
Tutto era iniziato quasi un decennio prima: il maggio francese, l’autunno caldo e Piazza Fontana, lo Statuto dei lavoratori, la nascita delle BR col rapimento Sossi e i primi omicidi, e il grande successo delle amministrative del 17 giugno 1975.
Dopo 29 anni – da quando cioè gli americani avevano caldamente “invitato” De Gasperi a far fuori i comunisti dal Governo nel 1947 – alle politiche del 20 e 21 giugno 1976 il partito guidato da Enrico Berlinguer aveva la possibilità di tornare al potere.
Esattamente 50 anni fa, in queste ore, gli italiani votavano per delineare quale sarebbe stato l’arco parlamentare della VII legislatura. Dopo i fatti cileni – in cui il Presidente Salvador Allende era stato ucciso – Berlinguer aveva proposto alla DC – partito di maggioranza relativa sin dall’inizio del secondo dopoguerra – il “compromesso storico”, una sorta di patto di legislatura per salvare l’Italia dagli attacchi alla democrazia resi ancor più pesanti dalla crisi energetica innescata dalla Guerra del Kippur dell’ottobre 1973.
Il clima politico italiano si rivelò rovente – di grande paura o di grande speranza, a seconda della propria fede politica, come non è più successo in Italia – durante quella campagna elettorale e la nonostante la pletora di partiti e partitini che si presentarono alle urne, mai il sistema politico italiano era stato così polarizzato. Paura o speranza di un successo del PCI? Lo sapeva bene anche Indro Montanelli che proprio in quell’occasione invitò gli italiani “a turarsi il naso e votare DC”.
Il 20 e 21 giugno di 50 anni fa votò il 93,40% degli aventi diritto – una percentuale altissima, oggi impensabile – e alla fine dei conteggi il PCI raggiunse il massimo storico del suo consenso ottenendo il 34,4% dei voti alla Camera (con 228 seggi), risultato che lo avvicinò sensibilmente alla DC che restò comunque il primo partito italiano con il 38,7% dei voti (262 seggi).
Il PCI aveva perso le elezioni, ma la strada era ormai tracciata e l’avvicinamento tra le due grandi forze politiche che rappresentavano la sinistra e il mondo cattolico era ineludibile, a tal punto che l’8 luglio 1978 una maggioranza di oltre l’80% dei parlamentari (mai così ampia) avrebbe eletto un socialista, Sandro Pertiti, alla Presidenza della Repubblica.
Il risultato fu la nascita del III Governo Andreotti, un monocolore DC sorretto anche dall’astensione del PCI e definito “governo della non sfiducia”. Si trattava di un governo ponte, fino al momento in cui realmente i comunisti avrebbero votato a favore di un esecutivo di solidarietà nazionale dopo quasi un trentennio.
Nacque così l’Andreotti IV, governo pentapartito con l’appoggio esterno del PCI, concepito grazie al lavoro di due grandi leader: Aldo Moro ed Enrico Berlinguer.
Ma proprio la mattina in cui il nuovo esecutivo veniva presentato in Parlamento, il 16 marzo 1978, Moro fu rapito dalle BR e gli uomini della sua scorta uccisi.
Per l’Italia iniziò un nuovo capitolo storico.
