
È pressoché illeggibile da oltre vent’anni. Ma ciò non gli ha impedito di diventare una vera superstar alla mostra più simbolica che il sistema dei beni culturali italiani ha prodotto negli ultimi anni.
È il dipinto dal titolo Concerto, opera del lombardo Bartolomeo Manfredi, che tra giugno e dicembre 2015 è stato ammirato da circa 40mila persone nella mostra “La luce vince l’ombra. Gli Uffizi a Casal di Principe”.
Per il quadro, un olio su tela di 130×189,5 centimetri conservato nella Galleria degli Uffizi, si è trattato di una sorta di nuova vita, dopo la morte e la resurrezione.
L’opera infatti rimase vittima del vile attentato mafioso del 27 maggio 1993, in via dei Georgofili, diventando involontariamente un simbolo della resistenza alla violenza cieca e distruttiva.
Quale migliore temporanea collocazione del dipinto, quindi, se non nella ex-villa del boss Egidio Coppola recuperata a fini museali e intitolata Casa don Diana, allestita per ospitare una mostra di opere di artisti che in un modo o nell’altro avevano legami con una terra martoriata, organizzata per ricordare l’emblema della lotta alla criminalità, ottenendo l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e il sostegno di Confindustria Nazionale?
L’idea della mostra – poi prodotta da First Social Life e sostenuta da almeno una cinquantina tra enti e aziende pubbliche e private – era venuta all’ex-Direttore della Galleria degli Uffizi, Antonio Natali, insieme al Sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, subito dopo aver condiviso una conferenza sulla legalità che li aveva visti gomito a gomito prima agli Uffizi e poi nel popoloso centro del casertano. I due, però, volevano andare oltre, e fu così concepita l’esposizione che per quasi sei mesi ha tenuto banco nel casertano dando dignità e fiducia a una terra fin troppo oltraggiata dalla violenza e dal malaffare.
Tutte le opere previste in mostra avevano un legame stretto con quei luoghi: nove arrivavano dal napoletano Museo di Capodimonte; dalla Reggia di Caserta trovò temporanea collocazione in mostra il Fate presto di Andy Warhol (realizzata reinterpretando la prima pagina de Il Mattino pubblicata il 26 novembre 1980, tre giorni dopo il terremoto in Irpinia), mentre da Capua fu presente l’antica statua Mater Matuta che nella mitologia romana rappresentava la dea del Mattino o dell’Aurora.
Infine le otto opere provenienti dagli Uffizi, che portavano la firma di artisti caravaggeschi (come Artemisia Gentileschi, Giovan Battista Caracciolo, Jusepe de Ribera) o…di zona, come Luca Giordano.
Poi c’era il Concerto di Manfredi: nato a Ostiano (MN) nel 1582, l’artista lavorò molto a Roma (dove morì nel 1622) e proprio qui conobbe Caravaggio rimanendo impressionato dal suo stile innovativo, che mantenne per tutta la sua carriera. Non a caso infatti Concerto – acquistato a Roma intorno al 1620, regalato da Ferdinando II de’ Medici a sua madre Maria Maddalena d’Austria, nel 1626 – all’inizio era stato giustamente attribuito a Manfredi, mentre alla fine del XVII secolo risulta attribuito a Caravaggio. Esposto agli Uffizi, all’inizio del Novecento si trova già nel deposito dove nel 1922 fu nuovamente attribuito al Merisi mentre una ventina di anni più tardi il dipinto fu addirittura al centro di una querelle d’alto livello attributiva tra Roberto Longhi (che lo indicava di mano di Manfredi) e Bernardo Berenson (che invece li riteneva di Caravaggio).
Lasciato il deposito, la bomba del 1993 colpì Concerto nella parte iniziale del Corridoio Vasariano – dove si registrarono i maggiori danni – asportando circa il 50% del manto pittorico e rendendolo quasi incomprensibile.
La scelta di collocare il quadro all’inizio del percorso espositivo di Casal di Principe, un po’ come l’immagine nel suo insieme, è risultata un vero pugno nello stomaco, ma che ha lasciato sbalorditi tutti per la forza interiore che sprigionava da quel puzzle d’epoca non più completabile. Al confronto delle altre opere, nella suggestiva sede espositiva, l’opera di Manfredi è apparsa subito la più simbolica, carica di significato, decisiva per capire il messaggio intrinseco della mostra. Un’opera a brandelli – di cui lo stesso Natali ne raccolse i frammenti tra schegge di vetro e di legno all’indomani dello scoppio della bomba – che aveva già vissuto una vita, poi era morta per mano dell’azione ignobile di una mano sacrilega, era stata poi “salvata” e collocata nello stesso luogo come monito per le generazioni future. Ma niente lasciava presagire che per due stagioni potesse diventare la vera celebrità di un’esposizione unica nel suo genere, piccola ma grande, allestita in un luogo difficile, ma foriera di messaggi di speranza come quello del Direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt, che alla cerimonia di chiusura dell’esposizione – paragonando i camorristi e i mafiosi ai nazisti in ritirata nel 1944 che, sempre a Firenze, si erano lasciati dietro una scia di sangue e di distruzione, anche al patrimonio culturale della città – aveva preannunciato che iniziative come quella di Casal di Principe, in sintonia con la lotta per la libertà, presto ce ne sarebbero state altre. Intanto, a cavallo tra Natale 2015 e Capodanno 2016, Concerto si è persino concesso il lusso di comparire nelle vesti di coprotagonista in una trasmissione televisiva di denuncia dei metodi mafiosi. Come dire che l’arte, compresa quella danneggiata e vilipesa, non solo “tira”, ma educa. Basta solo darle spazio e portarle rispetto.
