
Sin dai tempi di Amerigo Vespucci, i toscani – fiorentini in particolare – hanno sempre cercato l’America dove era più facile trovarla. Cioè oltre l’Oceano Atlantico. È successo per circa quattro secoli e mezzo, poi qualcosa ribaltò la situazione. Era l’estate del 1944. A Firenze un agosto afoso, reso ancor più caldo dal passaggio della guerra. Tra l’alba del 4 agosto e il 1° settembre Firenze fu liberata dai partigiani e dalle truppe alleate della V Armata, comandata dal generale Mark Wayne Clark, soprannominato The Eagle – l’aquila – sia per il carattere, sia per il naso sottile ma prominente. Clark rimase un po’ di tempo in riva all’Arno e la sua a Firenze – e quella degli Alleati – fu una presenza non solo sostanziale, ma anche emblematica: infatti dal suo arrivo in città non c’era più bisogno di “cercare” l’America oltre oceano. Adesso era qui, in mezzo a noi. Col suo fascino e il suo bagaglio di novità economiche, sociali e perfino culturali: dal rock’n’roll alla banjo music. Dopo quell’estate del ’44 Firenze non sarebbe più stata la stessa.
Gli inizi – Al civico 35 rosso di via dei Benci, quasi a metà strada tra l’Arno e piazza Santa Croce, una volta c’era una falegnameria. Una delle tante botteghe artigiane di cui il centro di Firenze pullulava. Ma nella primavera del 1962 al rumore delle seghe e delle pialle, si sostituì la musica del banjo – tipico strumento folk americano a 4 o 5 corde – e il cristallino tintinnio dei bicchieri.
Un americano di Boston, il 27enne John Francis Correa, ottenuti i necessari permessi, il 22 maggio 1962 tenne a battesimo un locale di tipo nuovo: il Red Garter. Anche se dalla stampa cittadina veniva definito night club o dancing, si trattava semplicemente di un bar dove si ascoltava della musica tradizionale americana suonata, appunto, da una banjo band, cioè da un gruppo di musicisti vestiti come dei pianisti di saloon del Far West, ma con in testa la paglietta, copricapo tipicamente fiorentino. Forte di un’esperienza ben radicata nel paese a stelle e strisce, Correa aveva portato a Firenze il nome (e una sorta di parziale know how) di una catena di locali americani tuttora esistenti (alcuni sono dei pub o dei club lounge, altri dei bed&breakfast ma non mancano esempi di alberghi a 5 stelle e perfino di un casinò). Gli Stati Uniti erano disseminati di Red Garter: erano nati verso la fine dell’Ottocento in aree dove mercanti e cercatori d’oro necessitavano di fermarsi per periodi più o meno lunghi. Oggi li definiremmo strutture multifunzionali, mentre allora erano poco più che delle locande con saloon annesso, spesso di stile vittoriano, dove era possibile rifocillarsi e trascorrere piacevoli serate. Nei decenni l’atmosfera all’interno dei Red Garter d’America si era arricchita di elementi più tradizionali, ad iniziare proprio dalla musica.
Correa partì proprio da questa esperienza per fondare il Red Garter di via dei Benci, che sin dall’inizio proponeva, ogni sera, la musica di banjo band che arrivavano direttamente dagli Stati Uniti. Infatti la clientela del locale sin dall’inizio è stata di tipo anglosassone, amante dell’allegria e del folk americano che nel ragtime e, appunto, nelle banjo band, sin dagli anni Venti del Novecento aveva trovato una delle sue massime espressioni. In effetti Correa si era basato anche sull’idea di un banjista californiano, Jack Dupen, che insieme alla moglie – la quale suonava il piano – aveva aperto il primo Red Garter dell’era moderna in Broadway Street, a San Francisco, nel 1958, cioè appena 4 anni prima di quello di via dei Benci; anzi, qualche anno dopo, Correa annualmente doveva corrispondere a Dupen una certa somma perché, nel frattempo, il marchio Red Garter era stato registrato ed era nato un vero e proprio franchising negli States e fuori. E non si trattò dell’unico: di lì a poco un altro banjista, Joel Schiavone, aprì a New York un altro franchising di Red Garter ed inevitabilmente tra Dupen e Schiavone fu subito concorrenza.
