
Nella storia di Palazzo Scala-Della Gherardesca di Firenze, caratterizzata da numerosi passaggi di proprietà, c’è da registrare anche il breve periodo in cui appartenne all’ex-viceré d’Egitto, Ismail Pascià. Purtroppo la maggior parte delle pubblicazioni dedicate alla secolare esistenza dell’edificio e relativo parco, sembrano ignorare l’episodio, che invece presenta dei risvolti interessanti.
Nato al Cairo il 30 dicembre 1830 e figlio di Ibrahim Pascià, Ismail aveva studiato a Parigi (diplomandosi alla scuola di stato-maggiore) ed era diventato Kedivé d’Egitto (cioè viceré) il 18 gennaio 1863, succedendo alla zio Said Pascià. A lui si deve, tra l’altro, la costruzione del canale di Suez inaugurato nel 1869 e la committenza dell’Aida a Giuseppe Verdi, che era andata in scena al Teatro dell’Opera del Cairo il 24 dicembre 1871 e sei settimane dopo alla Scala di Milano.
Dopo sedici anni e mezzo di potere, Ismail Pascià era stato costretto però a dimettersi:
[…] il giorno 26 giugno del 1879 Ismail Pascià abdicava alla sovranità dell’Egitto, della Nubia, del Sudan, del Kordofan e del Darfur a favore del primogenito, attualmente regnante Mohamed Tewfik Pascià1.
Ciò era avvenuto a causa delle disastrose condizioni delle finanze egiziane seguite al grande progetto di lavori pubblici e di riforme sociali e amministrative.
Dopo la sua abdicazione, e fino alla morte (il 2 marzo 1895 a Costantinopoli), Ismail visse sempre in esilio e tra i paesi che l’ospitarono vi fu anche l’Italia.
Nell’estate del 1879, infatti, con la sua corte lasciò Il Cairo e si imbarcò ad Alessandria alla volta di Napoli.
La permanenza in Campania del principe egiziano fu sintetizzata in un libro di fine anni Venti:
Ismail Pascià, lo spodestato Kedivé d’Egitto, il principe di Mille a una notte, venuto con la sua corte ed il suo piccolo harem a stabilirsi a Napoli, alla ‘Favorita’. Il principe era di una prodigalità che non conosceva aritmetica. Aveva fatto, in tredici anni, novantacinque milioni di debiti. Una turba di affaristi e di avventurieri famelici si arricchì a sue spese. Pareva che Ismail affondasse le mani nei tesori inesauribili e fantasmagorici di Alì Babà. Non era bello di persona. Piuttosto piccolo, un po’ pingue, la barbetta nera, gli occhi chiari, mobilissimi. Era abituato ad essere obbedito con prontezza e sottomissione. Il più piccolo disappunto lo rendeva furioso e violento. Nei momenti di cattivo umore era da evitarsi. Venne a Napoli, a bordo del yacht Mahrussa, ed andò ad abitare a villa Roccabella a Posillipo, non essendo ancora ultimati i lavori alla Favorita. Rimase a Napoli sei anni. Le più strane leggende si formarono intorno alla vita che il principe orientale conduceva alla Favorita. Le donne dell’harem, naturalmente le più belle che Iddio avesse creato. Si facevano salire a migliaia. Ogni giorno un dramma di gelosia, una tragedia d’amore e di sangue. Le finestre della casina reale erano state coperte di grate, come quelle dei monasteri.
Ciò è bastato ad accendere le fantasie meridionali. La verità è che le famose odalische o principesse non erano che tre, ognuna delle quali aveva quattro o cinque dame di compagnia e queste, alla loro volta, erano servite, ognuna da quattro o cinque schiave. Vestivano all’europea. Si recavano in carrozze aperte alla passeggiata pomeridiana, allora famosa, in via Caracciolo; assistevano allo spettacolo al San Carlo e, qualche volta, andavano a pranzo al Gran Caffè d’Europa.
Ismail lasciò Napoli nel 18852.
