
“Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. E allora eccola una buona storia.
Scolpita nel 1590 da Pietro Francavilla, allievo di Giambologna, sin dal 1608 la statua della Primavera adorna l’angolo nord di levante del Ponte Santa Trinita. Per colpa delle mine dei nazisti in ritirata, il 4 agosto 1944 la Primavera fu danneggiata gravemente, perdendo la testa e buona parte del braccio destro che finirono in Arno. La testa fu ritrovata nel 1961, mentre il braccio era ritenuto totalmente disperso. Invece nella primavera del 2005 scrissi due articoli consecutivi raccontando la storia pregressa di quel braccio mancante e di uno strano reperto in un armadietto dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze che aveva tutta l’aria di essere una parte consistente del braccio mancante (da metà omero fino a oltre il gomito). Il “ritrovamento” – se così possiamo chiamarlo – fu di Carlo Biliotti, esperto restauratore di materiali lapidei dell’Opificio delle Pietre Dure e figlio di Alfonso che nel 1961 lavorava nello stesso istituto. Si dovette attendere il novembre del 2006 quando quel reperto di una quindicina di chili venisse riattaccato alla statua colmando, almeno in una buona parte dell’arto, la vistosa lacuna. Ecco di seguito i testi dei tre articoli che pubblicai su il Giornale della Toscana.
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27.04.2005 – La statua della “Primavera” con il braccio chiuso nell’armadio
Più di 40 anni chiuso in un armadio dell’Opificio delle Pietre. Praticamente dimenticato o quasi ignorato. Sicuramente sconosciuto ai più. É un piccolo blocco di marmo bianco, di una quindicina di chili, lavorato da mani esperte e che potrebbe essere il gomito della Primavera di Pietro Francavilla, la più nota delle quattro statue che da quasi quattro secoli adornano il Ponte Santa Trinita.
Passato e presente a confronto – Il suo «rinvenimento», se così si può definire, è da attribuire a Carlo Biliotti, capotecnico del settore materiali lapidei dell’Opificio di via degli Alfani, che, qualche tempo fa, si è ricordato di quel pezzo di marmo finemente lavorato che gli aveva consegnato – quasi si trattasse di un’eredità – suo padre Alfonso negli anni Sessanta. Anche lui è stato per decenni capotecnico all’Opificio e spesso, rivolgendosi al figlio, gli diceva: «Ricordati che forse quello è il braccio della Primavera». Poi però nessuno si è mai preso la briga di costruire un ponticello o, al limite, di poggiare una scala alla statua all’angolo con Lungarno Acciaiuoli, e «presentare» quell’oggetto al moncone della scultura di Francavilla, per vedere se si trattasse proprio della parte mancante.
In tutti questi anni, soprintendenti e direttori dell’Opificio hanno ignorato che un grigio armadietto con le ante scorrevoli, forse celava un «pezzo» di storia. Non hanno potuto provarlo Ferdinando Rossi, Bemporad, Forlani Tempesti, Morium Dolenzini, Umberto Baldini, Antonio Paolucci e Giorgio Bonsanti; probabilmente toccherà a Cristina Acidini, quale attuale Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, mettere in moto un meccanismo di «verifica manuale» in grado di dare una risposta: quel blocco di marmo è o no una parte del braccio mancante della Primavera? Dovrà avvenire di concerto con le Belle Arti del Comune di Firenze – che hanno competenza su statue e ponti – anch’esse assolutamente all’oscuro dell’esistenza di un simile reperto. A vederlo da vicino e potendo mettere a confronto solo le fotografie, pare ci siano pochi dubbi, ma non si può mai dire. Certo che la questione è quanto meno curiosa: Carlo Biliotti per decenni non ne ha parlato con nessuno, anche perché quel marmo «non appartiene all’Opificio: d’altronde non esiste alcune verbale di consegna o ritiro dell’opera. Posso solo dire che qualche tempo fa ne ho parlato con qualcuno delle Belle Arti del Comune, ma non ho trovato molto interessamento. Così ho deciso di rivolgermi al Giornale della Toscana, nell’interesse di restituire alla città un pezzo di scultura che le appartiene. Il mio unico obiettivo è che quel gomito, se è della Primavera, sia riattaccato alla statua del Francavilla. Sarà anche un modo per rendere omaggio alla memoria di mio padre, che nutriva per Firenze un amore immenso».