Nonostante queste “lotte” americane, il rapporto tra Dupen e Correa era rimasto vivo nei primi anni di vita del locale fiorentino: la testimonianza di quella collaborazione oggi è una fotografia in bianco e nero del 1964 che ritrae la “Red Garter Banjo Band” con Bill Rutan, un giovane banjista del Montana, “spedito” da Dupen in tour nei vari Red Garter degli Stati Uniti (e nell’unico fuori degli States, cioè a Firenze) per assemblare al meglio le band. Quella del Red Garter di via dei Benci appare formata da 5 elementi, tutti a bordo di una Topolino, immortalati davanti alla facciata di Santa Croce e alla statua di Dante.
Come afferma Giampaolo Biagi, fiorentino di nascita ma che parla italiano con un sensibile accento americano (che, a più riprese, ha suonato nel locale per una decina di anni dal 1965 in poi), Correa “aveva la passione del barman. Da giovane voleva suonare la tromba, ma poi scoprì il fascino dei cocktail. Era allegro, scherzoso, con quei suoi gran baffoni e le sopracciglia enormi. Piaceva a tutti. Aveva deciso di aprire il locale di via dei Benci perché si era accorto che a Firenze, per i giovani studenti stranieri, non c’era alcun locale. E lui scherzava anche su questo: ‘per molti americani il Red Garter è la seconda casa. Se il consolato è chiuso vengono qui a chiedere informazioni’. Ecco, questo era Jack Correa”.
Il Red Garter era un locale tipicamente estivo – cioè “faceva la stagione” come si diceva in gergo – apriva alla fine di marzo e chiudeva alla fine di settembre, sfruttando al massimo i flussi turistici che si riversavano in città. Fino al 1970 il Red Garter occupava solo la parte più a sud dell’attuale superficie, in pratica uno stanzone non molto largo ma profondo una trentina di metri. Per arredarlo Correa si era “arrangiato”, comperando a poco prezzo i resti di una barca di legno finita in disfacimento. Con quel materiale aveva “perlinato” le pareti, sistemato i tavoli e le panche a terra e sul soppalco, realizzato un minuscolo palchetto dove si esibiva la banjo band; nonostante il locale sia stato rinnovato varie volte – basta pensare che nel novembre del 1966 l’acqua fangosa dell’Arno invase completamente i locali del Red Garter causando danni ingentissimi – lo stile è ancora quello originale, con tavoli e panche di legno e il minipalchetto che, nei decenni, ha ospitato fior di musicisti.
Una triste vigilia – Nella storia del Red Garter di via dei Benci c’è un episodio che fa da spartiacque tra i primi due capitoli della sua storia. Lo racconta Pier Franco Cappelli, che all’epoca lavorava come cameriere nel locale. “Dopo 8 stagioni di apertura estiva, per la prima volta nel 1970 Correa decise di non chiudere alla fine di settembre e di fare anche la stagione invernale. Per riscaldare l’ambiente sistemò tre stufe con bombole a gas. La sera della vigilia di Natale del 1970 intorno alle 21, una di queste scoppiò e rimase ucciso Sliman Tlili, 32enne architetto neolaureato a Firenze, che per pagarsi il ritorno a casa, a Djerba, aveva chiesto di lavorare come cameriere nel locale. Noi lo chiamavamo Alì e quella sera gli avevo dato io il posto: gli chiesi infatti se poteva sostituirmi perché mia madre si era rotta una gamba. Gli domandai il favore e lui accettò subito”.
Nell’edizione del 27 dicembre 1970 il quotidiano La Nazione diede ampio spazio alla luttuosa notizia di cronaca con un articolo formato da Giuseppe Peruzzi il quale, oltre a ricostruire l’accaduto, scrisse che il locale “era frequentato nella maggior parte da giovani, molti dei quali stranieri che studiano a Firenze”. La bombola esplosa era quella vicino “alla pedana degli orchestrali” e se lo scoppio fosse avvenuto solo qualche ora più tardi, le conseguenze avrebbero potuto essere estremamente più gravi perché, come scrisse Peruzzi, il locale “era quasi sempre molto affollato”. Invece lo scoppio avvenne all’orario di apertura, quando l’ambiente era ancora vuoto, e a pagarne le conseguenze fu solo il giovane tunisino che, fatalmente, aveva perso madre e sorella l’estate precedente per un incidente simile. Subito dopo lo scoppio fu colto da malore anche il proprietario del Red Garter, John Correa, e ricoverato in ospedale per un breve periodo.