Per la precisione, villa Favorita di Resìna (l’attuale Ercolano, in provincia di Napoli), è una residenza vesuviana costruita nel XVIII secolo e che oggi è di proprietà del Demanio (Ministero di Grazia e Giustizia); durante il suo soggiorno, Ismail Pascià vi fece decorare in stile turco alcuni ambienti al piano terra.
Probabilmente la dimora alle pendici del Vesuvio non doveva esser ritenuta consona al proprio alto lignaggio, così Ismail Pascià decise di trasferirsi altrove con il proprio harem e la scelta cadde su Palazzo Scala-Della Gherardesca.
Gli eredi del conte Ugolino Della Gherardesca non erano in condizioni di poter mantenere un immobile così importante insieme a tutti gli annessi. Sin dal 1850, infatti, era iniziata una lenta decadenza economica della famiglia che aveva portato in soli 24 anni ad ipotecare i loro beni per ben 220.851,87 lire.3 Una cifra consistente per l’epoca. Così il Tribunale di Firenze il 28 settembre 1883 emise il provvedimento che «per la ingente mole di debiti ipotecari e chirografici che gravavano il patrimonio del defunto»4 autorizzava gli eredi del conte Ugolino – cioè Giulia Giuntini vedova del Conte Senatore Ugolino Della Gherardesca, tutrice e legittima amministratrice del proprio figlio Conte Walfrido Della Gherardesca minore di età, e le figlie Emilia e Maria – a vendere i loro possessi a Firenze.
Sullo stesso atto del tribunale compaiono anche i nomi del mandatario dell’operazione – Andrea Bartolini Carrega – nonché del compratore dei beni – l’ex-kedivé d’Egitto, Ismail Pascià – e il prezzo che quest’ultimo avrebbe dovuto pagare: 60mila lire per i beni mobili e 870mila lire per gli immobili. E tra questi ultimi c’è la chiara indicazione di Palazzo Scala-Della Gherardesca, definito “palazzo gentilizio”.
All’autorizzazione del Tribunale di Firenze fece seguito l’atto di compravendita che venne stipulato alla presenza del notaio Pietro Capei il 3 dicembre 1883. Al rogito però non partecipò il principe egiziano che il 17 agosto dello stesso anno, a Parigi, aveva sottoscritto una procura a favore del Conte Annibale Maffei di Boglio.
La presenza del nome del compratore dei beni dei Della Gherardesca sull’atto del Tribunale di Firenze del settembre 1883 – cioè di Ismail Pascià – conferma che la volontà di acquistare il palazzo da parte del principe era assai antecedente alla stipula dell’atto di acquisto, ma manca un riscontro documentario che stabilisca l’origine della decisione.
Come detto, sono pochi i testi che riportano la notizia dell’acquisto di Palazzo Scala-Della Gherardesca da parte di Ismail Pascià e tra questi c’è quello scritto nel 1995 dal pronipote del conte Ugolino Della Gherardesca, che porta il suo stesso nome, e quello di inizio anni Settanta del Novecento di Leonardo Ginori Lisci.
Nel primo si legge: «Quando infatti, nel 1882, il conte Ugolino rese l’anima a Dio, ai tutori, cui fu affidato mio nonno (Walfrido, nda) ancora minorenne, non rimase che accettare la gravità della situazione patrimoniale e, per tamponarla vendere a S. A. Ismail Pascià, Kedivé d’Egitto, il palazzo e il giardino di Borgo Pinti per la somma di 800mila lire e 60mila lire per alcuni mobili ed arredi di lusso lasciati nel palazzo stesso».5
In effetti, come appare chiaro dal rogito di vendita dei beni dei Della Gherardesca, il prezzo cui fu venduto tutta la proprietà fu di 930mila lire e non 860mila come riportato dal conte Ugolino nel suo libro.
