
Arrivano a frotte con l’aria stupita. Guardano Palazzo Vecchio e la Loggia dei Lanzi. Fotografano il piazzale degli Uffizi. Sospirano wonderful. Firenze, patria della lingua italiana e culla del Rinascimento, una tra le mete mondiali più ambite del turista medio. Per Firenze si fanno 15, e perfino 25 ore d’aereo. Quasi un pellegrinaggio.
Ma di cosa stiamo parlando? Firenze è medievale nell’anima. Gotica, Oscura. Cupa. Violenta. Maligna. Non lo ha mai nascosto e i segni, tangibili, sono ancora tra noi, emblemi di una malvagità che ha però un suo fascino
E partiamo proprio da qui. Da Piazza della Signoria, dove Palazzo Vecchio – la “meridiana della Toscana”, come l’ex-ministro Paolucci nomina la Torre d’Arnolfo – talvolta stende la sua lunga ombra. Qui è puro Medio Evo, vi si respira l’atmosfera, con le case-torri e gli stretti passaggi che circondano questo luogo di gioia e di sacrificio e dove le opere-simbolo di questa anima black sono più numerose che altrove.
Basta guardarsi intorno e non limitarsi a inserire solo le immagini inneggianti alla Bellezza nel mirino della macchina fotografica. No, cerchiamo di andare oltre.
Sotto la Loggia dell’Orcagna: al margine ovest si erge un gruppo marmoreo di rara suggestione. Il Ratto delle Sabine di Giambologna non è una posa plastica del “Lago dei Cigni” ma una scena di violenza, anche se l’autore voleva sottolineare il primato dell’Amore su ogni cosa. Sotto la stessa Loggia troviamo almeno altre tre sculture scandite dalla violenza: Menelao che sorregge Patroclo ormai morto, Ercole che sottomette il centauro e il Ratto di Polissena di Pio Fedi. In ognuna di esse c’è qualcuno che soffre, o che ha appena finito di farlo.
E se da un lato il candore del marmo rende meno cupe le scene di violenza “cavate” dai blocchi lapidei, il bronzo invece contribuisce a rendere ancor più cupe certe immagini. In Piazza della Signoria, a poche decine di metri l’una dall’altra, si trovano due sculture che paiono fotogrammi di un film dell’orrore: sull’arengario di Palazzo Vecchio svetta la colonna con la copia bronzea di Giuditta e Oloferne di Donatello, con quella spada alzata al cielo pronta a decapitare l’odiato nemico. Giriamo lo sguardo di 90 gradi e all’angolo nord-est della Loggia dei Lanzi ecco il mitico Perseo di Benvenuti Cellini che alza la testa sgozzata di Medusa, come talvolta hanno fatto i talebani vincitori di uno scontro sanguinoso, gettando nello sconforto il mondo civile. Sono due attimi di cruda violenza, e nel mezzo di questi bloody frames – suggestivi da far girare la testa – ecco la copia del David di Michelangelo che sta per scagliare la fionda letale contro Golia, e la scultura di Baccio Bandinelli, Ercole e Caco, con quest’ultimo sottomesso al primo che, minaccioso, tiene in mano una clava.
Il richiamo alla forza fisica, il disprezzo della paura, la totale dedizione a una causa, il tutto condito da una dose di violenza, ogni anno in tarda primavera, dalle sculture di Piazza della Signoria si “incarnano” sul sabbione di Piazza Santa Croce in occasione del torneo del Calcio Storico Fiorentino. È la Storia che scende in piazza e si fa libro aperto per tutti, ma anche sfida, disputa confronto maschio senza esclusione di colpi, proprio come quelli che vide protagonisti – tra il XV e il XVII secolo – futuri Papi e Granduchi, tutti animati dal senso appartenenza che ogni fiorentino respira sin dalla nascita. Poi, a torneo finito, quel mix di forza, coraggio, spregiudicatezza, violenza ma anche orgoglio e sofferenza, torna a mostrarsi solo in forma lapidea, in attesa di nuove, appassionanti tenzoni.