Essendosi laureato appena 10 giorni prima, per festeggiare insieme ad alcuni amici, Sliman aveva venduto l’unico oggetto di valore che possedeva, un orologio di un certo pregio. Quindi, essendo rimasto senza risorse aveva chiesto e ottenuto di poter lavorare al Red Garter per potersi pagare il rientro a casa. Subito dopo l’incidente, fu contattato il fratello di Sliman, in Tunisia, ma questi ammise di non potersi muovere da Djerba per mancanza di risorse. Perciò, presso la chiesa di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo – allora guidata da don Giancarlo Setti –, venne aperta una sottoscrizione per pagare le spese del rientro della salma in Tunisia. In soli 3 giorni, dal 28 al 30 dicembre 1970, fu raggiunta la somma di 400mila lire utile per far fare a Sliman il suo ultimo, triste viaggio verso casa.
Sul fronte giudiziario John Correa venne arrestato perché non aveva chiesto i permessi per collocare le stufe; allo stesso tempo gli furono revocate le licenze e in pratica rimase senza lavoro. Così, una volta tornato in libertà, volò negli Stati Uniti. Tuttavia il personale che aveva servito nel locale era deciso a continuare l’avventura e del caso si interessò lo stesso Cappelli, cameriere al Red Garter. Negli uffici della Questura fiorentina gli dissero che, una volta in regola con tutti i necessari permessi, Cappelli e gli altri potevano riaprire il locale. Dopo alcuni mesi – nella primavera del 1971 – Cappelli formò una società insieme a Franco Calamini, Claudio Ciucchi e al siriano Zafir e per il locale di via dei Benci iniziò una nuova vita.
La nuova avventura – La nuova proprietà del Red Garter, che l’avrebbe guidato per circa 36 anni, si formò allora, raccogliendo e sviluppando il successo che aveva contrassegnato i primi 8 anni di vita del locale. Grazie all’ambiente e alle banjo band che si susseguivano sul piccolo palco, il pubblico continuò ad essere particolarmente giovane e formato soprattutto da americani. Ai tavoli, in quel periodo, servivano solo ragazzi maschi. Ciò avvenne finché un giorno Cappelli non raccontò ai propri soci un episodio che gli era capitato al Red Garter di Las Vegas. Entrando, si accorse che il personale di servizio era formato solo da ragazze. Cappelli volle subito un confronto e raccontò al gestore americano che a Firenze accadeva l’opposto. Questi gli rispose: “Tutti uomini? Ma allora son discussioni tutte le sere…”. La cosa lo fece riflettere e, una volta rientrato a Firenze, Cappelli convinse gli altri soci a cambiare tutto e ad avere solo cameriere. Da allora la “regola” è sempre rispettata.
E i rapporti con la città? “Sempre molto buoni” afferma Cappelli. Soprattutto grazie a chi per oltre quaranta anni, ha fatto “selezione” all’ingresso: Claudio Ciucchi. Personaggio conosciuto da tutta la clientela e in stretti rapporti con le forze dell’ordine, Ciucchi è arrivato al Red Garter col gemello Andrea alla fine del 1966, subito dopo l’alluvione. “Qui hanno lavorato tanti ragazzi che ora sono affermati professionisti – dice Ciucchi – ma a suo tempo si sono pagati gli studi proprio lavorando qui con me. E anche io mi sono mantenuto giovane stando in questo ambiente frequentato da ragazzi. In tutti questi anni ho avuto sempre ottimi rapporti col vicinato – prosegue -, con il quartiere, ho cercato di insegnare l’educazione ai ragazzi che uscivano da qui. All’inizio il locale era frequentato solo da ragazzi di famiglie bene, poi pian piano è stato aperto a tutti e a quel punto sono emersi problemi d’altro genere. Se in un gruppo di ragazzi c’era qualcuno più turbolento – continua Ciucchi – era utile individuare un ‘capo gruppo’, ovvero il personaggio col maggior carisma, instaurare un’amicizia e ottenere così il rispetto da tutti. Con l’obiettivo di tenere fuori dal locale i problemi più grossi come la droga. Infatti – ammette – lavorando in larga parte con gli stranieri, è sempre stato fondamentale non far entrare quella roba ed è per questo che ho sempre mantenuto un rapporto di piena collaborazione con le uniformi, che qui da noi sono sempre state le benvenute. E alla fine posso dire di essere particolarmente felice di aver consegnato il locale a un galantuomo come Riccardo Tarantoli, il quale prese l’impegno, poi mantenuto, di non mandar via neanche un ragazzo di quelli che lavoravano qui prima che lui arrivasse”.
