Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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I 500 anni di Giorgio Vasari

Gli storici dell’arte del terzo millennio sulla propria scrivania hanno tre oggetti: la tastiera e lo schermo del computer e Le Vite di Giorgio Vasari.

Nessuno oggi potrebbe affrontare argomenti legati alla storia dell’arte italiana compresa tra il XIV e il XVI secolo senza tener presente i riferimenti biografici che l’artista aretino compilò nelle due edizioni dell’opera: la prima del 1550 e la seconda – riveduta, corretta e ampliata – del 1568. In esse si trovano titoli dedicati agli “Artefici” di quei tempi. Ci sono tutti i più grandi: da Cimabue a Michelangelo. Per quest’ultimo, di cui fu anche allievo, aveva una particolare predilezione. Lo definiva “il maggior pittore che sia stato a’ tempi nostri passati” tanto che sulle Vite, circa la Pietà vaticana, scrisse: “non pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelagnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte”.

Nelle due edizioni de Le Vite Vasari si occupò di circa 180 artisti, molti toscani (perché Firenze e il futuro Granducato in quel periodo erano la caput mundi dell’arte) ma anche delle altre “scuole”: la bolognese, la lombarda, la veneta, l’urbinate. In altre parole, con quelle oltre mille pagine di racconti, aneddoti, descrizioni e appunti biografici, Vasari ci ha insegnato la bellezza, e ha “inventato” la storia dell’arte. Questi era uomo di cultura completo, aretino di nascita ma presto “trapiantato” a Firenze dove trovò occupazione presso la corte ducale medicea. Forse fu perfino troppo moderno per i suoi tempi, ma già cinquecento anni fa si pose il problema di tramandare il suo sapere. E lo fece concependo il primo dizionario biografico degli artisti, ancora in uso nelle scuole d’arte di tutto il mondo occidentale: senza il suo “intervento”, parole come “Rinascimento” e “Maniera moderna” (quella cioè che risentiva dell’influenza michelangiolesca) probabilmente oggi avrebbero un significato diverso.

Ed è grazie a lui che oggi conosciamo tanti particolari delle esistenze di personaggi come Botticelli, Mantegna, Tiziano, Brunelleschi, Jacopo Sansovino, Raffaello, Bellini e tanti altri. A proposito di Leonardo, Vasari scrisse che “Era tanto piacevole nella conversazione che tirava a sè gl’animi delle genti”; allo stesso tempo, se cerchiamo riferimenti al suo capolavoro più celebrato – la Gioconda del Louvre – ecco puntuale il passaggio nelle Vite: “Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in Fontanableò; nella qual testa chi voleva veder quanto l’arte potesse imitar la natura, agevolmente si poteva comprendere, perchè quivi erano contrafatte tutte le minuzie che si possono con sottigliezza dipignere”. Negli scritti di Vasari, la storia della gestazione dei capolavori più osannati viene intersecata da veri e propri “articoli” di cronaca: a lui, per esempio, va attribuita la “scoperta” che la nascita e la morte di Raffaello (“Quanto largo e benigno si dimostri talora il Cielo nell’accumulare una persona sola l’infinite ricchezze de’ suoi tesori e tutte quelle grazie e più rari doni che in lungo spazio di tempo suol compartire fra molti individui, chiaramente poté vedersi nel non meno eccellente che grazioso Raffael Sanzio da Urbino”) avvennero entrambe di Venerdì Santo, alle 3 di notte: nelle parole di Vasari c’è già profumo di leggenda. E non mancano episodi curiosi, uno dei quali legato agli “esordi” di Cimabue: “Avvenne che in que’ giorni erano venuti di Grecia certi pittori in Fiorenza, chiamati da chi governava quella città non per altro che per introdurvi l’arte della pittura, la quale in Toscana era stata smarrita molto tempo. Laonde, avendo questi maestri presi molte opere per quella città, cominciorono infra l’altre la capella de’ Gondi, allato a la principale in Santa Maria Novella, della quale oggi dal tempo la volta e le facciate son molto spente e consumate; per il che Cimabue, cominciato a dar principio a questa arte che gli piaceva, si fuggiva spesso da la scuola e tutto il giorno stava a vedere lavorare que’ maestri; per il che fu giudicato dal padre e da que’ Greci che, se egli attendessi alla pittura, senza alcun dubbio egli verrebbe perfetto in quella professione”.

A questo punto si impone una prima riflessione: se da un lato Vasari fu più o meno coevo di Michelangelo, Leonardo e Raffaello e su di essi poteva ottenere informazioni di prima mano, tra l’aretino e Cimabue ci sono ben tre secoli di differenza e quindi, per poter scendere così nei particolari di un aneddoto, doveva necessariamente operare un delicato e meticoloso lavoro di ricerca presso fonti documentarie d’epoca.