Per completare la “geografia degli orrori” di Piazza della Signoria, a pochi passi da ciascuna opera di questo inventario noir, non sfugge all’attenzione dei turisti un disco di granito rosso incastrato tra le pietre pavimentali. Questo non serve a segnalare il miglior punto per scattare una foto ricordo al Biancone, bensì per ricordare a futura “memoria” che proprio lì, il 23 maggio 1498, venne arso Frate Girolamo Savonarola – grande oppositore di Lorenzo il Magnifico – dopo essere stato condannato per eresia e impiccato.
E questo è solo l’inizio.
Basta salire pochi scalini ed entrare nell’antico Palazzo dei Priori, oggi Palazzo Vecchio, per assistere a un florilegio di violenze, soprattutto dipinte. Ad iniziare dal sontuoso Salone dei Cinquecento, dove il suggestivo ciclo di affreschi inneggia alle conquiste di Cosimo I de’ Medici mentre in alto, occultata da una greca affrescata, ancora oggi è visibile la finestrella da cui il Granduca spiava i suoi ospiti prima di riceverli. Una “precauzione” in seguito adottata anche a Palazzo Pitti, dove al posto di microfoni e cimici, esisteva un efficientissimo sistema di condutture d’aria e di… voci.
Ma a guardar bene gli affreschi di Vasari nel Salone dei Cinquecento– che oggi coprono sia La Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci sia lo spazio dove Michelangelo avrebbe dovuto dipingere La Battaglia di Cascina – richiamano solo scene di guerra, lotte e assassinii, che trovano eco nelle immagini della Sala di Clemente VII, dove è raffigurato perfino l’assedio delle truppe imperiali di Carlo V alla città, nel 1530. E non a caso, infatti, uno dei simboli fiorentini della Cristianità – il Battistero di San Giovanni – fu eretto come Tempio di Marte, dio della guerra e al suo interno i mosaici di Coppo di Marcovaldo ritraggono il Giudizio Universale con Lucifero che si ciba dei dannati (nella foto), una scena che di certo ispirò Dante Alighieri nella stesura della Divina Commedia.
È invece dell’ultimo quarto del XVI secolo la realizzazione dello Studiolo dove il secondo Granduca mediceo, Francesco I, compiva esperimenti di alchimia: si narra che una volta si fece portare un grosso quantitativo di scorpioni poiché cercava un antidoto per tutti i veleni. Pare assumesse anche dei piccoli quantitativi tutti i giorni per immunizzarsi: eppure ancora oggi esistono fondati sospetti che, lui e la sua seconda moglie (Bianca Cappello), siano morti entrambi avvelenati per volontà del fratello di lui, Ferdinando, al fine di evitare una “distorsione” della linea dinastica di successione al trono del Granducato. Nello Studiolo, Francesco I custodiva gelosamente i suoi tesori, tanto preziosi da far impiccare in piazza, davanti la porta della Dogana, un ladruncolo francese che nel 1579 aveva sottratto alcune sculture. Senza contare che a circa metà della torre d’Arnolfo esiste ancora l’“alberghetto”, vano-prigione che a suo tempo fu dimora forzata sia per Cosimo il Vecchio de’ Medici, sia per Savonarola.
E uscendo da Palazzo Vecchio, sull’angolo destro della facciata, non si può fare a meno di notare un profilo scolpito sommariamente. Nessun documento gli conferisce una paternità, ma oggi le guide turistiche tendono ad attribuirlo “d’ufficio” a Michelangelo. Solo che non si tratta di una Madonna né di una Venere, bensì di un condannato a morte che il Buonarroti avrebbe addirittura scolpito lavorando voltato di schiena, oppure un suo debitore che lo attanagliava particolarmente.
Il tema della prigionia e della pena capitale è un tema ricorrente a Firenze, che ad esempio ancora oggi conserva “Via dei Malcontenti”, da cui transitavano i condannati a morte provenienti prima dall’attuale Museo Nazionale del Bargello (che una volta era una prigione nelle cui segrete si eseguivano atroci torture) e poi dal Carcere delle Stinche (dove oggi sorge il Teatro Verdi), fatto erigere da Cosimo I e visibile in tutta la sua mostruosità nelle pitture ottocentesche di Fabio Borbottoni.