Un altro personaggio indispensabile nella storia del Red Garter – vera anima del locale – è Franco Calamini, colui che “abbraccia i capigruppo” dei giovani studenti stranieri che trascorrono le serate nel locale, che è in grado di annullare le distanze tra gestori (Calamini ha comunque mantenuto un quota societaria nel locale) e clienti. Arrivato subito dopo l’alluvione, dopo un primo periodo trascorso a fare il sandwich man per pubblicizzare il locale nel centro di Firenze, Calamini ammette di essere rimasto affascinato dalla varia umanità che frequentava il locale: “Io che non sono un viaggiatore – dice Calamini – pur stando qui dentro ho girato moltissimo, conoscendo decine di persone che arrivavano principalmente dai paesi anglosassoni. Quando entrai a lavorare qui mi si aprì un mondo di relazioni sociali: iniziai a lavorare al bar per poi essere coinvolto nella società di gestione. All’inizio davo volantini ed era facile convincere i gruppi stranieri a passare la serata al Red Garter perché questo, soprattutto in America, era un nome molto noto. Qui ho incontrato mia moglie, inglese, e oggi mia figlia collabora con Tarantoli, costituendo quindi una sorta di continuità familiare”. Calamini, una delle memorie storiche del locale, è tra i pochi in grado di spiegare com’è cambiata la clientela in 45 anni: “In inverno, per esempio, funzionavano tanto i sabati e le domeniche pomeriggio, per i ragazzi più giovani. Dopo l’alluvione arrivarono tanti americani, ma durante i primi anni Settanta questo flusso s’interruppe. Così ci rivolgemmo a una clientela di tipo diverso, neozelandese e australiana in particolare. Per quanto riguarda la sorveglianza – dice ancora Calamini – siamo sempre stati molto attenti grazie a un efficiente sistema di sicurezza: c’era la figura del floorman che accoglieva i gruppi e li accompagnava ai tavoli, tempo utile per individuare le persone più influenti del gruppo. Detto a chiare lettere: non è che per far cassa abbiamo accolto al Red Garter cani e porci. Anzi”. C’è poi una novità relativamente recente: la cucina. “Una decina di anni fa – chiarisce Calamini – ha iniziato a funzionare la steak house, che permetteva di soddisfare un’esigenza sentita da tempo. Effettivamente il locale doveva allargarsi per iniziare a produrre birra artigianale. Ma non tutti i soci furono d’accordo e alla fine scegliemmo di dedicare nuovi spazi alla preparazione di bistecche, hamburger e quant’altro. Una scelta che, a conti fatti, ci ha dato ragione”. E infine: qualche cliente di lusso? Tanti. A parte i musicisti, di cui scriviamo oltre, Cappelli ricorda che “dal 1972 al 1980 tutte le sere c’era Roberto Benigni, che talvolta saliva sul palco e faceva l’imitazione dei vari musicisti” così come una sera al Red Garter c’era “Pelé e tutta la squadra dei Cosmos. Che emozione”.
