
Solo chi fa grandi sogni riesce in imprese importanti. E il professor Gabriele Morolli, ordinario di Storia dell’architettura all’Università di Firenze, aveva un desiderio o davvero di grande interesse: riportare alla luce una delle otto colonne in marmo di Carrara dell’incompiuta facciata della Basilica di San Lorenzo, a Firenze, progettata da Michelangelo (nella foto la ricostruzione del progetto).
Purtroppo lo storico fiorentino non ce l’ha fatta, perché a 66 anni un male incurabile l’ha strappato all’affetto dei suoi cari e di quanti lo conoscevano, all’alba del 16 agosto 2013.
Ma il suo sogno rimane intatto, in attesa che qualcuno lo traduca in realtà restituendo a Firenze una piccola porzione della facciata di San Lorenzo secondo il progetto del genio che nel complesso monumentale laurenziano avrebbe poi lasciato uno dei suoi principali capolavori – allo stesso tempo storico-artistico e architettonico – cioè la Sagrestia Nuova (dove, tra gli altri, giacciono i resti di Lorenzo il Magnifico), la facciata interna della basilica e la biblioteca.
Tra i titoli della corposa bibliografia del docente fiorentino – oltre 160 tra monografie, saggi e articoli – ce ne sono alcuni che puntano decisamente a scandagliare l’opera di Michelangelo, soprattutto in ambito architettonico. In un volume del 2007, scritto insieme a Paolo Bertoncini Sabatini, dal titolo Michelangelo e la facciata di San Lorenzo: dai progetti alla realtà virtuale. Le colonne ritrovate (Firenze, Maschietto) Morolli ricostruì la vicenda di alcune colonne che avrebbero caratterizzato, tra l’altro, la facciata della basilica fiorentina.
Questi elementi – noti soprattutto agli studiosi dei disegni di Michelangelo – sono un po’ meno sconosciuti da quando, proprio Morolli, qualche anno fa collaborò alla ricostruzione virtuale della facciata, poi proiettata su quella ancora grezza, dando dignità a una realtà impossibile.
L’effetto fu emozionante e, a un secolo dall’ultimo concorso bandito dal Comune di Firenze, per dotare la basilica di una nuova facciata, tornarono puntuali le polemiche tra puristi e innovatori.
Tuttavia alcune parti – non virtuali, ma “reali” – di quella facciata esistono eccome.
Bisogna fare un salto indietro di alcuni anni: infatti era l’estate del 1998 quando, come spesso accade nella vita, avvenne una scoperta del tutto casuale. Nell’ambito della preparazione di un corso universitario dedicato alle presenze dell’architettura rinascimentale nei territori della Lucchesia e della Versilia, Gabriele Morolli, rinvenne in un deposito di marmi destinati alla vendita, ubicato nelle vicinanze di Pietrasanta (in Versilia), tre grandi fusti di colonna in marmo, dalle proporzioni eccezionali di quasi 7 metri di altezza per circa 90 centimetri di diametro al piede.
I tre monoliti costituivano sicuramente membrature architettoniche realizzate senza l’ausilio di apparecchi meccanici modernamente intesi e pertanto, risultando la loro esecuzione effettuata interamente a mano, parve subito chiara la loro rarità se non altro in relazione alle dimensioni del monumento per il quale tali fusti erano stati approntati: coi loro 7 metri, destinati ad essere completati da una base e da un capitello congrui, avrebbero portato alla messa in opera di colonne alte almeno 8 metri e mezzo, misura che appare circa il doppio delle ‘normali’ colonne presenti nei cortili dei palazzi o nelle navate delle chiese ove siano applicate le norme dell’architettura classica (e i fusti in questione risultavano eseguiti seguendo alla perfezione le regole che si riscontrano per le colonne sia nei monumenti dell’Antichità, sia nel trattato di architettura del romano Vitruvio, sia nei principali trattati del Rinascimento).
Si trattava, quindi, di manufatti di notevole interesse storico. I proprietari erano stati interpellati da uno scultore americano che si era detto interessato all’acquisto di un fusto per utilizzare il marmo onde ricavarne varie statue: in effetti il materiale risultava di ottima qualità e certificato come proveniente dal bacino marmifero del Monte Altissimo, dove si trovano le migliori cave nel comprensorio di Seravezza.
Morolli interpellò il Gruppo Teseco di Pisa, preoccupandosi di non fare andare dispersa questa preziosa testimonianza dell’arte edificatoria toscana.
I fusti vennero così trasportati presso lo Stabilimento Teseco, dove si trovano a tutt’oggi, visibili al pubblico.
