
Citate perfino ne L’Apocalisse di san Giovanni Evangelista, l’ultimo libro dell’Antico Testamento, le pietre dure hanno attraversato tutta la storia del bacino del Mediterraneo sin dal I secolo dopo Cristo rappresentando una delle forme privilegiate del suo raffinato sapere artistico.
Ma è dal XVI secolo che, all’inizio del periodo ducale (e poi granducale) dei Medici, l’intarsio delle pietre policrome rinasce e si afferma a Firenze con un particolare tipo di lavorazione. Già nel 1568 l’architetto Giorgio Vasari dà notizia che il duca Cosimo I de’ Medici vuol far costruire nel complesso laurenziano una terza sagrestia (dopo quelle di Filippo Brunelleschi e di Michelangelo Buonarroti) che sarà realizzata con «vari marmi mischi e musaico» e «a tale oggetto avea fin dall’anno 1568 incominciato a fare allestire moltissime pietre dure di commesso magistero».
Proprio per realizzare il mausoleo mediceo – e in particolare la Cappella dei Principi -, nel 1588 il granduca Ferdinando I de’ Medici istituì l’Opificio delle pietre dure, dando il via alla prima vera manifattura del commesso fiorentino, dove venivano utilizzati marmi e pietre colorate semi preziose per creare sfumature, dettagli e ombre ottenendo effetti cromatici del tutto paragonabili alla pittura.
Con Cosimo II de’ Medici al potere, tra il 1609 e il 1621 fu il pittore di soggetti botanici e zoologici Jacopo Ligozzi a fornire alla Galleria dei Lavori modelli naturalistici ed esotici come gli uccelli del paradiso e i pappagalli, gli stessi che si potevano ammirare nelle voliere del giardino granducale di Boboli a Firenze e che poi avrebbero arricchito le collezioni dei vari musei fiorentini – dagli Uffizi a Palazzo Pitti, dalla Cappella dei Principi al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure – custodendo opere di eccellenza come mosaici realizzati a commesso, a testimonianza di un’arte che proprio in riva all’Arno è nata e ha conosciuto il successo.
Se nell’antica Roma si faceva largo uso di frammenti di pietra per lavori di architettura decorativa, nella Firenze medicea del XVI secolo prende vita la lavorazione “a commesso” – dal latino committere (mettere insieme) – e in poco tempo la competenza e la fama degli intagliatori fiorentini si diffuse in Europa e oltre: all’inizio del XVII secolo nacque un laboratorio per la lavorazione delle pietre dure a Praga; nel 1668 per volere del Re Sole fu fondata a Parigi la Manifattura reale dei Gobelins, così come tra il 1632 e il 1649 è certa la presenza di maestranze fiorentine in India per insegnare agli artisti indiani la lavorazione delle pietre dure e che si posso trovare tracce del loro intervento nella grande ornamentazione del Taj-Mahal di Agra. Senza contare che nel 1738 a Napoli, per volere del futuro re Carlo III di Borbone, verrà creato un laboratorio delle pietre dure con maestranze fiorentine che col tramonto della Dinastia Medici aveva lasciato Firenze. E per una dinastia che scompare, un’arte invece sopravvive.
Il “commesso fiorentino” indica, infatti, qualsiasi lavoro realizzato tramite l’accostamento di elementi di forme e colori diversi, vere e proprie opere d’arte, oggi realizzate ormai da pochissime aziende. Tra queste vi è “Pitti Mosaici” della famiglia De Filippis, la cui sede principale è in Piazza Pitti a Firenze, proprio di fronte all’ingresso principale dell’antica reggia di tre dinastie (Medici, Lorena e Savoia), dove rimanere folgorati dal fascino delle opere prodotte è il minimo che può capitare.
Quattro generazioni di artigiani della pietra e oltre 40 anni trascorsi a produrre manufatti a “commesso fiorentino”, rappresentano la storia di questa famiglia che sta portando avanti una tradizione secolare.
Oltre al padre Emilio, detto “Ilio”, e ai figli Isse e Iory, operano nel laboratorio quattro mosaicisti più un apprendista; inoltre in piazza Pitti c’è lo showroom, che ha tutta l’aria di un piccolo, moderno museo, con opere in mostra su pannelli mobili, per sfruttare al massimo lo spazio e per intrigare il visitatore che rimane sedotto da quegli assoluti gioielli in pietre dure.