Dal banjo al karaoke – E poi c’era la musica. In principio furono le banjo band – che cambiavano spesso – a caratterizzare le serate. “Ho iniziato la mia carriera di musicista professionista proprio al Red Garter, nel 1965 – dice Giampaolo Biagi -. Anzi fu proprio Jack Correa a noleggiarmi la batteria, perché io ancora non ce l’avevo e la banjo band non prevedeva in quanto la band prevedeva musicisti di banjo, di pianoforte, di tuba e di washboard, cioè una specie di tavola per il bucato che veniva strusciata ritmicamente con un altro elemento in legno. All’epoca facevo parte di una formazione con pianoforte, contrabbasso, batteria e naturalmente banjo; suonavamo musica dixieland/sing-along, cioè canzoni popolari cantate tutti insieme, come Margie o Bye bye blackbird; una sorta di jazz e dixieland mischiati insieme le cui parole erano conosciute da tutti. Il locale era pieno di americani ma anche di fiorentini, interessati principalmente a imbroccare le ragazze e a portarsele via a fine serata sulle loro vespe”.
Ma non è sempre stato così. Per esempio, proprio per decisione di Correa, il lunedì sera al Red Garter si poteva ascoltare del buon jazz. In tal senso il primo gestore fu un precursore dei tempi. Ma il fiore all’occhiello – e l’emblema stesso del locale – erano e rimanevano le banjo band con la loro carica di allegria e tradizione a stelle e strisce. Tuttavia la clientela poco a poco mutò i gusti e questi gruppi non furono più richiesti. Fu così che nella prima metà degli anni Settanta iniziò l’era dei complessi. Alcuni erano italiani, altri australiani, capaci di interagire con la clientela di quel paese. Oppure c’era un pianista che aveva tutto un repertorio che coinvolgesse la clientela.
Al Red Garter hanno suonato numerosissimi personaggi e gruppi della scena fiorentina, alcuni dei quali avrebbero fatto strada. Basta citare il grande John Denver (l’autore di Take me home), Tony Sydney (poi chitarrista del Perigeo), Flavio Cucchi (ex Madri Superiori e poi affermato chitarrista classico), Franco Falsini (poi leader dei Sensation’s Fix) e i fratelli Ponticiello, Vincenzo e Ugo, che nel locale di via dei Benci suonarono come Spettri anche se poi si sarebbero affermati come campioni di rockabilly nelle vesti dei Dennis and the jazz. “Iniziammo a suonare al Red Garter nel 1973 – dice Vincenzo – e vi rimanemmo fino al 1980. All’inizio era un vero pub, straordinario per l’epoca, con un palco piccolissimo, in cui a mala pena si entrava in 5. Si suonava dalle 21.30 alle 23; poi c’erano 40 minuti di Roberto Pucci, pianista che faceva musica per gli americani. Quindi dalle 23.45 all’una si suonava ancora noi. C’erano band che reinterpretavano brani noti, come noi, e altri che rifacevano i pezzi identici a quelli dei dischi. E all’epoca era impensabile ballare con musica riprodotta. La principale clientela era formata dai turisti delle comitive americane che trovavano già inserite nel proprio tour le serate al Red Garter. Nella prima parte si suonava rock’n’roll e rock duro – dice Vincenzo Ponticiello – e mi ricordo che una volta, rapito dall’euforia di Gimme some lovin’ caddi dal palchetto rovinando su un ragazzo che si beccò il manico del mio basso sulla testa. Nella seconda parte, quando gli stranieri se ne andavano e rimanevano solo i fiorentini, suonavamo i nostri pezzi oppure nascevano spontaneamente delle jam session sempre molto applaudite. Per noi il Red Garter fu anche una straordinaria palestra, dove si esibiva solo chi sapeva suonare. E questo accadeva inesorabilmente fino all’una di notte, quando la musica s’interrompeva e il personale del locale, cantilenando ogni sera ‘Signori… per favore….’, rovesciava le panche sui tavoli per invitare la gente a uscire. Nonostante ciò, il Red Garter per noi era un posto magico dove si incontrava il mondo” conclude Ponticiello.
Tra gli altri, per 5 anni, ha suonato al Red Garter anche Eddie Davies, chitarrista e poi capo orchestra del gruppo di Woody Allen. I vari soci del locale ricordano tutti che durante le tante serate dell’americano a Firenze, un certo Vittorio – ferroviere dall’incrollabile fede comunista – insegnò al musicista americano una versione non proprio ortodossa di Bella ciao. E Davies non se n’è più scordato tanto che, appena qualche anno fa all’Arena di Verona, durante i bis di un concerto di Allen e dell’orchestra, l’ha suonata di nuovo, sorprendendo un po’ tutti.
