Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

04-L'eredità di fango
La “mia” alluvione del ‘66

Tra le tante regole che disciplinano il lavoro di giornalista, ce n’è una che raccomanda di non scrivere in prima persona. Perché un cronista osserva, indaga, riporta e non parla mai di sé. Stavolta son costretto a non rispettarlo più di tanto quel comandamento di eleganza redazionale, perché l’alluvione di Firenze del 1966 ha più volte intersecato la mia vita sia da fiorentino (l’ho vissuta in diretta da bambino), sia da giornalista dedicato ai beni culturali, sia da storico studioso di fatti cittadini. Ho denunciato spesso situazioni insostenibili – nei modi e con i mezzi che avevo a disposizione – così come in qualche caso ho agito di mia iniziativa per provare a cambiare le cose.

Risale infatti al settembre del 2003 l’avvio di un’inchiesta che svolsi per il quotidiano per cui lavoravo in quel periodo. In circa 40 giorni cercai di capire che cosa doveva essere ancora restaurato a Firenze 37 anni dopo l’alluvione. Con un po’ di presunzione, pensai che avrei trovato ben poco. Invece fu un viaggio interessante e appassionante, pieno di sorprese, alla fine del quale oltre ad aver conosciuto tanti operatori del mondo dei beni culturali, fui in grado di testimoniare che una parte consistente del patrimonio culturale della città aspettava ancora di essere recuperato.

Visitai i depositi dei vari enti e delle soprintendenze, laboratori restauro e magazzini, ma quel che provai di fronte alle filze infangate dell’Archivio di Stato che ancora odoravano di nafta, ai quadri ancora velinati per evitare le cadute del manto pittorico o alle tonnellate di arredi sacri accatastate nell’antico Cucinone della Villa medicea di Poggio a Caiano sono ricordi davvero difficili da scordare perché ogni volta capivo di trovarmi di fronte a un segmento di patrimonio culturale particolarmente sfortunato, quello per cui nessuno era stato in grado ancora di trovare risorse per il suo recupero.

Così come quando vidi per la prima volta l’Ultima cena di Giorgio Vasari, che fu sorpresa dalla piena d’Arno nel cenacolo della Basilica di Santa Croce, e che io “incontrai” per la prima volta nell’ottobre del 2003 in un piccolo deposito della Soprintendenza per i beni storico artistici, nel Giardino di Boboli, a fianco della Grotta del Buontalenti. Smembrata in varie parti, adagiata su un tavolo di marmo – pareva un obitorio – coperta da un agglomerato di fango, Paraloid (una resina molto in voga negli anni Sessanta) e carta velina, cui ovviamente si era attaccato anche il colore. Il tutto stava, quasi per miracolo, sulle tavole lignee che, dopo l’asciugatura, si erano ritirate, diventando troppo strette e causando sollevamenti di colore anche di una dozzina di millimetri. Pareva una situazione irrecuperabile e intuendo che l’unico ente capace di “resuscitare” quel cadavere fosse l’Opificio delle Pietre Dure, mi rivolsi al responsabile del laboratorio restauri dei dipinti, Marco Ciatti che, vedendo l’opera di Vasari per la prima volta (era il 3 novembre del 2003), come si fa di fronte a una salma si tolse il cappello di feltro verde ed esclamò con espressione sbigottita: “Ma voi mi chiedete un miracolo”.

Poche settimane dopo (il 22 gennaio 2004) l’opera fu trasportata nei laboratori OPD della Fortezza e il totale recupero di quest’ultimo “dinosauro” storico artistico – anche grazie allo sviluppo delle tecnologie di diagnostica e di restauro che non sono certo quelle di 50 anni fa – è notizia di questi giorni. Come dire, ci son voluti 13 anni, ma quel miracolo è avvenuto.

Trascorsero appena tre anni e, in occasione del 40° anniversario dell’alluvione, ebbi la possibilità di pubblicare su un libro i risultati di quella mia inchiesta che, in pratica, nel tempo avevo proseguito, aggiornato, ampliato. Numeri, fotografie e testimonianze dirette furono il succo de L’eredità di fango che, se pur contemplato nel florilegio di pubblicazioni per l’anniversario del 2006, alla fine si rivelò uno dei pochi testi che guardava avanti, preferendo la cronaca schietta e scomoda ai toni celebrativi di numerose altre pubblicazioni.

Sempre nel 2006, in occasione dell’anniversario dell’alluvione, il quotidiano per cui lavoravo pubblicò un corposo speciale dedicato alla triste ricorrenza; anche in quelle pagine ebbi la possibilità fornire dati certi e “freschi” su quella parte di patrimonio culturale fiorentino ancora in attesa di restauro, oltre a far luce sui recuperi eccellenti di alcuni importanti dipinti di Santa Croce che per l’occasione tornarono in mostra in Basilica.

