Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

Award
I cerini del giovedì. W l'Italia, il paese dei premi

«The winner is…». Poi un attimo di suspance.. et voilà, ecco il nome sparato a voce alta. Siamo il paese dei premi. Di tutte le razze e di tutte le specie. Da quelli in letteratura a quelli per l’imprenditoria, dal giornalismo allo sport, da quelli alla carriera ai riconoscimenti per il solo fatto di essere già famosi.

Ecco, questi ultimi sono davvero poco comprensibili. O meglio, si comprende eccome che fanno più l’interesse del premiante che del premiato.

Sono premi che a me fanno venire in mente il pianeta Mercurio, non perché sono intitolati al messaggero dell’Olimpo, bensì perché richiamano l’idea del piccolo mondo che, se non fosse per il fatto che è così vicino e così illuminato dal Sole, nessuno lo vedrebbe e se lo filerebbe. E finirebbe un po’ come il povero Plutone – all’estremo opposto del Sistema solare –, che nonostante abbia tentato di darsi un tono virando a superlativo il proprio nome, era e resta un pianeta poco più che insignificante.

Ecco, questo genere di premi per me rappresenta uno spreco di energie – quasi una presa in giro per chi lavora, studia, ricerca seriamente e ottiene grandi risultati -, poiché destinati a chi è già famoso, a chi ha già mietuto riconoscimenti, a chi ha la bacheca o i ripiani della libreria in favore di telecamera del pc pieni di targhe, targhette, medaglie, spille, piccole sculture e quant’altro. E la politica il più delle volte non c’entra. No, è semplicemente scarsa serietà.

Questi premi – assai diffusi in ogni stagione, ma di più d’estate perché la gente sta più fuori e bisogna apparire più spesso – sono come dei palloni sgonfi, con i quali alla fine non si può giocare, non servono a dare maggiore autorevolezza di quella che già si ha e che il pubblico comunque riconosce.

Premi inutili, dispendiosi, quasi offensivi per chi invece li meriterebbe e non li otterrà. Premi con nomi talvolta improbabili, con un prestigio tutto da dimostrare. Perché il premio è “ciò che si riceve come ricompensa e in riconoscimento di proprî meriti” – dice la Treccani –, ma se uno è già stato premiato e ripremiato varie volte, perché insistere? Perché non cercare figure valide, meritevoli, fuori dal coro dei soliti noti?

Perché a quel punto non fa tanta differenza per il premiato, quanto per il premiante o per chi ha organizzato il momento della premiazione e vuole a sua volta dimostrare di aver puntato i riflettori sul potente o sul famoso di turno. Col risultato che tanti meritevoli di premi – giovani, gente comune, donne, uomini, persone con una lunga carriera alle spalle, tutti accomunati dal fatto di essere pressoché invisibili dall’award system – restano costantemente a bocca asciutta, non perché un riconoscimento non lo meritino, ma perché si trovano nell’impossibilità di “illuminare” il premiante.

Come dire che se ti devo premiare, devi essere già affermato, altrimenti non mi servi.

Il sistema è un po’ perverso e l’Italia è piena zeppa di questo genere di premi, che spesso non sono inumiditi dal sudore della fronte di chi li riceve, bensì riscaldati dalla luce della fama, anche perché cercare davvero i-non-noti meritevoli di premi costa fatica e soldi.

E poi diciamolo chiaramente: per una superstar da premiare i soldi si trovano sempre, mentre per un mero sconosciuto – se pur valido e meritevole – in molti (troppi) casi, i portafogli non si aprono.

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