Questo di Davis non è l’unico “primato” musicale del Red Garter: dopo le banjo band e i complessi, prese il via il fenomeno del karaoke, all’inizio un po’ artigianale e poi in versione sempre più evoluta. La conferma arriva da Paolo Corte, musicista e animatore, che nel locale di via dei Benci lavora dal 1976: “Per circa un anno e mezzo ho mi sono esibito con un gruppo; poi andammo tutti a fare il militare e quando tornai ripresi a suonare con altri musicisti. Iniziarono quindi a circolare le prime apparecchiature elettroniche e insieme a un mio amico, Luigi Mazzanti, mettemmo su un duo chitarra e tastiere con basi preregistrate. Proseguimmo per qualche tempo poi rimasi da solo a fare il karaoke con il microfono senza fili, i libroni con i testi e le basi registrate. Ancora qualche anno ed ecco un’altra piccola rivoluzione: i programmi di karaoke per computer. Ho sempre cercato di mantenermi all’avanguardia – dice Corte – e credo proprio che in tal senso il Red Garter abbia stabilito diversi record”.
Infine una curiosità: molti musicisti transitati dal Red Garter durante gli anni Settanta venivano ingaggiati nelle orchestre che eseguivano le colonne sonore dei film di genere “spaghetti western”. Quasi un ritorno alle origini del marchio…
Verso le 50 candeline – Il 22 maggio 2012 il Red Garter compirà 50 anni tondi tondi. Alla vecchia società che lo guidava dal lontano 1971, nel 2007 è subentrato Riccardo Tarantoli, che già allora poteva vantare un’esperienza ultraventennale di gestione di locali. Inoltre, i vecchi soci hanno continuato a frequentare il locale, distribuendo consigli al neogestore e aiutandolo a capire il funzionamento di una macchina così complessa ma che dà immense soddisfazioni. Inoltre nella squadra di Tarantoli son presenti anche alcuni “eredi” dei vecchi soci, come Francesco Cappelli, nato a Nottingham (GB) e figlio di Pier Franco, che guida la steak house, ed Eleonora Calamini, figlia di Franco che dà una mano nel locale.
E poi c’è il pubblico che vuol divertirsi, una costante. “Se c’è il gruppo di stranieri, di solito australiani o neozelandesi, comincio a suonare verso le 21 – dice Paolo Corte -, si fanno canzoni per loro, si va avanti fino alle 1 e poi cedo il testimone al dj. Il giovedì c’è sempre una band del vivo: io suono per un paio di ore, poi partono loro. Il mio repertorio è sia anglosassone, sia italiano, sempre aggiornato. Ma sono gli australiani i più esigenti, perché vogliono cantare le loro canzoni, che all’estero non sono molto conosciute. Ora il pubblico è molto giovane: all’inizio c’erano solo stranieri e i fiorentini venivano qui solo per ‘imbroccare’ le ragazze. Poi l’età si è abbassata così come la conoscenza delle lingue. Io penso che i ragazzi di oggi dovrebbero conoscere un po’ meglio le lingue. Invece al karaoke gli italiani preferiscono cantare brani commerciali di Pupo e Masini, mentre i testi dei brani stranieri che vanno per la maggiore, non sono molto conosciuti”.
A 50 anni dal suo esordio il Red Garter rappresenta ancora oggi un unicum nella nightlife fiorentina: è il locale dove è nato il karaoke col computer a Firenze, ha un appeal di grande livello, unisce elementi storici (l’arredamento in legno, il vago aspetto del saloon) a maxischermi dove sfrecciano immagini di eventi sportivi del mondo anglosassone, si susseguono feste ed eventi sempre molto coinvolgenti (basta pensare ai beach party in pieno inverno) così come riesce a soddisfare – proprio grazie al karaoke – quell’ormai endemica voglia di protagonismo di chi frequenta oggi i locali; non basta più ascoltare la musica, ma occorre anche cantarla, magari a squarciagola, come se ogni sera andasse in onda la nuova puntata di un reality e il pubblico ne fosse l’interprete principale. E al Red Garter tutto questo può accadere. Anzi, succede. Da mezzo secolo.