Ecco quindi palesarsi una seconda eccellenza vasariana, quella che lo vede storico ricercatore, oltre che divulgatore delle notizie riguardanti gli “Artefici” italiani e vero e proprio “docente” di poesia della bellezza.

Giorgio Vasari è da considerarsi, quindi, non solo l’iniziatore della storia dell’arte, ma un maestro a tutto tondo, capace di misurarsi con “le” arti, con i disegnatori, i pittori, gli scultori e gli “architettori”.

È grazie al suo ingegno come architetto che noi contemporanei possiamo ammirare beni storico-artistici e architettonici di immenso valore, tra i più frequentati (e fotografati) del pianeta. Basta pensare agli Uffizi, il cui progetto a metà del XVI secolo rivoluzionò la concezione dell’architettura: realizzò infatti il “modulo ripetibile”, a tre, ovvero l’unità che si replica nella Galleria e induce alla ideale libertà delle magistrature ma relegata e inquadrata burocraticamente dalla autorità di Cosimo I de’ Medici. Oggi la pinacoteca a forma di “U” non solo è il più visitato museo statale italiano, ma è anche un “campione d’architettura” venerato dai classici, e “strumentalizzato” dai contemporanei.

Non appena ebbe finito di costruire gli Uffizi, per le nozze di Francesco I e di Giovanna d’Austria (1565) Cosimo I commissionò a Vasari la realizzazione di un percorso principesco che unisse il luogo di lavoro (Palazzo Vecchio) con la reggia dei Medici (Palazzo Pitti), senza uscire mai allo scoperto. Vasari progettò e realizzò a tempo di record (circa un anno) il Corridoio Vasariano che origina nel palazzo simbolo del potere fiorentino sormontato dalla Torre d’Arnolfo (“la meridiana della Toscana” la definì l’ex-ministro Antonio Paolucci), entra nella Galleria degli Uffizi grazie a un cavalcavia aereo, percorre quasi tutti e tre i corridoi del museo, poi scende verso il Lungarno, costeggia l’Arno, lo attraversa correndo sopra Ponte Vecchio (dove il panorama crea suggestioni da re, tant’è che il primo dei tre grandi finestroni che guardano a valle venne aperto per la visita di Vittorio Emanuele II a Firenze, il 16 aprile 1860), gira intorno alla Torre dei Mannelli (la famiglia che non concesse ai Medici l’abbattimento della costruzione, ancora visibile, obbligando Vasari a una variazione del progetto originario), prosegue verso la Chiesetta di Santa Felicita (dove la famiglia medicea prendeva la Messa senza essere vista e nella cui canonica Vasari abitò forse per stare più vicino al cantiere durante i lavori) e si conclude congiungendosi a Palazzo Pitti dopo un tragitto di oltre un chilometro scandito da una pinacoteca di circa 400 dipinti, parte della straordinaria collezione di autoritratti degli Uffizi che origina proprio con quello dello stesso Vasari.

Se l’edificio destinato a ospitare le magistrature fiorentine rappresenta l’opera architettonica stilisticamente più rivoluzionaria di Vasari, il “Corridore” è la più ambiziosa, perché riusciva a tradurre in realtà i desideri del suo committente – il duca Cosimo – in maniera geniale, fantasiosa, duratura. Ne abbiamo le prove.

A queste imprese vanno poi aggiunte la realizzazione del Palazzo della Carovana di Pisa, così come la trasformazione delle basiliche fiorentine secondo i canoni della Controriforma.

C’è poi il Vasari pittore, autore di opere emozionanti come gli affreschi della sua casa aretina (in particolare la Sala di Apollo e delle Muse), gli stendardi di San Rocco e di San Giovanni de’ Peducci, i dipinti delle chiese di Arezzo, le tele che adornano il monastero di Camaldoli, vicino Poppi e L’Assunzione della Vergine della Badia del Monte San Savino, la ritrattistica (benché ancora poco studiata) e gli affreschi della Cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Questi furono iniziati nel 1572 e portati a termine da Federico Zuccari. Tuttavia il Giudizio Universale di Vasari, con i suoi demoni e la minuziosa descrizione infernale, è la prova dell’adesione fiorentina ai dettami della Controriforma, l’unica via per ottenere dal Papa l’investitura di Cosimo I a Granduca. E lontano dalla Toscana non possiamo dimenticare la suggestiva Crocifissione di San Giovanni a Carbonara, a Napoli, che fa parte della committenza partenopea a Vasari che vide protagonisti il cardinale Ranuccio Farnese e il viceré don Pedro de Toledo, suocero di Cosimo I de’ Medici.