Tutti a cercar la testa – La statua della Primavera, come quelle delle altre tre stagioni, furono collocate sul Ponte Santa Trinita nel 1608, in occasione delle nozze di Cosimo II de’Medici e Maddalena d’Austria. Fu durante la veloce ritirata tedesca, durante la seconda guerra mondiale, che tutti i ponti fiorenti, ad eccezione del Ponte Vecchio, furono distrutti. Anche il Ponte Santa Trinita, all’alba del 4 agosto 1944, subì la stessa infausta sorte. Le statue subirono gravissimi danni e, al momento della loro ricollocazione sul ponte ricostruito (gennaio-febbraio 1957), la Primavera appariva mancante della testa e di gran parte del braccio destro. In molti pensavano che i pezzi mancanti fossero rovinosamente caduti in Arno in seguito alle esplosioni di 13 anni prima, ma intanto testa e braccio non si trovavano. Per il ritrovamento delle testa venne promessa una ricompensa di 3mila dollari e furono fatti volantini (persino in tailandese) e annunci su giornali neozelandesi. Poi alle 10.15 del 7 ottobre 1961, la testa riemerse dalle melmose acque dell’Arno, 150 metri più a valle del ponte. Ma del braccio nessuna traccia. Anzi: persino la ricerca di una fotografia che testimoniasse com’era la Primavera prima del 1944, è stata un’operazione laboriosa. Dopo aver visitato archivi e biblioteche delle soprintendenze fiorentine, solo nell’ordinatissima fototeca dell’Istituto Germanico di Storia dell’arte, abbiamo avuto la possibilità di ammirarla così come Pietro Francavilla (già collaboratore del Giambologna) l’aveva realizzata 4 secoli fa. Ed è stata un’emozione.
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28.04.2005 – “Quel braccio è della Primavera”
Adesso la verifica manuale va fatta. Prima possibile. Solo ieri abbiamo pubblicato la storia di un possibile frammento del braccio della Primavera – una delle quattro sculture che adornano il Ponte Santa Trinita – che per decenni è rimasto chiuso in un armadio dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
E sempre ieri, quasi inaspettata, è giunta in redazione la e-mail di Piero Micheli, che nell’autunno del 1974 – l’epoca del ritrovamento del frammento nelle melmose acque dell’Arno – era a capo dell’ufficio Belle Arti del comune di Firenze. Insomma: un testimone diretto di un avvenimento che, di fatto, avvalora le nostre ipotesi avanzate ieri e ci induce a chiedere, una volta per tutte, che si agisca per far chiarezza sulla vicenda.
Come testimoniano i numerosi ritagli di quotidiani dell’epoca (datati 16 ottobre 1974) gelosamente conservati dall’architetto Piero Micheli, il «gomito» della Primavera saltato via (insieme alla testa) il 4 agosto 1944 per colpa delle mine tedesche, fu rinvenuto da Sergio Pastorini, di professione cercatore o cenciaiolo, sanfredianino purosangue. A Pastorini piaceva andare alla ricerca di «tesori» (aveva rinvenuto anche un cartiglio originale del Ponte Santa Trinita poi finito in museo perché al suo posto era stato collocata una copia) e spesso si aggirava intorno ai luoghi dove le draghe grattavano il letto del fiume.
E infatti il «gomito» della statua scolpita da Pietro Francavilla, fu trovato a poca distanza dal punto dove, 13 anni prima, era stata rinvenuta la testa della Primavera. Come riportano le cronache dell’epoca, Pastorini consegnò subito il reperto a Micheli, il quale lo mostrò sia all’allora assessore alle Belle Arti, Marcello Fazzini, sia al sindaco, Giancarlo Zoli. Quindi, dopo le rituali comunicazioni alle soprintendenze alle gallerie e ai monumenti, venne effettuato un rapido sopralluogo grazie a cui fu dimostrato che il frammento combaciava perfettamente col moncone del braccio destro della statua.
