagini, lasciammo perdere. E meno male che precedenti restauri non avevano fatto sparire le “prove”. Poi incrociando, quasi per caso, le mie conoscenze con quelle di Piccardi – ha proseguito – siamo giunti alla scoperta di questo ambiente. Che è ancora tutto da esplorare, studiare, capire. Non ci aspettiamo di trovare reperti utili per dimostrare l’esistenza della mega-ruota progettata da Buontalenti, ma certo i sospetti che si trovasse proprio lì ci sono. E anche ben fondati». Infatti sopra questo «cantinone» si trovano, oltre alla ghiera di pozzo suddetta, al secondo piano le sale dei Veneti del 500 (Veronese, Tiziano etc…), ovvero gli ambienti che una volta ospitavano proprio la Fonderia degli Uffizi. A conferma di ciò ci sono delle vecchie piante della Galleria, tra cui una della prima metà del XVIII secolo che riporta ancora l’assetto barocco che Cosimo III de’ Medici volle dare agli Uffizi. «La notizia della ruota per l’acqua progettata dal Buontalenti – ha detto Piccardi – la troviamo nel fascicolo del processo che tal Giuseppe Bianchi, primo custode degli Uffizi, subì nel 1768 perché accusato di aver fatto sparire dei beni. Quello è stato il punto di partenza di una ricerca che non si è ancora conclusa».

Stante l’esistenza della mega-ruota nel vano a livello d’Arno, tuttavia non è ben chiaro come potesse funzionare: «A mio parere – ha continuato Godoli – la Fonderia non aveva bisogno di molta acqua, così come mi sento di escludere la possibilità che fosse la corrente dell’Arno a spingerla, tipo mulino, altrimenti d’estate, col fiume in secca, tutto il marchingegno sarebbe stato inutile. Sono più portato a credere che la ruota servisse a creare una pressione meccanica dell’acqua, attraverso degli stantuffi. Comunque, credo ci siano pochi dubbi: al tempo dei Medici, l’acqua alla Fonderia, non si portava a mano coi secchi ma ci arrivava da sola».

Fucina di futuro e magia

La prima Fonderia, ai tempi di Cosimo, era stata impiantata a Palazzo Vecchio. Solo più tardi si spostò prima nel Casino di San Marco (intorno al 1580) poi agli Uffizi (intorno al 1587) e quindi a Boboli. La Fonderia, che prevedeva anche una terrazza dove venivano preparate medicine che necessitavano di un’esposizione al sole, come l’olio di scorpione, sotto la direzione di Bernardo Buontalenti fu centro di invenzioni e produzioni meravigliose. Basta citare ad esempio la fusione del cristallo di montagna, la produzione di porcellana artificiale, il commesso di pietre dure, i tentativi di moto perpetuo, gli ordigni bellici, gli esperimenti chimici e biologici di ogni tipo. Più prosaicamente, furono luoghi d’eccellenza per lo sviluppo della Firenze medicea di fine XVI secolo, dove sperimentalismo scientifico e figurativo convergeranno in nuovissimi risultati, alcuni dei quali a noi noti solo in parte.

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