Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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I cerini del giovedì. Quanti leoni da pastiera!

Accendi la tv – ma anche i social non ne sono davvero immuni – e già al secondo pulsante che premi (o al secondo “invio” di scorrimento del telecomando) rischi seriamente di imbatterti in un programma di cucina. Anche se l’espressione non è corretta, ormai tutti capiscono. Si tratta di una trasmissione in cui si vede e si parla per lo più solo di cibo.

Su una questione è bene sorvolare – perché de gustibus non est disputandum -, tuttavia si può ragionare sull’opportunità di infarcire i palinsesti dei canali pubblici e privati di così ampi spazi dedicati al mangiare.

Storicamente d’estate i programmi che elevano gli indici d’ascolto (e soprattutto lo share) non vanno in onda, perché la teleplatea si affloscia come un palloncino al sole d’agosto. E dal momento che i programmi di cucina non conoscono soste, dobbiamo pensare che a chi li manda in onda non interessi molto misurare l’auditel e, appunto, lo share di essi.

E allora, perché ce ne sono così tanti? Perché tutti vogliono insegnarti a cucinare quando tu hai sempre meno tempo? Perché ti raccomandano tempi precisi per la preparazione di un piatto particolarmente elaborato, quando tu invece vai al “super” e ti accorgi che il banco frigo delle monoporzioni è più ampio di quello delle verdure di stagione? Perché evidentemente i costi della messa in onda di questi programmi in larghissima parte non vengono coperti con i ricavi derivanti dagli inserti pubblicitari di cui sono infarciti, ma prevedono un sostegno a monte, cioè a prescindere dagli indici di ascolto e di share.

Ciò significa, a parer mio, che il business che ruota attorno a queste trasmissioni, è enorme e va al di là di qualsiasi gusto e delle tradizioni culinarie che, da italiani, tanto ci stanno a cuore.

La dieta mediterranea è Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dal 16 novembre 2010, ma scansare una ricetta con la paprika o la curcuma ormai è diventato un affar serio. Molti affermano che si tratta degli effetti della globalizzazione, ma sono certo che una parmigiana, un’acquacotta, un brasato al Barolo, una calamarata, un peposo, un raviolo del plin, una tiella di riso, patate e cozze, un’impanata di pesce ragusana, un piatto di malloreddus alla campidanese, un’amatriciana, una fileja calabrese o una scodella di pasta e patate (con o senza provola) rappresentino ancora il modo più vero e sano per soddisfare il nostro desiderio di qualità del cibo.

Senza contare, infine, che in tutti questi anni – a causa del grande successo del foodtainment (buono per i paesi gastronomicamente meno attrezzati dell’Italia) – è cresciuta una generazione di “leoni da pastiera” ai quali sono permessi comportamenti al limite della tolleranza, ma nonostante ciò restano contesissimi dalle tv, le stesse dove si costruiscono programmi per “scovare” il ristorante o la trattoria per meglio gustare un determinato piatto, ma poi si finisce a discutere di utensili mal riposti e di tovagline di carta.

Ma che c’azzeccano?

La dieta mediterranea è un po’ come il “Palio di Siena”, non è tradizione che ritorna due volte l’anno, ma è pratica di vita, è sedersi a tavola è gustare prodotti e piatti “figli” di millenni di storia umana. Da quella dieta ci si può anche discostare, magari per qualche minuto, guardando in tv un programma di cucina, mentre gustiamo una scodella di meravigliosi tortellini in brodo di carne.

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