E a proposito di Bargello e di Medici non possiamo scordare che a Firenze nei secoli si sono compiuti assassinii talvolta perfino sacrileghi: “A dì 26 d’aprile fu morto Giuliano de’ Medici in Santa Maria de’ fiore” recita una scritta a carboncino su uno dei muri della cucina di Palazzo Davanzati. È il riferimento alla congiura dei Pazzi che si svolse nel 1478 nella Sagrestia della Cattedrale di Firenze e si concluse con l’uccisione di Giuliano de’ Medici e il ferimento del Magnifico Lorenzo. La vendetta non si fece attendere e fu atroce perché i congiurati furono catturati e giustiziati: uno degli ultimi, Bernardo di Bandino Baroncelli, riparò a Costantinopoli, ma fu scoperto, catturato e impiccato ad una delle finestre del Bargello. Fu in quell’occasione che un giovane artista, il 27enne Leonardo da Vinci, ne ritrasse il cadavere appeso fuori dalla prigione, lasciandoci una testimonianza grafica della vendetta medicea.
E ancora sangue dinastico è scorso nel 1537 quando il primo Duca di Firenze, Alessandro detto il Moro, fu trafitto dalla spada di un parente, Lorenzino de’ Medici, pare a causa di una morbosa gelosia; così come resta poco chiara la morte di Giovanni dalle Bande Nere (padre di Cosimo I) ferito in battaglia a Governolo (Mantova), al quale fu amputato un piede e che morì di setticemia dopo atroci sofferenze.
Anche il gotico gioca un ruolo importante a Firenze: altrimenti non si spiegherebbe il fascino che esprime il gruppo di diavoli (simili a dei manga giapponesi) dipinti sulla mastodontica pala raffigurante La discesa di Cristo al Limbo di Agnolo Bronzino, così come il piccolo Satiro di Giambologna custodito al Museo Bardini o le numerose portafiaccole in ferro battuto raffiguranti draghi e mostri vari.
È chiaro quindi che questo aspetto dark di Firenze è legato a doppio filo con l’arte: non lontano dai dolori del Bargello, infatti, da oltre sette secoli funziona Santa Maria Nuova, il primo storico ospedale di Firenze, nei cui sotterranei messer Leonardo (da Vinci) e il giovin Michelangelo (Buonarroti) versavano una sacca di conii per poter sezionare cadaveri, per studiare le forme da plasmare, ma soprattutto le interiora, i feti, le vene, i muscoli. La vasca in marmo dove Leonardo compiva i suoi studi, nel sotterraneo dell’ospedale, è sempre visibile, mentre osservando con attenzione certi riferimenti anatomici delle sculture di Michelangelo, più di una volta gli studiosi sono giunti alla conclusione che l’autore appendeva i cadaveri per carpirne ogni segreto post mortem.
Più o meno lo stesso che avrebbe fatto quasi tre secoli dopo Girolamo Segato, egittologo originario di Belluno che a Firenze sperimentò con successo le tecniche di mummificazione e per questo venne chiamato “il pietrificatore”. Di lui, oggi, ci resta una macabra collezione di “reperti” al Museo di anatomia di Careggi (numerosissimi campioni di organi e tessuti umani “mineralizzati”) nonché la sua lapide in Santa Croce su cui si legge: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito”.
A mummificare un indigeno Inca del XVI, portato a Firenze da Paolo Mantegazza nella seconda metà dell’800 e oggi custodito nel Museo di Scienze naturali di via del Proconsolo, fu invece il ghiaccio sudamericano. Dalle radiografie risulta che l’individuo venne fatto accovacciare e ucciso con un colpo alla schiena di un fucile a pallettoni. L’orrore dei suoi ultimi attimi di vita sono eternati dall’espressione di paura del viso, racchiuso dai palmi aperti delle mani, in una scena che ricorda esattamente l’espressione della figura umana ne L’urlo di Edward Munch. Un caso? Forse no. Probabilmente un’analogia intrisa di violenza ancora tutta la studiare.
