
Greta Thunberg, la giovane attivista svedese nota per aver dato il via alla crociata ecologista per la difesa dell’ambiente, ha un antenato. Non di sangue, ma di idee. Si chiamava George Perkins Marsh, era americano e visse nell’arco del XIX secolo svolgendo il ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti, prima a Istanbul, capitale dell’Impero Ottomano, e poi nelle tre capitali del neonato Regno d’Italia: Torino, Firenze e Roma.
È soprattutto durante il lungo periodo della sia vita trascorso nel nostro paese che ebbe modo di riflettere sul complicato rapporto tra uomo e natura, scrivendo un testo fondamentale nel 1864, otto anni più tardi aggiornato e tradotto anche in italiano.
Nonostante gli anni trascorsi dalla sua comparsa, in quel testo vi sono temi e osservazioni di grandissima attualità, che mettono in crisi le nostre certezze di uomini contemporanei, in ormai perenne ricerca di un nuovo equilibrio tra uomo e natura, che certo non può limitarsi alla comparsa dei giardini verticali lungo il profilo dei grattacieli delle nostre città, troppo legati a una dimensione urbana del verde che non ha niente di naturale; e per dar credito alle parole e alle argomentazioni di Marsh, basterebbe soffermarsi sul fatto che già nel 1864 aveva teorizzato che l’unico rimedio contro gli organismi esotici, introdotti con gli scambi commerciali sempre più fitti, era quello di importare, dalle aree d’origine, anche gli antagonisti naturali. La sua “lezione”, infatti, fu applicata nel 1888 negli Stati Uniti quando, per contrastare l’azione della vorace cocciniglia australiana, fu decisa l’importazione della Rodolia cardinalis, ovvero della coccinella che, proprio grazie all’intuizione di Marsh, divenne l’emblema della “lotta biologica” per mantenere in equilibrio la natura.
Oggetto anche di recente dell’attenzione di studiosi, l’azione e la lezione di Marsh due anni fa è stata ricordata dal giornalista e scrittore fiorentino Paolo Ciampi in un libro dal titolo L’ambasciatore delle foreste (Arkadia edizioni, 160 pagine), che parte da lontano, da quando cioè il piccolo George passeggiava col padre nei boschi del Vermont, dove nacque nel 1801.
«Il piccolo George era cresciuto in uno stato che aveva nel nome le parole ‘monte’ e ‘verde’ – dice Ciampi – ed è da lì che nasce la sua attenzione per la natura che cambia, in anni cioè in cui si assiste al disboscamento, all’apertura delle ferrovie, alla diminuzione della fauna selvatica, come le oche selvatiche e i salmoni. Alla fine si tratta di un bagaglio che poi Marsh porta con sé quando, grazie all’incarico di rappresentante diplomatico statunitense in Italia, comincerà a frequentare prima le Alpi, in Piemonte, e poi l’Appennino durante la sua permanenza a Firenze».
Fu il presidente Abramo Lincoln a spedire Marsh a Torino nelle vesti di ambasciatore (stabilendo il record, ancora imbattuto, di diplomatico americano di più lungo corso nel nostro paese): il Regno d’Italia era stato proclamato da meno di tre mesi quando, all’inizio di giugno 1861, Marsh giunse nel capoluogo sabaudo per non fare più ritorno in America, anche perché alla fine avrebbe sentito l’Italia un po’ come il suo paese, tant’è che decise di trascorrere gli ultimi anni a Vallombrosa, all’ombra dei grandi alberi delle foreste casentinesi che gli ricordavano il suo Vermont.
Infatti dopo l’assassinio di Lincoln sentì che negli Stati Uniti era irreparabilmente cambiato qualcosa, ma riuscì ugualmente a influenzare certe scelte americane, per esempio istituendo una serie di parchi oppure spingendo verso l’approvazione di leggi legate al legname e alla riforestazione; e comunque, pur trascorrendo molti anni in Europa, Marsh fu un bel tessitore di relazioni politiche: fu amico del fiorentino Bettino Ricasoli, il primo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, così come fu lui a suggerire al Presidente Lincoln di arruolare Giuseppe Garibaldi per la guerra di secessione, anche se poi il progetto non andò a buon fine.
E fu proprio durante il suo soggiorno sabaudo, a Villa Piobesi vicino Torino, che Marsh nella primavera del 1863 concepì e scrisse Man and nature, or physical geography as modified by human action, opera geografica di grandissimo interesse poi pubblicata nel 1864: «Quel libro – continua Ciampi – vide la luce dieci anni prima che venisse inventata la parola ecologia, ma al suo interno c’è una qualità di pensiero ecologico davvero molto elevata. C’è il cambiamento climatico, il legame tra l’abbattimento delle foreste e il riscaldamento, c’è molto di ciò di cui si discute ancora oggi. Ciò lascia intendere che Marsh fu un uomo di grandi visioni da questo punto di vista».
