Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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I cerini del giovedì. Quando la cultura ammicca alla sanità

I beni culturali rappresentano il patrimonio identitario della nostra civiltà. Sia la parte materiale, sia la parte immateriale di esso. I beni culturali sono belli, danno gioia, generano interesse e arricchiscono sotto ogni punto di vista. Cioè fanno bene al portafogli (se si vendono o si valorizzano) e all’educazione (se si frequentano).

Ciò nonostante, ai beni culturali è costantemente riferita una terminologia che in maniera ricorrente ammicca alla sofferenza, all’assistenza, all’ansia da guarigione, cioè a tutto, fuorché alla gioia.

Gli esempi si sprecano. Chi ha responsabilità di una determinata collezione, è il curatore, quasi si trattasse di uno stregone che tutto guarisce; se un’opera ha bisogno di un restauro, prima di tutto la si ricovera (‘in quale reparto del nosocomio?’.. verrebbe da chiedersi); e comunque, prima di qualsiasi atto, l’opera viene sottoposta a esami diagnostici (radiografie comprese se si tratta di dipinti), magari per controllare lo strato di gesso (!) che isola il manto pittorico dal supporto ligneo che, si sa, “respira” al cambio delle condizioni microclimatiche e microigrometriche dell’ambiente in cui l’opera è esposta o depositata.

Senza contare dei supporti lignei di tante opere che talvolta venivano messi in trazione, prima di essere ricollocati, proprio come si fa con un femore o un omero.

E dopo un crollo dove sono rimaste vittime anche delle opere d’arte, quante volte si sente parlare di quadri fratturati e statue amputate o decollate?

Detto questo, non sorprenderà più se il restauro di un’opera d’arte è definito anche operazione (come quelle che si fanno nelle sale chirurgiche) se non addirittura intervento.

E il personale che agisce sui beni culturali come si presenta solitamente? I guanti sono necessari.. le mascherine consigliabili.. e il camice? Bianco, ovviamente.

Proseguo questo piccolo lessico con due termini che, pur strizzando l’occhio alla sanità, inducono invece decisamente all’ottimismo. Nella parlata fiorentina il funerale è definito trasporto, così come la stessa parola in italiano definisce il trasferimento di dipinti su tavola a tela, che è un metodo di conservazione poiché si sostituisce il supporto ligneo originale – ormai compromesso – con una tela o un nuovo pannello. Quindi non si tratta di recitare il de profundis a un quadro, bensì di dargli una nuova chance.

Il secondo termine, che poteva rientrare nella lista dei termini di natura “sanitaria”, è arteria. Scritto così è un vaso sanguigno molto importante per la nostra salute, perché se si ostruisce o si rompe sono guai seri. Forse per questo l’imprenditore Alvise di Canossa – quando nel 2000 fondò il gruppo Arterìa, specializzato nella logistica delle opere d’arte – pensò bene di metterci un bell’accento su quella “i”.

Chiudo, rammentando il nome del più efficiente organismo per il restauro del nostro immenso patrimonio cartaceo: è l’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro. Qui l’ammiccamento è conclamato.

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