Nonostante tutto questo, il cinquecentesimo anniversario della nascita di Vasari – avvenuto il 30 luglio 1511 – è passato quasi inosservato. Se si eccettuano una mostra agli Uffizi, una a Napoli, tre nella sua Arezzo (per altro scollegate tra loro), e una Giappone, nessun evento internazionale di gran rilievo ha sottolineato l’avvenimento, a conferma della cronica incapacità italiana di celebrare degnamente i suoi figli più creativi. E un anno fa, in occasione del 500° della morte di Botticelli, andò anche peggio.

La complessità del personaggio, gli interessi che ne hanno scandito la vita e il suo rapporto intenso con la famiglia dei Medici, potevano essere spunto per studi, approfondimenti, grandi appuntamenti internazionali, invece l’intellighenzia storico-artistica italiana si è ridotta a mettere in piedi lo stretto indispensabile, pochi frettolosi momenti di ricordo di un autentico genio. E poco importa se una città come Firenze deve il suo successo mondiale proprio ad artisti come Giorgio Vasari, capace di entrare così in sintonia col potente committente ducale a tal punto da “eseguire” l’ordine estremo di far sparire alla vista le “tracce” repubblicane nel Salone dei Cinquecento – cioè il grande affresco raffigurante La Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci – con un grande ciclo di pitture murali celebranti la gloria medicea. Ma ancora una volta l’intelligenza vasariana – intento a tramandarci la bellezza, proprio come le informazioni contenute ne Le Vite – superò la bramosia distruttiva del Duca: infatti nonostante l’intimazione cosimiana, quasi certamente Vasari non distrusse l’opera di Leonardo ma – come già accaduto per la Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella e probabilmente anche con un’Annunciazione tardo trecentesca comparsa nel 1883 dietro un muro posticcio nella Sala delle Udienze dell’Arte dei Vaiai e Pellicciai inglobata nel complesso degli Uffizi – fece in modo di proteggerla nascondendola alla vista. E proprio da qui origina l’ultratrentennale e appassionante ricerca nel Salone dei Cinquecento, ricca di suggestioni storiche e scientifiche, al termine della quale sapremo se dietro uno strato di mattoni c’è ancora la grande pittura murale di Leonardo da Vinci.

Tutto questo accade mentre da anni il suo Archivio personale – decine di faldoni contenenti documenti originali, disegni, schizzi e perfino lettere di Michelangelo – dopo una tentativo di dispersione di inizio ‘900, è oggetto di un’insensata contesa tra gli attuali proprietari, il Comune di Arezzo, lo Stato e una pletora di sedicenti nuovi acquirenti, ora russi, ora americani, ora italiani: viene da chiedersi se Vasari fosse stato fiammingo o francese avrebbe ricevuto lo stesse trattamento. Senza contare che la casa natale dell’artista aretino cade a pezzi, tant’è che, appena qualche giorno dopo il cinquecentesimo anniversario della sua nascita, è stata transennata per motivi di sicurezza.

E di certo non fa onore ai responsabili della tutela dei beni culturali che la grande tavola dipinta da Giorgio Vasari, raffigurante L’Ultima cena e che nel 1966 si trovava nella Basilica di Santa Croce a Firenze, quarantacinque anni dopo la disastrosa alluvione versa in condizioni drammatiche, attende ancora di essere restaurata (nonostante dal 2004 si trovi nel laboratorio restauri dell’Opificio delle Pietre Dure) e reclama una sorta di “giustizia” retroattiva, perché il suo non è l’unico caso di disinteresse storico-artistico.

Talvolta tirato per la giubba e tal altra snobbato, Vasari è da secoli vittima di una sorta di selezione meritocratica che assegna il primato ai pittori e tralascia le eccellenze totali. E dal momento che Vasari è sempre stato considerato più architetto che pittore, oggi paga la colpa – si fa per dire – di non essere stato capace di “partorire” capolavori come altri suoi contemporanei. Il problema, al contrario, è la nostra mentalità che disseziona e sviscera le eccellenze, senza tener presente che una volta gli Artisti erano campioni di eclettismo, nel senso ampio dell’accezione, in maniera totale. Basta pensare a Leonardo, Michelangelo e, appunto, Vasari il quale, tanto per fare un esempio, trasformando il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio (affrescandone pareti e soffitto, alzandone il tetto di ben sette metri e dotandolo di un autentico gioiello manierista com’è lo Studiolo di Francesco I), mise in gioco tutte le sue conoscenze disegnatore, architetto e pittore.

Noi post-moderni, prima ci liberiamo della sindrome della specializzazione e prima comprenderemo fino in fondo personalità complesse come quella di Giorgio Vasari al quale, comunque, ricorriamo con altissima frequenza per sbirciare nelle “vite” di chi ha dato spessore artistico al nostro paese.

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