Dal libro di Ginori Lisci, tuttavia, si ricava un’informazione in più: «Alla successione del conte Ugolino gli eredi venderono il secolare possesso di famiglia a Ismail Pascià, ex-viceré d’Egitto, ma egli lo tenne poco tempo non avendo avuto il permesso di trasferirvi il suo numeroso harem».6
Qui si parla apertamente di «permesso», ma non si fa cenno a chi l’avrebbe dovuto concedere. Chiarisce un poco la vicenda un articolo pubblicato molti anni prima sul quotidiano La Nazione, a firma dell’Osservatore Fiorentino:
Notiamo soltanto che [Palazzo Scala-Della Gherardesca, nda] nel 1880 passò dal Gherardesca a Ismail Pascià, ex-kedivé di Egitto. Questo principe, non avendo ottenuto dal Governo Italiano il permesso di trasportarvi il suo harem dall’Egitto, se ne disfece dopo brevissimo tempo e venne allora acquistato dalla Società Ferrovie Meridionali7.
Secondo questa testimonianza – per altro poco precisa perché l’anno del passaggio del palazzo dai Della Gherardesca al principe egiziano è evidentemente sbagliato – era stato il Governo Italiano a vietare espressamente a Ismail Pascià che il signorile palazzo fiorentino, dopo l’acquisto, diventasse la nuova sede del suo affollato harem.
Purtroppo né negli archivi fiorentini, né in quelli capitolini di vari ministeri, sono stati trovati documenti a sostegno di un chiaro intervento governativo italiano nella vicenda. È ipotizzabile che per evitare il trasloco di Ismail Pascià e del suo harem da Resìna a Firenze sia intervenuta la Prefettura fiorentina, ma anche in questo caso non è stato rintracciato alcun documento che lo dimostri.8
In seguito a questo episodio, il palazzo fiorentino, e relativo parco, dopo appena venti mesi, cambiarono nuovamente proprietario: l’8 agosto 1885 venne infatti siglato l’atto ufficiale di trasferimento in base al quale si sanciva il trasferimento delle proprietà da Ismail Pascià alla Società Anonima Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, che ne fece la propria sede fino al 1940, quando passò nelle mani della Società Immobiliare della Metallurgica Italiana.9
Come si ricava dal rogito del notaio Pellegrino Niccoli,10 i 12 elementi costituenti la proprietà (10 case, il palazzo e un insieme di terreni) furono venduti in blocco – «a cancello chiuso» come si diceva allora – al prezzo di 885mila lire.
Tra il dicembre 1883 e il settembre 1884, il principe egiziano aveva versato le rate del pagamento del palazzo, degli immobili e del giardino per un totale di 930mila lire; nell’estate del 1885 lo vendette a 885mila lire, in pratica nell’operazione perse 45mila lire.
L’effettiva vendita era avvenuta, con scrittura privata, il 24 giugno 1885, poi registrata il 10 luglio dello stesso anno. Il rogito invece avvenne l’8 agosto 1885 alla presenza, oltre che del notaio Niccoli, anche di due testimoni, del compratore (il «Signor Commendatore Secondo del fu Signor Giovanni Borgnini» per la Società Anonima Italiana per le Strade Ferrate Meridionali) e del legale rappresentante del venditore, Ismail Pascià. Quest’ultimo, infatti, non presenziò neanche a questo rogito, avendo delegato, sin dal 16 luglio 1885, l’avvocato Washington Rigoletti.
Dal testo del rogito del 1885 emergono con chiarezza anche le motivazioni che avevano spinto i responsabili della Società Anonima Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, a trattare con Ismail Pascià l’acquisto del palazzo e del parco dove lui, in effetti, non aveva mai vissuto:
… avendo bisogno di ampliare nella città di Firenze, dove conserva la sua sede, i locali d’uffizio, acquistò in compra un Palazzo in Firenze dal Signor conte di Mirafiori […] che nel seguito, la Società dovette persuadersi che gli stabili appartenenti a Sua Altezza Ismail Pacha, e dal medesimo posseduti in Firenze, si presentavano più adatti all’impianto dei suddetti uffici, e ne trattò l’acquisto con il rappresentante della prefata Altezza Sua, Ismail Pacha.
