
Dante Alighieri si affacciò ai terzo millennio una mattina di settembre del 2004. In un antico palazzo della Firenze medievale, durante alcuni lavori di consolidamento di una parete, dietro uno spesso strato d’intonaco fu scoperto un grande affresco con quattro figure di uomini illustri, due non riconoscibili, due identificabili con Giovanni Boccaccio e, appunto, Dante Alighieri. (nella foto)
L’affresco, dipinto tra il 1375 e il 1406, era ciò che rimaneva delle pitture originali della Sala delle udienze dell’Arte dei Giudici e Notai, una delle più ricche e potenti della Firenze pre-rinascimentale, e grande fu la sorpresa della sua scoperta. Ma ancor di più quella del profilo dantesco – oggi ben visibile – senza il consueto naso aquilino. Un ritratto fedele alla realtà o una “libera interpretazione”? Non lo sapremo mai.
Tuttavia il ritrovamento ribadì il fascino misterioso del divin poeta e fece scalpore ma non a Firenze, città che ne ha sempre rispettato la memoria (fino a “inventarsi” una “Casa di Dante” a solo uso e consumo di frotte di turisti creduloni), ma che non ha mai amato così tanto. E nessuno, nel capoluogo toscano, rimpiange il fatto che le sue spoglie siano custodite in un tumulo attiguo a una cappellina nei pressi della Basilica di San Francesco, a Ravenna, cioè in terra d’esilio, dove era stato spedito quasi vent’anni prima della sua morte avvenuta nel 1321.
In effetti nel 1865, durante un’ispezione alla sua sepoltura in occasione del 600° anniversario della sua nascita, le sue ossa tornarono temporaneamente alla luce insieme a un messaggio scritto nel 1677 che ne certificava l’attribuzione. Nelle concitate fasi dell’operazione, un bolognese di nome Maurizio Pancerasi, sottrasse “due pezzetti” di ossa di Dante e tentò di venderli al Comune di Firenze poiché “credeva di fare un gran regalo ai fiorentini”. Gli rispose a stretto giro il Gonfaloniere toscano intimandogli di rimettere a posto le spoglie, manifestando quindi rispetto per la legge, per la memoria del defunto e ribadendo la distanza tra Firenze e il suo illustre figlio.
Neanche la sua opera più famosa, La Divina Commedia, ha avuto vita facile a Firenze. I fatti lo dimostrano: il primo libro a stampa a Firenze – un volume di commenti all’opera di Virgilio stampata da Bernardo e Domenico Cennini – fu realizzato nel 1471. Per la prima edizione a caratteri mobili della Commedia di Dante occorsero però altri dieci anni: solo nel 1481 a Firenze infatti vide la luce la prima edizione a stampa di Niccolò di Lorenzo della Magna, con il commento neoplatonico di Cristoforo Landino, della cerchia di Lorenzo il Magnifico, e le incisioni di Baccio Baldini su disegno di Sandro Botticelli. Il lasso temporale tra il primo libro a stampa e la prima edizione (sempre a stampa) della Commedia di Dante lo possiamo giustificare col timore degli stampatori che, in un’epoca ancora dominata dal latino, un’opera in volgare non riscuotesse così tanto successo da permettere un guadagno all’imprenditore che rischiava di tasca propria. Insomma, in termini moderni potremmo dire che dipendeva dal raggiungimento almeno del breakeven point…
Senza contare che per avere la prima traduzione in inglese della Divine Comedy si deve attendere il 1802, ovvero cinque secoli dopo la sua stesura.
All’inizio del Novecento la Commedia venne perfino usata da un autore in vernacolo fiorentino, Venturino Camaiti, per farne un “oratorio burlesco”, lui che dietro le sue spalle poteva vantare un mondo antico e solidissimo di cultura popolare quotidiana, un mondo che vien da lontano e che sa riconoscere i suoi, consapevole di dove provocare e “meleggiare” e di dove fermarsi per non cadere, mai, nello scurrile, nel compiacimento gratuito del goliardismo.
Il parallelo tra Camaiti e altri protagonisti di questo teatro che vien dal basso, dai circolini di campagna, dove la Commedia la si imparava a memoria sin da piccoli (senza averla studiata a forza a scuola), dove ci si dà il buongiorno in ottava rima, ci conduce direttamente al mondo di Roberto Benigni e Carlo Monni. Quest’ultimo, scomparso nella primavera del 2013, è sempre rimasto fedele all’impronta primordiale, ma nell’estate del 2012 offrì un summa del suo amore per Dante proponendo uno spettacolo in cui gli aneddoti dell’attore di Champs sur le Bisence (Campi Bisenzio, alle porte di Firenze) si mischiavano alle atmosfere dell’Inferno di Dante. E non a caso oggi il Teatro di Campi, che prima si chiamava “Teatro Dante”, è diventato “Teatrodante Carlo Monni”.