Il nostro viaggio inizia però dal laboratorio dove si respira un’aria di grande esperienza e si viene accolti da speciali scaffali contenenti una moltitudine di pietre rigorosamente divise per varietà: dal lapislazzuli ai calcedoni, dagli onici ai quarzi, dalla malachite all’ametista, ma anche minerali, conchiglie, legni pietrificati e altri tipi di pietre dure e semi-preziose.
Proseguendo nel laboratorio si giunge all’area creativa, un ambiente più ampio dove si trovano i diversi tavoli da lavoro, ognuno personalizzato, dove nascono veri e propri capolavori, frutto di un ”saper fare” che si apprende principalmente in bottega, lavorando sotto l’occhio attento di uno o più maestri e secondo una necessaria trasmissione delle competenze, sia sulla materia prima, sia sulla sua lavorazione. Si tratta di un periodo lungo di formazione, utile per capire quali siano i procedimenti giusti per lavorare le pietre dure.
«Le aziende che a Firenze oggi producono opere a commesso in pietra dura – dice Isse De Filippis – si contano sulle dita di una mano. Si tratta di lavori esclusivi, speciali prima di tutto perché utilizziamo materie prime forniteci direttamente dalla natura. Semmai quel che facciamo noi è un’interpretazione della pietra, da cui andiamo a ritagliare i pezzi grandi o piccoli, talvolta minuscoli, che ci servono per creare il mosaico. C’è poi un secondo elemento: le nostre opere a commesso possono essere scambiate per pitture, da cui la frase ‘dipingere con la pietra’, poiché talvolta raggiungiamo dei risultati quasi fotografici. C’è però una differenza: sulla pittura puoi intervenire con i colori, nel mosaico invece ti devi attenere a ciò che Madre Natura ti dà. Non è difficile capire che si tratta di una sfida ben maggiore. E infine un’ultima notazione: mia madre è giapponese, e quindi per noi la precisione e la cura del dettaglio, tipici di quella cultura, è un bonus per noi che facciamo commesso fiorentino, il quale richiede appunto precisione, dedizione, calma, pazienza e saper osservare».
Ma come si svolge il lavoro? Dopo aver accuratamente selezionato tutti i materiali da utilizzare per un’opera, vengono preparati dei modelli di carta per “macchiare” (questo il termine tecnico usato) le varie “fette” di pietra sezionate e individuare, isolare la sfumatura di pietra che interessa. A quel punto, come avveniva oltre quattro secoli fa, si utilizza un archetto di legno con un semplice filo di ferro che, in combinazione con acqua e carburo di silicio, consuma la pietra e la taglia come si desidera, secondo il modello. A quel punto il pezzo sarà rifinito con le lime diamantate; terminata questa operazione i vari tasselli saranno accostati fino a comporre l’intero mosaico, che poi sarà interamente incollato su una lastra di lavagna che posteriormente ne garantirà l’esistenza anche per secoli.
Ieri come oggi rimane stupefacente in queste opere d’arte di dimensioni spesso considerevoli la capacità degli artigiani non solo di creare una “pittura in pietra”, in grado di andare oltre il modello pittorico con la straordinaria precisione del taglio delle pietre, ma anche di sfruttare al massimo la tonalità e la varietà delle pietre stesse, le quali, per il loro utilizzo, presumono una conoscenza del materiale assolutamente eccellente.
In oltre 40 anni di creazioni a commesso fiorentino, dalla bottega dei De Filippis sono uscite opere di grande eccellenza: da quadri ai tavoli di varie dimensioni, di incredibile bellezza, realizzati con “qualità museale”, cioè dove non sono percepibili le interconnessioni tra i vari frammenti di pietra tagliata su misura perché tra di essi vi è lo “zero gap”, a tal punto che sembrano pitture invece che mosaici.
Senza contare che poi sono state realizzate anche opere molto grandi, soggetti interi in scala reale e pannellature intarsiate di vari metri, in vari paesi. Anzi,da questa tecnica di lavorazione da oltre 25 anni si è aperto un ramo parallelo di lavorazione che prevede l’utilizzo del commesso fiorentino ridimensionato per la realizzazione di decorazioni monumentali per l’arredamento di interni ed esterni.
«Il mio sogno – conclude Isse De Filippis – è guardare al futuro per riuscire a fondere le tecniche tradizionali per realizzare mosaici con soggetti contemporanei. Ci sono idee di ritrarre personaggi famosi che hanno fatto la nostra storia oppure oggetti iconici della nostra cultura o animali domestici. Comunque, alla fine saranno tutti pezzi unici, esclusivi perché non ve ne saranno mai due uguali».