Con questo atto, quindi, l’ex-Kedivé d’Egitto in esilio concluse il suo rapporto, praticamente mai nato, con Firenze e svanì il suo sogno.
Come avrebbe potuto essere l’atmosfera all’interno di Palazzo Scala-Della Gherardesca se Ismail Pascià fosse riuscito nel suo intento di trasferire sulle rive dell’Arno il suo harem pieno di giovanissime donne dotate di straordinario fascino, si ricava anche da alcuni ricordi di fatti avvenuti sia a Napoli sia in Brianza.
Durante la sua permanenza a Villa Favorita di Resìna, Ismail Pascià trascorse un breve periodo a Villa Cramer, casa patrizia di Tassera, frazione del comune di Alserio (CO), sulle rive dell’omonimo lago. Questo avvenne in un periodo compreso tra la fine del 1879 e il 1883. Pare che la decisione di trascorrere un po’ di tempo in Lombardia, nascesse dalla volontà di riavvicinarsi a persone che aveva conosciuto in Egitto, durante il periodo del suo regno, e con le quali era rimasto in buoni rapporti.
Infatti a Tassera il principe egiziano fu ospitato dal cavalier Francesco Basevi, grande amante dei cavalli che aveva fatto fortuna in Egitto e con cui aveva stretto amicizia. Ismail si era portato dietro una parte della ‘corte’ di giovani e seducenti donne e, un po’ come era accaduto a Resìna, in suo onore erano state realizzate delle decorazioni in stile turco all’interno della villa. Perfino un tempietto in giardino, secondo i progetti, doveva risultare di tipo moresco: era previsto infatti che sulla sommità recasse una bandierina turca.
Il ‘passaggio’ in Lombardia di Ismail Pascià è testimoniato anche in un libro che racconta «Un secolo di storia milanese attraverso gli ospiti illustri del suo albergo più famoso», il Gran Hotel et de Milan.11 Il suo nome, infatti, compare in una lunga lista di «personalità che hanno soggiornato» nel noto albergo insieme a quelli di innumerevoli capi di stato e personaggi di famiglie reali.
Il lungo esilio del principe egiziano e della sua misteriosa corte in Campania, invece aveva portato l’ex-regnante d’Egitto agli onori della cronaca per via di un fatto di cronaca realmente accaduto.
Una giovanissima donna circassa dell’harem di Ismail Pascià riuscì a scappare con un baldo giovane partenopeo facendo scoppiare un caso diplomatico tra il principe, il Governo Italiano e, naturalmente, la Chiesa. In difesa della giovane donna intervennero perfino i Savoia, così alla fine l’ex-Kedivé ebbe la peggio e per l’ex-schiava si aprirono le porte di un’esistenza da donna libera.12
La storia appassionò così tanto l’opinione pubblica che alcuni anni dopo, qualcuno mise in circolazione la notizia che la fuga romanzesca della bella circassa fosse avvenuta a Tassera invece che a Napoli. Ma evidentemente si trattava di pura fantasia.13
Nonostante l’acquisto di Palazzo Scala-Della Gherardesca, ed esclusi alcuni brevi periodi trascorsi in Lombardia, Ismail Pascià rimase in Campania fino al 1885, quando decise di trasferirsi sul Bosforo. Si ritirò infatti a Costantinopoli e qui morì nel 1895, per poi essere sepolto al Cairo.
Note
1 F.L. Santi, L’Egitto sotto il governo di Ismail Pascià, Tipografica Editrice Lombarda, Milano 1880, p. 143.
2 F. Dell’Erba, Napoli. Un quarto di secolo, Tirrena, Napoli 1929, pp. 221-222. La vicenda napoletana di Ismail Pascià è stata raccontata più di recente anche in un articolo: cfr. R. Raimondo, Il Miglio d’Oro: Fantasticherie popolari sulla vita del principe Kedivè d’Egitto, ospite della Villa, in “La Torre”, n. 9, 14 giugno 1969, p. 4.