Altra cosa Benigni, che proprio della prima cantica della Commedia ne ha fatto un evento spettacolare sia in versione televisiva, sia live in giro per l’Italia, ne ha tratto uno strumento di successo e di riappacificazione tra l’italiano medio (e il fiorentino) e Dante, e lo ha trasformato in un business. In totale il “piccolo diavolo” ha tenuto banco per 130 repliche dal vivo del suo applauditissimo “Tutto Dante” tra il 2006 e il 2013, che hanno richiamato circa un milione di spettatori, mentre in tv i fans di Benigni e dei canti spiegati prima e declamati poi, si contano a decine di milioni tra il 2007 e il 2008 (anno in cui uscì anche un suo libro su Dante prefato da Umberto Eco), e poi nel 2013: “La Divina Commedia è l’opera letteraria più grande del mondo, dobbiamo veramente volergli bene”. E ancora: “Dante Alighieri ci ha lasciato l’apice di tutte le letterature. Io sono un uomo di spettacolo e gli uomini di spettacolo vengono dalla narrazione perché devono saper raccontare. Quindi sono anche un uomo di lettere, se vogliamo buttare là, e anche uno piuttosto esigente, nel senso che quando leggo mi piace proprio godere della lettura, il piacere della lettura. Quando dico perciò che la Divina Commedia è veramente la vetta delle letterature – disse Benigni -, lo dico proprio per il piacere della lettura e per il fatto di non respingere un amante straordinario come Dante Alighieri, il quale ci ha regalato una cosa così bella che, come dice il poeta, ‘chissà cosa abbiamo fatto di straordinario, di cui ci siamo dimenticati, per esserci meritati un dono così bello come la Divina Commedia’. E’ come se Dio avesse detto: ‘Sono stati talmente bravi, boni, che li voglio premiare, gli do uno che gli scrive la Divina Commedia”. Questo è una cosa spettacolare, forse ce ne siamo dimenticati. Quindi c’è anche il canto, la musicalità, c’è il racconto e, naturalmente, la poesia”.
La dedizione di Benigni nei confronti di Dante e della sua commedia è stata totale, come lui stesso spiega: “L’uomo, l’umanità, non è solo quello, ma è anche questo. Come nel cinema. Avete visto nel racconto, quando alla fine si arriva… c’è un giallo, non si capisce cosa è accaduto e improvvisamente parte la dissolvenza e dice: ‘Quella sera mi trovavo lì’. Si vede il protagonista che si muove e ci fa vedere esattamente quello che è accaduto. è una goduria! E così fa Dante. Ma se lo inventa, così come è. Nessuno lo sa, però lui ce lo fa sembrare vero. Perché ciò che è bello diventa vero! La grandezza di Dante è che in 100 canti non viene mai meno l’intensità. Non ho mai letto niente, nemmeno Shakespeare – cioè qualche volta, forse nel Macbeth – c’è un’intensità dall’inizio alla fine così potente come c’è Dante. Ma in Dante, in ogni verso, in ogni canto, c’è un’intensità che non viene mai meno. è un libro che si volta pagina e si applaude – prosegue il regista-attore-. Ci sono delle pagine che uno da sé solo comincia ad applaudire. Non si capisce…. Io mi son trovato in camera a dire ‘Bravo!’ così, al libro. Poi mi son guardato intorno: ‘Ecco, ora se veniva sant’Agostino vedeva l’urlata, vero… invece di leggere a bassa voce’. L’influenza dantesca si sente, ma non solo in Europa, si sente negli americani. Moby Dick, se voi pensate a Moby Dick, Melville, che è la centralità della letteratura americana, come fa Melville a non aver letto l’Ulisse? Infatti l’aveva letto Melville nella traduzione del Longfellow che è quella classica americana, che tutti sappiamo che era spettacolare. Un po’ barocca, però strepitosa. E quando in Moby Dick muore il capitano Achab è uguale al finale dell’Ulisse di Dante”.
E parlando dei suoi live aggiunse: “È stato un lavoro meraviglioso, questa esperienza la conserverò come uno dei ricordi più importanti ed emozionanti della mia vita”.