Ottenuta la possibilità di valutare con maggiore attenzione la modellazione e soprattutto le proporzioni dei manufatti, Morolli rilevò la singolare coincidenza fra le dimensioni dei fusti e le misure delle colonne che Michelangelo aveva concepito e in parte realizzato in occasione della progettata (ma poi non eseguita) facciata marmorea della chiesa medicea di San Lorenzo in Firenze: misure espresse da una documentazione indubitabile, costituita dalle quote presenti in numerosi disegni “tecnici” autografi dell’artista e in vari contratti stipulati fra Michelangelo stesso e i fornitori dei marmi. Tali documenti si riferiscono tutti, in effetti, a fusti alti 11 braccia fiorentine e del diametro inferiore di circa 1 braccio e mezzo, dimensioni corrispondenti esattamente ai 7 metri per 90 centimetri dei fusti ritrovati da Morolli, il quale dichiarò: ”Sono rimasto colpito dalla loro dimensione eccezionale – disse – nessun monumento toscano avrebbe potuto ospitare colonne simili. Le ho misurate e le ho confrontate con i disegni di Michelangelo: coincidevano perfettamente”
Come si sa, Michelangelo curò personalmente l’estrazione dei marmi necessari alla facciata di San Lorenzo dalle cave di Seravezza tra il 1517 e il 1519, da lui stesso aperte per volontà di Papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, interessato all’”avviamento” dei bacini marmiferi dell’Altissimo. Tali cave, in quanto nel territorio della allora fiorentina comunità di Pietrasanta, sarebbero state in grado di competere con quelle “straniere” di Carrara, assicurando notevoli vantaggi economici ai quali i Medici erano particolarmente sensibili specie adesso che, col progetto della facciata, avrebbero dovuto approvvigionarsi di ingenti quantità di marmo. E il fatto che la materia di cui sono costituiti i tre fusti sia proprio marmo dell’Altissimo sembrerebbe dare ulteriore forza all’ipotesi che essi facessero parte dei materiali predisposti dal Buonarroti per il monumento fiorentino.
Tanto più che precise testimonianze ci informano di come “alcune colonne” fossero rimaste “alla marina”, al ponte caricatore del porticciolo di Pietrasanta, in attesa di una spedizione che non avvenne mai.
Intanto nel febbraio del 2007 una di quelle tre colonne recuperate venne “prestata” a Firenze in occasione del 264° anniversario della morte dell’Elettrice Palatina, ultima esponente della dinastia Medici, e per un po’ rimase in esposizione sul sagrato della chiesa affinché tutti ne potessero ammirare l’imponenza.
In quell’occasione Morolli andò oltre annunciando l’esistenza di un’altra colonna, sempre michelangiolesca, identica per forma e stile alle altre tre. Infatti alcuni documenti d’epoca rivelarono che solo una colonna destinata alla facciata della Basilica giunse a Firenze per potere essere valutata direttamene in presenza della facciata al grezzo della chiesa medicea. Purtroppo dopo essere rimasta per oltre un secolo abbandonata di fianco alla facciata stessa, questa venne fatta interrare sotto il sagrato della chiesa fiorentina. Per accertare l’eventuale presenza di questa colonna, Morolli previde l’impiego di particolari apparecchiature come il georadar.
Quasi tre anni più tardi, all’inizio di dicembre 2009, la ricerca della quarta colonna ebbe luogo negli spazi intorno la basilica fiorentina grazie alla collaborazione tra le Facoltà di Architettura dell’Ateneo fiorentino e la Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli. Obiettivo della ricerca, come spiegò Morolli era “verificare se sotto la piazza ci fosse la colonna di marmo prevista dal progetto di Michelangelo per la facciata della basilica. Sicuramente ci sono le volte, realizzate dal Buonarroti, già rilevate nel 1910 durante dei lavori. Ma secondo le cronache del Vasari ci dovrebbe essere anche una colonna. A confermare questa ipotesi c’è anche una guida del ‘600 che racconta della decisione dell’allora granduca di abbattere la colonna che quindi dovrebbe essere ancora sul posto”. Si tratta di un elemento di marmo di Carrara dell’altezza di 7 metri e mezzo e del diametro di 90 centimetri che, secondo gli studi di Morolli, doveva trovarsi sotto il sagrato della chiesa o a fianco della basilica praticamente al termine delle scalinate realizzate nel 1915 in sostituzione dei precedenti piani inclinati (sullo stile di quello di piazza Pitti).
Il georadar diede responsi non definitivi, ma importanti: nella relazione stilata dal professor Carmine Gambardella dell’ateneo partenopeo, si legge che “in linea con l’angolo della chiesa (di San Lorenzo, nda) verso la piazza, è stata registrata una macroanomalia disposta parallelamente alla gradinata del sagrato, lunga poco meno di 9 metri e larga circa uno”.
Potrebbe davvero trattarsi della quinta colonna sbozzata in Versilia, l’unica spedita e giunta a Firenze all’inizio del XVI secolo. Un’indagine più approfondita sarebbe non solo auspicabile, ma addirittura utile per capire se almeno un elemento della facciata michelangiolesca di San Lorenzo potrebbe realmente rivedere la luce, entrando a far parte del patrimonio storico-artistico dello Stato Italiano, e quindi destinato, dopo un accurato restauro – perché “la terra nasconde , ma conserva” –, ad essere musealizzato e quindi ammirato ogni anno da milioni di visitatori.