Nove anni più tardi, nel 1872, Marsh pubblicò il suo libro anche in Italia col titolo L’uomo e la natura. La superficie terrestre modificata per opera dell’uomo; dopo un’introduzione a carattere storico, in cinque capitoli l’autore trattava gli argomenti a lui più cari come “il traslocamento, modificazione e estirpamento delle specie vegetali e animali”, “le foreste”, “le acque”, “le sabbie” e i “mutamenti geografici proposti o possibili per opera dell’uomo”.
La conclusione a cui giungeva Marsh è che, mentre in materia legale de minimis non curat lex (la legge non si cura delle cose minime), «nel vocabolario della natura, il piccolo e il grande non sono che termini comparativi; essa non conosce nulla di minimo o insignificante, e le sue leggi sono inflessibili tanto se si tratta di un atomo, quanto di un continente o di un pianeta. […] E ogni nuovo fatto, che dimostra l’azione e la reazione tra l’umanità e il mondo materiale che la circonda, è un altro passo verso la soluzione del grande problema se l’uomo appartenga alla natura fisica, o sia piuttosto di essenza superiore». Ma a giudicare dai danni provocati durante i 160 anni che ci separano dal libro di Marsh, è abbastanza facile propendere per la prima tesi, stante il fatto che di sapiens questo homo pare avere davvero poco.
Il libro dell’ambasciatore americano con la passione per il rapporto tra uomo e natura non è certo un fulmine a ciel sereno. A metà del XIX secolo prende il via infatti un filone letterario europeo che si mantiene vicino alla tematica ecologica: gli scritti del tedesco Körner, del napoletano Carucci e poi dei vari Guyot, Dawson, Maury, Reclus e Hellwald lo testimoniano. Invece Man and nature di Marsh è destinato a essere differente, primo perché l’autore è l’unico americano del gruppo e poi perché la “natura” che lui conosceva e di cui scriveva era diversa da quella di cui discutevano i suoi colleghi europei.
In particolare, l’aspetto rivoluzionario del messaggio di Marsh consisteva nel porre attenzione al fatto che piccoli effetti umani, quando si combinano tra di loro e durano nel tempo, spesso causano profondi e pericolosi mutamenti al complicato sistema di relazioni tra i vari elementi naturali della Terra. E proprio in questi ultimi anni non si può fare a meno di pensare, per esempio, all’Amazzonia, dove si disboscano ettari e ettari di foresta per far spazio ai campi di soia che ha già un acquirente: la Cina.
Eppure già molti anni fa, nel 1872 – nella versione italiana del suo L’uomo e la natura – Marsh scriveva a chiare lettere che «..senza l’uomo, la vita animale inferiore e la vita vegetale spontanea sarebbero state quasi costanti nella forma, nella distribuzione, nella proporzione, e la geografia fisica della terra sarebbe rimasta sostanzialmente inalterata per lunghissimi periodi, e soggetta solamente ai rivolgimenti che possono venire cagionati da ignote cause cosmiche o da azioni geologiche. Ma l’uomo, gli animali domestici che lo servono, le piante dei campi e dei giardini i cui prodotti gli forniscono il cibo e le vesti, non possono esistere ed innalzarsi al pieno sviluppo delle migliori qualità senza che la natura bruta ed insciente non venga effettivamente combattuta e, in un certo grado, vinta dall’arte del l’uomo. Quindi divien necessaria, fino ad una certa misura, la trasformazione della superficie terrestre, la soppressione della vegetazione naturale, e la stimolazione di quella artificialmente modificata. Per mala sorte questa misura è stata oltrepassata dall’uomo. Egli ha abbattuto le foreste, le radici fibrose delle quali legavano la terra vegetale allo scheletro roccioso dei monti; ma se avesse permesso qua e là ad alcune strisce di boschi di riprodursi per spontanea propagazione, molti danni derivati dalla spensierata distruzione dei naturali protettori del terreno si sarebbero potuti evitare. Egli non solo ruppe i serbatoi naturali delle montagne, da cui colando le acque per invisibili canali venivano ad alimentare le sorgenti che dissetavano i suoi armenti e innaffiavano i suoi campi; ma ha trascurato di conservare le cisterne e i condotti d’irrigazione che una saggia antichità aveva costrutto per neutralizzare le conseguenze della propria imprudenza. Mentre l’uomo ha distrutto il tappeto erboso che proteggeva e legava la terra leggera di estese pianure, e ha disperso le file di piante semiacquatiche che orlavano la costa ed arrestavano lo espandersi delle sabbie della spiaggia, non ha impedito lo estendersi delle dune piantandovi una vegetazione artificiale. Egli ha mosso guerra spietata a tutte le tribù della natura animata di cui ha potuto convertire a proprio uso le spoglie, e non ha neppure risparmiato gli uccelli che fan preda degl’insetti più devastatori dei suoi ricolti».