C’è poi chi il terrore e la morte l’ha dipinti traducendoli in capolavori assoluti.
A poche decine di metri da Piazza della Signoria, infatti, c’è la Galleria degli Uffizi, il primo museo d’Italia, tra i più visitati al mondo. Al suo interno – imperdibili – si trovano alcune icone della vena oscura di Firenze, opere che da sole valgono una visita in città. Basta pensare allo scudo con l’immagine della testa di Medusa del Caravaggio, impressionante per la suggestione che crea anche al visitatore meno preparato; questa si trova in compagnia di almeno altre due opere degne di un film horror: la prima, Il sacrificio di Isacco, è sempre di Caravaggio; la seconda, Giuditta decapita Oloferne, è di Artemisia Gentileschi e mostra un singolare realismo. Gli zampilli del sangue arterioso sembrano quasi in procinto di uscire dal quadro e macchiare di morte il muro oltre la cornice.
C’è poi ancora Leonardo che nell’Adorazione dei Magi mette la zuffa tra cavalli della sua Battaglia di Anghiari, atto risolutivo della lunga guerra tra Firenze e Milano, oppure La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, che inaugura il Rinascimento con l’episodio principale della disputa tra fiorentini e senesi. E in epoche più recenti il pittore svizzero Arnold Böcklin – artista prediletto da Hitler – ha evocato il Cimitero degli Inglesi di Piazzale Donatello nelle sue varie versioni de L’Isola dei Morti mentre all’altro capo della città, ai margini del parco delle Cascine dove il Mugnone confluisce nell’Arno, il busto in pietra sotto a un baldacchino ricorda la prematura scomparsa di Rajaram Chuttraputti, principe indiano che morì nel 1870 a soli 21 anni. L’opera fu eretta per ricordare la sua cremazione secondo il rito indù.
Spostandoci verso la Basilica francescana di Santa Croce, colpisce la collocazione, ai margini del sagrato, della statua di Dante. Fino a pochi anni fa questa si trovava al centro della piazza. Poi fu traslata perché evidentemente dava fastidio. Come, storicamente, il soggetto ritratto: il divin poeta divenuto “Ghibellin fuggiasco”, morto in esilio.
E volgendo lo sguardo sopra piazzale Michelangelo, da cui Carlo V faceva sparare cannonate su Firenze assediata, verso Giramontino e oltre, il pensiero si ferma ai margini del Chianti e non sai che sono dolci colline di sangue, perché qui, solo qui, ha colpito il Mostro. Il più grande caso di serial killer, coperto da una cappa di mistero, semplicemente irrisolto.
Senza contare che Firenze è la città di Hannibal, secondo film della saga de Il silenzio degli innocenti, diretto nel 2001 da Ridley Scott e basato sui romanzi di Thomas Harris. La pellicola, oltre alla trama cruda, è infarcita di strane analogie con episodi e situazioni dark della storia di Firenze: il commissario Pazzi, ultimo discendente della celebre famiglia autrice della congiura contro i Medici, finirà impiccato al balcone di Palazzo Vecchio come Baroncelli alla finestra del Bargello. Cambiano i secoli, ma la malvagità resta costante.
E questa trasuda perfino da alcuni testi manoscritti custoditi in luoghi-simbolo della memoria fiorentina. In una raccolta conservata alla Biblioteca Moreniana di Palazzo Medici Riccardi si racconta la disavventura della Rossina del Pino, “pubblica meretrice”, che nel XVII secolo venne rapinata e uccisa, insieme alla sua giovane e incolpevole serva, da una coppia di ladri assassini senza scrupoli; nei manoscritti dell’Archivio di Stato di Firenze, tra le carte del Fondo Settimanni, è narrato invece l’amore impossibile tra un mercenario tedesco e una suora durante l’assedio di Firenze del 1530. I due si amarono, scapparono, furono catturati e giustiziati. Tutte storie che ignorano il lieto fine. “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate” scriveva il Sommo Poeta.
Benvenuti a Firenze. Benvenuti all’Inferno.