A conti fatti, quindi, Dante e la Divina Commedia sono stati anche un affare d’oro per Benigni, a tal punto che l’attore regista si decise a scrivere una lettera di ringraziamento a Dante per “avvertirlo che al Poeta stavano arrivando i soldi dei diritti d’autore”. In essa, tra l’altro, scrisse: “Innanzitutto ti voglio ringraziare perché con la tua Divina Commedia mi hai fatto innamorare della poesia, che è la cosa più bella del mondo, mi hai fatto sentire il bene e il male, mi hai fatto andare a letto impaurito, mi hai portato con te dappertutto, in Lunigiana, in cielo, dall’altra parte del globo…, mi hai fatto piangere e morire dal ridere, anche se hai scritto in una lingua difficilissima, misteriosa, incomprensibile, che per capirla ho dovuto farmela spiegare dai miei nonni analfabeti…”. Come dire… siamo tornati al punto di partenza…
E a proposito di lingua, strada facendo Benigni ha raccolto una raffica di critiche, talvolta anche aspre, da Franco Zeffirelli, fiorentino doc, poco incline ai compromessi. Zeffirelli cominciò col chiedersi in che modo, Benigni, essendo marxista “come può intendere la profondità di Dante? Ci vuole cuore, e dubito che quel signore lo abbia – disse il regista, aggiungendo che di ciò che diceva si assumeva “tutte le responsabilità”. Secondo Zeffirelli “Benigni trionfa grazie ad un clima culturale compiacente ed ammiccante. Basta guardare il Tg1, che in ogni edizione della sera gli dedica ampio spazio anche solo per uno starnuto. No, io non riesco ad essere falso e ad allinearmi alla moda del momento: boccio Benigni su tutta la linea, non mi piace, con buona pace – conclude – dei suoi servi sciocchi”. In seguito Zeffirelli rincarò la dose e disse che ascoltare Benigni che legge la Divina Commedia equivale a “una bestemmia, sa di montanari dell’Appennino e non di Firenze”. E chiosò che il successo di “Tutto Dante” era dovuto al fatto che “Benigni è associato al pagliaccio, e il clown ha sempre la sua clientela. Se la Divina Commedia l’avesse letta Grillo, ci sarebbe stato lo stesso pubblico a sentirlo”. Era il 2008. Sei anni più tardi, nel 2014, il regista torinese Louis Nero, si è rivolto a Zeffirelli per interpretare se stesso nel docufilm “Il mistero di Dante” che strizza l’occhio agli aspetti più esoterici dell’attività del Poeta,
Nonostante il giudizio sprezzante del regista 93nne, a Benigni va riconosciuto il merito del riavvicinamento della Divina Commedia agli italiani, anche attraverso la tv, solitamente poco disposta a mediare faccende culturali di spessore.
Non a caso prima di Benigni (e, con molto meno appaeal, di Vittorio Sermonti) era stato un altro fiorentino a portare il Poeta sul piccolo schermo: Giorgio Albertazzi. Era il 1965 e le tre puntate dello sceneggiato intitolato Vita di Dante andarono in onda poco prima di Natale. Un sentimento, quello tra Albertazzi e Dante, mai dimenticato ma, anzi, alimentato talvolta dal bisogno estremo dell’attore di “prendere a prestito” certe espressioni della Commedia. Come quando nel 2009 l’attore declamò il III Canto dell’Inferno tra le rovine dell’Aquila appena colpita dal terremoto, e lo fece andando “ne la città dolente”. Quattro anni dopo, in occasione di uno stage per giovani attori, Albertazzi sottolineò ancora il suo legame per il Poeta affermando che “Dante è in ogni uomo del pianeta che vive sapendo che dovrà morire”, mentre nella tarda primavera del 2014 sul Ponte Vecchio, lesse il XXVI Canto dell’Inferno dopo aver ricordato di aver “amato Dante fin da piccolo perché sono stato innamorato della mia professoressa di latino. Avevo 12 anni e lei aveva occhi verdi e capelli rossi. La amavo pazzamente. Mi chiamava sempre alla cattedra a recitare Dante”. E poi aggiunse: “Sono emozionato. Firenze è sempre antica e attuale, non è né una madre né una fidanzata, è come una sposa che ti mette le corna, più ti tradisce più la ami”. Un concetto caro anche a Dante stesso che nel XXV Canto del Paradiso scrive: …con altra voce omai, con altro vello/ritornerò poeta, e in sul fonte/del mio battesmo prenderò cappello… ovvero la speranza un giorno di lasciare l’esilio e tornare a Firenze, e qui di essere incoronato poeta. Purtroppo lui non riuscì, mentre andò decisamente meglio a un autore americano che, sette secoli più tardi, prese “in prestito” dal Sommo Poeta il titolo della prima cantica della Commedia per annunciare il suo nuovo romanzo. E fu proprio Firenze, amante infedele per l’ennesima volta, a premiare lo yankee quasi dimenticando il “suo” ghibellin fuggiasco.