A questo punto la cosa più logica sarebbe stata quella di riattaccare il frammento, così come era stato fatto con la testa nel 1961. Invece le cose andarono diversamente e Micheli ha raccontato al Giornale della Toscana la sua versione. «Il frammento – ha scritto l’architetto – fu consegnato all’Opificio delle Pietre Dure, nelle mani di Alfonso Biliotti, tecnico restauratore di quell’Opificio, con il quale aveva avuto e avrebbe avuto in seguito altri rapporti di lavoro (fra le altre cose lo spostamento della Pietà di Michelangelo dal Duomo alla Chiesa di Santo Stefano al Ponte per le mostre medicee del 1980, prima del suo definitivo spostamento al Museo dell’Opera del Duomo). Sono convinto – ha proseguito Micheli – che in Soprintendenza o all’Opificio sia sopraggiunto il dubbio che si trattasse di un frammento apocrifo e che l’abbiano trascurato, dimenticandosi di effettuare le necessarie verifiche. Sono contento – ha concluso l’ex capo delle Belle Arti fiorentine – che questo sussiste ancora a quasi 31 anni dal ritrovamento, anche se chiuso in un armadio e mi auguro che questa riscoperta da parte di Carlo Biliotti, figlio di Alfonso, riproponga il problema della sua autenticità e, in caso affermativo, il conseguente ricongiungimento alla statua». Nonostante ciò, quel che è effettivamente accaduto in tutti questi anni, non è ben chiaro. Ad esempio Micheli ha detto di ricordare alcune obiezioni alla ricollocazione del frammento, a causa del diverso colore del marmo; ma anche la pietra meno porosa, dopo 31 anni trascorsi immersa nel fango dell’Arno, avrebbe assunto un colore diverso, più scuro. Così come i metodi di pulitura di metà anni Settanta, non sono gli stessi di oggi, per cui – come affermato spesso da Marco Ciatti, direttore del laboratorio restauri della Fortezza – a volte i ritardi non sono così dannosi. Comunque adesso una verifica definitiva, esaustiva e pubblica s’impone, nel rispetto del patrimonio artistico cittadino che è fatto anche di questi piccoli elementi (e siamo certi che non sarà l’ultimo su cui porremo l’attenzione). Toccherà ancora una volta all’ufficio delle Belle Arti di Firenze, che ha competenza su ponti e statue, occuparsi della questione e agire – speriamo – in tempi rapidi. L’auspicio è che ciò avvenga di concerto con l’Opificio delle Pietre Dure, che ha il know how necessario per supervisionare il felice epilogo di questa strana vicenda.
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22.10.2006 – La “Primavera” di Francavilla riavrà presto il suo braccio: l’intervento inizia il 2 novembre
La Primavera dovrà attendere ancora qualche giorno, poi finalmente riavrà il suo braccio. Tra le polemiche, ma lo riavrà. Alla statua di Pietro Francavilla, se le condizioni meteorologiche lo permetteranno, sarà riattaccato il moncone del braccio destro, che finì in Arno nel ’44 per colpa delle mine tedesche. Ieri poteva essere la volta buona, ma la necessità di effettuare un riscontro visivo anche da distanza (soprattutto per stabilire la giusta rotazione del moncone rispetto al resto del braccio della statua), ha fatto slittare di due giorni la conclusione dell’operazione.
Il protagonista dell’intervento di ricollocazione al suo posto del pezzo di marmo scolpito – che da quando fu staccato è al centro di una storia avventurosa che ha dell’incredibile – è Carlo Biliotti, uno dei tecnici più esperti del settore lapideo dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.. Tuttavia la sua “operatività” a qualcuno non è andata a genio e perfino la presenza, ieri sul posto, del nostro fotografo e di una troupe della Rai, non è stata apprezzata. Che significa? Le telecamere si devono muovere solo per i restauri show?
Gioverà ricordare che a “denunciare” che c’era un braccio da riattaccare alla statua di Francavilla, era stato proprio il Giornale della Toscana, un anno e mezzo fa. Così, finalmente, ieri oltre a Biliotti hanno presenziato ai piedi della statua, la soprintendente (per il Polo museale e per l’Opificio) Cristina Acidini, la direttrice del settore restauro lapideo, Alessandra Griffo e l’architetto delle Belle Arti del Comune di Firenze, Claudio Cestelli. Acidini l’ha definito l’intervento “un po’ troppo di corsa” e affermato che tutto è stato organizzato da Biliotti,all’insaputa degli altri. Il ragionamento è giusto, ma il permesso per il ponteggio (montato il 2 novembre) è stato predisposto in Comune, quindi qualcuno, a Palazzo Vecchio, sapeva eccome. Cestelli e Griffo, da parte loro, si sono lamentati anch’essi della presenza dei media, chiamati, a loro dire, dallo stesso Biliotti. Di sicuro a chiamare fotografi e teleoperatori non è stato il Servizio Belle Arti del Comune, che aveva “scordato” da ben 32 anni il pezzo del braccio (ritrovato nel ’74 sul greto dell’Arno) e quindi aveva tutto l’interesse a pubblicizzare il meno possibile questa dimenticanza. Infine per quanto riguarda la responsabile del settore restauro dell’Opificio, Alessandra Griffo, forse avrebbe preferito gestire in prima persona la faccenda, ma non si sarebbe risolta in così breve tempo. A lei, forse, sarebbero mancati la passione di Biliotti e il ricordo del babbo Alfonso, che idealmente gli affidò il “compito” di rimettere a posto il braccio prima di lasciare questa vita.
Nelle tre foto in alto: la statua della Primavera com’era prima dei danni dell’agosto 1944 (foto a sinistra); la statua “decapitata” e senza braccio destro come appariva tra il 1944 e il 1961 (foto centrale); la statua come la si vede oggi, cioè con la testa ricollocata nel 1961 e il gomito tornano a posto nel novembre del 2006.
