
Mezzo secolo. Così tanto tempo è passato da quando vide la luce, anzi, le frequenze, Onda verde, una delle prime radio libere di Firenze. Nacque per motivi politici e per alcuni anni visse grazie a un cospicuo numero di volontari che si alternavano ai microfoni prima in Borgo Sant’Jacopo – a due passi da Ponte Vecchio – e poi in via Chiantigiana, lontano dal centro cittadino. Per me, come per molti altri, fu soprattutto una scuola di vita, che mi aiutò a capire chi ero, chi non ero, chi avrei potuto essere e chi non sarei mai stato. Quell’esperienza, per certi versi, mi ha segnato la vita e la ricordo con notevole nostalgia. Soprattutto per la musica che ascoltavo, trasmettevo e riascoltavo, e poi perché quei dischi, diversamente da oggi, non erano stati incisi “il secolo scorso”…
Il brano che segue è inedito, tratto da un libro inedito, che non si sa se vedrà mai la luce.
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12 – Onda Verde era una radio
Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide
No escape from reality
Open your eyes
Look up to the skies and see
I’m just a poor boy, I need no sympathy
Because I’m easy come, easy go
A little high, little low
Anyway the wind blows, doesn’t really matter to me, to me
Queen, Bohemian Rapsody, LP “A Night at the Opera”, 1975
Sundown dazzling day
Gold through my eyes
But my eyes turned within
Only see
Starless and bible black
Ice blue silver sky
Fades into grey
To a grey hope that oh years to be
Starless and bible black
King Crimson, Starless, LP “Red”, 1974
La mia sigla era Theme one dei Van der Graaf Generator di Peter Hammil. Un’apoteosi di tastiere, sax e percussioni, all’epoca già un po’ datata, ma assolutamente sconosciuta ai più. Eppure quel gruppo dal nome così strano, era uno dei pochi transitati in città per dei live poco più che clandestini; evidentemente il loro successo sarebbe arrivato più tardi.
Scritta da George Martin, il produttore dei Beatles che nel 2009 avrei incontrato di persona provando un’indicibile emozione, Theme one era un piccolo capolavoro che non mi stancavo mai di ascoltare, e per questo l’avevo scelta come approccio musicale del programma radiofonico che conducevo a “Onda Verde”.
Almeno un quindicennio prima che vedesse la luce il Centro di Coordinamento Informazioni sulla Sicurezza Stradale (anche CCISS – Viaggiare informati), che avrebbe poi realizzato lo spazio informativo di RadioRai, “Onda verde” era già esistita come emittente radiofonica.
Iniziò le trasmissioni nella tarda primavera del 1976 e conobbe tre diverse fasi. Io feci parte delle prime due, in altrettante sedi diverse, una in pieno centro, la seconda in prossimità delle prime dolci colline che circondano la parte sud di Firenze e la dividono la Chianti.
Ma per gente come me che in quegli anni considerava la musica alla stregua del pane, pressoché essenziale per vivere, lavorare in una radio rappresentava un traguardo incredibile, ed è per questo che ogni ricordo va depurato dal bozzolo di autocelebrazione entro cui finì sin da subito.
In effetti “la radio” fu una grande scuola, soprattutto di rapporti umani, di vita, ma non fu mai, per nessuno, un posto di lavoro, né fisso, né precario. Era volontariato, era fantasia, era divertimento, era amore, era amicizia, era palestra cerebrale e svago dagli obblighi studenteschi. Tutto insieme diventava un richiamo irresistibile
Personalmente mi ritrovai al microfono di questa giovanissima emittente fiorentina neanche tanto per caso, perché ne avevo vissuto, se pur esternamente, la genesi.
La “radio” nacque per motivi politici, per contrastare l’avanzata della parte avversa in FM. Fu così che un’organizzazione politica giovanile, grazie a dei facoltosi finanziatori, decise di “aprire” bottega ed invadere l’etere.
Grazie a importanti conoscenze, vennero concessi i locali di una canonica, in posizione centralissima, addirittura con l’affaccio sull’Arno.
La direzione della radio venne affidata ad una persona che, attraverso i suoi collaboratori più stretti, cercò di mettere insieme una squadra di speaker – si fa per dire – provenienti da due licei cittadini in perenne concorrenza tra di loro. Comunque nessuno aveva mai parlato davanti a un microfono e così tutti partivamo alla pari.
Fu Roberto, il mio compagno di classe, a cooptarmi in questa impresa, anche perché le mie conoscenze musicali, all’epoca erano già maggiori delle sue, mentre a lui interessava pressoché esclusivamente l’aspetto del marketing, che poi sarebbe diventato l’ambito dove crescere professionalmente.