E ancora in quegli anni – tra il 2004 e il 2006 – prese il via alle Cappelle Medicee il “Progetto Medici”, ambiziosa operazione di riesumazione di una cinquantina di individui del ramo granducale della dinastia Medici. Nel 1966 in quel museo l’acqua dell’Arno aveva raggiunto quasi due metri d’altezza, per cui ogni riesumazione si caratterizzò anche per i danni che l’alluvione aveva provocato alle sepolture. A farne le spese, in particolare, fu l’ultimo granduca mediceo, Gian Gastone: i suoi resti erano stati depositati in una doppia cassa, insieme a quelli di alcuni bambini di casa Medici, in una camera sepolcrale sotto l’altare della cripta del mausoleo. Nel 1966 l’ambiente fu coperto da ben quattro metri di acqua e fango, la cui pressione non solo causò l’implosione nella cassa del coperchio di piombo, ma schiacciò tutto quel che conteneva, rendendo il recupero degli abiti e del corredo funebre un’impresa impossibile con le attuali conoscenze e tecnologie. Una sorte analoga, anche se meno problematica, riguardò il deposito funebre di un bimbo dell’apparente età di cinque anni (probabilmente Filippino di Francesco I), il cui abito funebre potrebbe essere recuperato, ma solo nell’ambito di una complessa operazione di restauro dai costi prevedibilmente notevoli.

In occasione del 40° anniversario dell’alluvione, nel 2006, la proprietà del quotidiano per cui scrivevo, decise di aprire una sottoscrizione per il restauro di un’opera alluvionata. Raggiunta una cifra, mi fu affidato il compito di scegliere quale opera poteva essere restaurata con i soldi dei lettori del giornale. Contattai l’Ufficio Restauri dell’allora Soprintendenza per il Polo Museale Fiorentino e alla fine la scelta cadde su Il miracolo di San Zanobi, la grande tela realizzata nel 1589 da Bernardino Poccetti in occasione delle nozze di Ferdinando I de’ Medici e Cristina di Lorena, di proprietà delle Gallerie Fiorentine. Lucia e Andrea Dori, i due restauratori, lavorarono con impegno per quasi due anni restituendo piena leggibilità all’opera che era stata alluvionata riportando danni di notevole entità. Il restauro della tela si completò nel 2008, nel novembre del 2010 fu presentata alla cittadinanza nel Battistero di Firenze, ma solo nel settembre del 2011 trovò definitiva collocazione nella navata destra della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, in un luogo dove tutti i fedeli – fiorentini e non – possono ammirarla grazie alla sottoscrizione dei lettori di un quotidiano che oggi non esiste più e alla mia scelta, dettata principalmente dall’amore per questa città.

In questo senso si inquadra anche una mia ultima “avventura” che presenta riferimenti all’alluvione del 1966. Tra il gennaio e l’aprile del 2014, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, ebbi l’opportunità di curare “Una volta nella vita. Tesori dagli archi e dalle biblioteche di Firenze”, mostra decisamente sui generis perché avevo chiesto e ottenuto da 33 enti fiorentini di poter esporre i loro “gioielli di famiglia”, purché si trattasse di patrimonio cartaceo, tra i quali figuravano anche molti “mai visti”. Tuttavia alla fine del percorso espositivo, una trentaquattresima vetrina ospitava quattro pezzi che il visitatore non si sarebbe mai aspettato di ammirare: un libro dell’Accademia dei Georgofili letteralmente dilaniato dalla bomba mafiosa del maggio 1993, e tre reperti alluvionati. C’era una filza dell’Archivio di Stato di Firenze resa compatta dal fango e sformata innaturalmente, c’era uno spartito del Conservatorio “Luigi Cherubini” ridotto a brandelli e c’era un poderoso trattato di anatomia del Museo Galileo ancora infangato e con ogni genere di macchia. Sinceramente avrei voluto che quella vetrina – quasi un pugno nello stomaco al termine di un percorso caratterizzato da bellezze e rarità interessanti – fosse aperta, dando la possibilità non solo di vedere, ma perfino di “respirare” l’odore dell’oltraggio dell’Arno nei confronti del nostro patrimonio. Anche se ciò non fu possibile, credo che il messaggio di allora – ma anche di oggi – sia arrivato forte e chiaro: a mezzo secolo dall’alluvione del ’66, non tutto il patrimonio culturale di Firenze è recuperato. C’è ancora molto da fare e tante risorse da trovare per restituire dignità all’insieme di tutti i beni costituenti la memoria della nostra civiltà, senza alcuna distinzione. Quest’ultima la lascio a coloro che, mezzo secolo dopo la tragica piena, ancora chiedono di poter contribuire al restauro di opere alluvionate, ma per esempio le vogliono solo degli Uffizi – senza sapere (o forse sì?) che non ne esistono – ma per il solo scopo di venire illuminati dalla fama della Galleria. Ciò dimostra una volta di più che il mecenatismo è finito, che i fund raisers stentano e che, nonostante l’Italia sia una sorta di museo diffuso, tutti vorrebbero aver cura solo delle icone. È l’eterna lotta tra tutela e valorizzazione, ma solo gli stolti le possono considerare due variabili indipendenti.

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