Con l’esperienza dei suoi anni trascorsi in America, Marsh giunge in Italia: in Piemonte, in Toscana e nel Lazio riflette proprio sulle tematiche relative al rapporto tra uomo e natura: «Il suo rapporto con la natura – aggiunge Ciampi – Marsh lo coltiva soprattutto in Piemonte e in Toscana. Non a caso quando si trasferì a Roma, visse con enorme difficoltà il trasloco da Firenze, così come aveva accettato a malincuore lo spostamento da Torino al capoluogo toscano. Però a Firenze tenne la sua casa a Villa Arrivabene, nella parte est della città, che lui intendeva come una sorta di porta verso il Valdarno, i colli fiorentini, il Casentino e Vallombrosa. Ed è proprio qui che lui tornerà ogni anno. Quindi, in Piemonte scopre le Alpi soprattutto, e ogni volta che può fa escursioni a piedi, nei boschi, spingendosi anche fino alla Val d’Aosta; in Toscana scopre l’Appennino e soprattutto Vallombrosa che diventa davvero il fulcro del suo interesse e delle sue passioni dal punto di vista delle scienze forestali. Infatti ogni estate tornava a Vallombrosa dove frequentava un circolo di amici e conoscenti interessati ai monti e alle foreste, compreso Adolfo Di Berenger, fondatore degli studi moderni forestali in Italia».
Da quest’ultimo Marsh apprese la differenza tra “foreste naturali” e “foreste artificiali”, con le seconde che ovviamente sottintendevano l’intervento dell’uomo, così come grazie alle diverse esperienze vissute durante gli spostamenti nelle tre città capitali d’Italia poté approfondire alcune tematiche legate all’acqua, come la situazione dell’agro Pontino precedete al prosciugamento novecentesco, l’apertura del Canale Cavour in Piemonte (lungo circa 82 chilometri e realizzato tra il 1863 e il 1866 per collegare il Po al Ticino e supportare la coltura del riso), l’impianto di acacie nei terreni incolti della Lombardia, e ovviamente la bonifica della Maremma, iniziata durante il Granducato dei Lorena, ma poi interrotta nei primi decenni del Regno d’Italia, a causa di altri interventi di più impellente necessità.
Se da un lato Marsh imparò molto dalle sue esperienze “italiane”, anche la giovane monarchia della Penisola fece tesoro di quelle conoscenze: dopo la presa di Roma e l’unificazione del paese, anche le leggi italiane dovettero recepire una miriade di provvedimenti regionali, che regolavano problemi spesso di natura locale. Per esempio l’importante legge sulle foreste del 1877, primo vero tentativo di trasformare le tante sfaccettature dell’etica territoriale in legge nazionale, risentì de L’uomo e la natura, pubblicato in italiano solo cinque anni prima: non solo quelle pagine aiutarono a determinare la legge sulle foreste, ma Marsh si ritrovò addirittura nel mezzo del dibattito per la sua redazione. Per esempio, durante le prime riunioni per la stesura del disegno di legge, il professor Balestreri della storica Accademia dei Georgofili di Firenze, giustificò la necessità di una legge sulle foreste citando proprio Marsh, il quale fece in tempo a veder nascere l’importante provvedimento legislativo.
In senso ampio, mentre la legge americana fu disegnata soprattutto per preservare le foreste, quella italiana fu concepita per restaurarle: quindi viene quasi da pensare che gli italiani, all’inizio del Regno, abbiano saputo apprendere meglio di chiunque altro la lezione di Marsh. Probabilmente in pochi si sono resi conto di quanto il nostro paese debba a questo diplomatico made in Usa fuori dagli schemi e con una lungimiranza davvero insolita.
In definitiva, pare che tutta questa storia altro non sia che un messaggio per i posteri inserito in una bottiglia e che naviga nel tempo ormai da quasi 160 anni. All’inizio è stato recepito, ma oggi, dopo tutti questi anni, quanti sono disposti a agire dopo aver compreso la drammaticità dei suoi risvolti?