La prima volta che salii la stretta scala che portava allo stanzone da cui trasmettevamo, ero tutto eccitato e pensai sin da subito di registrarmi per risentirmi e correggere eventuali errori. L’apparecchiatura con cui invadevamo l’etere sui 105.3 mhz, era un vecchio trasmettitore a valvole, che evidentemente funzionava meglio quando si scaldava un po’. Ma eravamo alle soglie dell’estate e il trasmettitore cominciò a scaldarsi tanto. Troppo. Accanto all’apparecchiatura c’era infatti uno strumento – il rosmetro – che serviva per misurare il “ros” (rapporto onde stazionarie): se saliva oltre un certo limite, il segnale invece di uscire dal trasmettitore, rientrava e provocava danni. Così almeno ci fu spiegato.
Ed il calore sviluppato proprio dalle valvole era una delle cause dell’aumento del “ros”, che ogni tanto – soprattutto nelle ore più calde della giornata – ci costringeva a prendere un pezzo di cartone e, mentre andava la musica e non eravamo impegnati al microfono, sventolare con energia le valvole per cercare di raffreddarle.
Non era pionierismo, ma età della pietra. Nonostante ciò, sentivo che dovevo mettermi alla prova, almeno per provare ad emulare le voci più famose di quel periodo. Era il 1976, le radio private (o libere, come si chiamavano allora), erano ai primi vagiti, per cui o si ascoltava la Rai (oltre a “Supersonic – Dischi a mach due”, ci si poteva divertire con le ultime stagioni di “Alto gradimento” con la coppia Arbore-Boncompagni) oppure ci si lanciava in imprese esterofile, come l’ascolto – in AM s’intende – dei programmi di Radio Luxemburg, ma soprattutto le classifiche di “Top of the Pops” in onda sulle radiofrequenze della BBC, introdotte dall’inconfondibile voce di Brian Matthew. Ecco, io cercavo di imitare lui, con risultati disastrosi.
Un po’ perché nessuno mi aveva mai insegnato come si sta davanti a un microfono, un po’ perché i mezzi tecnici erano quelli che erano, per cui i sogni spesso si rivelavano degli incubi.
Ma l’esperienza fu comunque molto utile, sotto tanti aspetti. Innanzi tutto conobbi tanti nuovi amici, venendo a contatto anche con altri gusti musicali – in qualche caso la mia proverbiale presunzione entrò un po’ in crisi – e per esempio ascoltai per la prima volta, anche se in versione parodiata, Bohemian Raphsody dei Queen (che fino a quel momento non conoscevo affatto) grazie a tre speaker radiofonici di Onda Verde che, dieci anni prima che s’imponesse la Gialappa’s Band a Radio Popolare, avevano messo su il trio Los tres caballeros, con il quale facevano scherzi radiofonici, prendevano in giro un po’ tutti, caricaturavano brani e persone e ottenevano un certo successo.
Personalmente ho sempre scelto di trasmettere la sera, dopo cena, dalle 21 alle 24 o giù di lì. Preferivo esser solo nello stanzone, mentre di mattina e di pomeriggio c’era un continuo viavai di persone e pochi avevano rispetto di chi, in quel momento, stava trasmettendo.
Per cui la sera, talvolta la notte, diventava il mio regno. Non potendo contare su una dotazione di dischi così vasta come avrei voluto, mi arrangiavo con le musicassette, con i nastri già preparati (al punto giusto per essere trasmessi) a casa. Insomma, cercavo di prevedere una scaletta di brani che avesse un senso, che non fosse sempre uguale, ma permettesse anche di fare dei ragionamenti sui brani, prima e dopo la loro messa in onda.
Tuttavia la mia eterna ambizione mi spingeva sempre ad aggiungere nuovi spazi all’interno delle mie ore di trasmissione e forse già da allora dovevo accorgermi che la sana curiosità che sta alla base di ogni giornalista, covava sotto lo spesso strato di ingenuità e presunzione giovanilistica.
Cominciai a chiedermi come potevo arricchire le mie trasmissioni, che musicalmente ogni sera si presentavano infarcite dei brani che preferivo, perché chiaramente non avevo limiti e gusti da rispettare.
Tra un brano e l’altro, pensai fosse giusto dare delle informazioni sul brano, sul gruppo ricavando notizie qua e là dove capitava. Ma certo non ero soddisfatto.
Fu quasi per caso che un giorno, camminando per le vie del centro, notai fuori da una libreria, la locandina in inglese che aveva tutta l’aria di essere relativa a un giornale di musica.
Entrai, chiesi notizie e mi tirarono fuori da una pila di pubblicazioni straniere, uno spesso giornale con un formato strano (tabloid), scritto in un inglese non proprio comprensibile per uno studentello di quarta liceo.
Era il Melody Maker, uno dei settimanali musicali più autorevoli d’Europa. Lo acquistai (non costava poco) e prenotai subito la copia successiva.
Passai diverse serate a studiarmelo, cercando di tradurre – vocabolario inglese-italiano alla mano – gli articoli che mi parevano più interessanti; soprattutto quelli dove scorgevo nomi di gruppi e di artisti che conoscevo.
Avevo scoperto una miniera e da quella volta durante ogni trasmissione ero in grado di dare delle notizie in anteprima rispetto agli altri giornali di musica, che chiaramente attingevano le news dalla stessa mia fonte.
Altre volte mi divertivo a intervallare i brani che trasmettevo con degli aforismi, delle freddure, delle battute che ricavavo (sempre citando la fonte) da libri di umoristi di chiara fama, come Marcello Marchesi.
Sempre nell’ambito della “radio”, durante i lunghi pomeriggi di ascolto, si prendevano delle discussioni musicali che talvolta si accendevano perché ognuno voleva far valere la sua ammirazione per questo o quel gruppo. In particolare discutevo spesso con una ragazza che soprannominai Milady, che si intendeva solo di Pooh, Sandro Giacobbe, Claudio Baglioni e poco più. Trasmetteva la mattina ed era la cugina del capo. Musicalmente per me aveva dei problemi…
Alcuni mesi dopo, la sede della “radio” traslocò dal centro alla periferia sud della città e dal momento che per me si stava avvicinando il momento della maturità – periodo in cui avevo già considerato di perdere tanta libertà di movimento – cercai di mettere a frutto il tempo che dedicavo a trasmettere, anche perché continuavo a coprire una fascia “delicata” della giornata di trasmissione, con proposte sempre all’altezza.
Non ottenni soddisfazione per cui mi parve sconveniente continuare ad andare a trasmettere gratis, anche perché la distanza da casa, rispetto alla prima sede in centro, era più che raddoppiata e i costi erano quindi aumentati.
Così com’era iniziata, con grandi aspettative e passione, l’esperienza a Onda Verde per me finì una mattina quando un collega, entrando nella sala di trasmissione, la trovò completamente vuota. Nonostante non esistessero ancora i telefoni cellulari, la notizia del furto delle apparecchiature (trasmettitore, piatti, piastra, cuffie, microfoni etc…) si propagò alla velocità della luce e fu la giustificazione per ritirarmi in buon’ordine.
In effetti di lì a poco Onda Verde sarebbe rinata, ma quel nuovo capitolo della sua storia non mi appartiene.
Anni dopo, ebbi l’occasione di trasmettere in altre due emittenti radiofoniche locali, dove si stavano formando i vari Carlo Conti, Marco Baldini, Gianfranco Monti, tanto per fare qualche nome.
In queste emittenti continuavo a trasmettere il mio amatissimo rock, nonostante la situazione fosse in rapida evoluzione. Un nuova onda – letteralmente new wave, ma a cui si aggiunse il movimento punk rock – come uno tsunami di note e di decibel, travolse un po’ tutto e tutti. Un’orda di ragazzini, soprattutto inglesi (ma anche dagli Usa arrivarono gruppi di esagitati con la voglia di spaccare tutto prima ancora che di suonare) riempirono le radio e gli scaffali dei negozi di dischi.
In pochi mesi i vari Sex Pistols, Clash, Ramones e molti, molte altre boy bands caratterizzati da giovanissimi in canottiera, piercing e capelli dritti come spilli, balzarono agli onori delle cronache musicali dando il loro contributo per chiudere il capitolo più entusiasmante della storia del rock.
Io presi molto sul serio quella novità, tanto che chiesi al mio amico Roberto se mi segnalava un amico di madrelingua inglese o americana per registrare su nastro la corretta pronuncia di tutti quei nuovi nomi. Lo trovammo e una sera lo invitai a casa mia per fare la registrazione. Basandomi anche sugli spazi che il Melody Maker dedicava a questi nuovi gruppi, individuai un centinaio di nomi di band e musicisti e glieli feci leggere, lasciando sempre un po’ di “bianco” (cioè di silenzio) dopo la pronuncia. Nelle intenzioni, proprio in quello spazio io avrei dovuto ripetere correttamente il nome appena pronunciato dal nostro amico americano. L’iniziativa ebbe successo e per un po’, evidentemente, la mia pronuncia alla radio fu la migliore.
Tuttavia a me la new wave non è mai stata troppo simpatica: troppo sguaiata, troppo poco elaborato quel tipo di musica. Era una delusione. O forse stavo già cominciando a invecchiare.
Fatto sta che altri, alla radio, intensificarono la trasmissione di quel genere di musica, anche se poi si trattò di esperienze sporadiche, meno significative, che niente aggiunsero alla storia, straordinaria, di Onda Verde, dove alle dieci di sera potevo trasmettere per intero Starless dei King Crimson, che durava oltre 12 minuti, oppure tutta la prima facciata di Ricochet, dei Tangerine dream, che di minuti ne durava oltre 17, senza che qualcuno mi interrompesse per la pubblicità o per altri motivi. Anzi, a fine brano c’era chi telefonava alla radio e mi ringraziava. Era il mio personale “audiradio” e mi soddisfaceva molto.
(Nella foto in logo di Onda verde, concepito e realizzato da Roberto Fedi nella primavera del 1976)
