Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

tesori
Le funzioni di una mostra

Le cose che voi cercate, Montag, sono su questa terra,

ma il solo modo per cui l’uomo medio potrà vederne il 99% sarà un libro.

Ray Bradbury

dal libro Fahrenheit 451

Cosa mai possono avere in comune lo Studio per un Crocifisso di Raffaello e la commedia Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, oppure sette diverse versioni della Divina Commedia e le pagine della riedizione (antecedente al 1750) di un manualetto quattrocentesco per insegnare gli ideogrammi ai bambini cinesi?

La risposta va cercata nei luoghi dove questi documenti e libri sono custoditi.

Semplice, si trovano tutti a Firenze. Perché la città è un immenso scrigno di tesori di carta che sempre più spesso arricchiscono e completano mostre, principalmente dedicate ai beni storico-artistici.

Stavolta il discorso è diverso. Documenti d’archivio e libri diventano protagonisti di una mostra che per la prima – e forse unica – volta nella vita danno la possibilità di ammirare una selezione di “gioielli di famiglia” di 33 diversi enti prestatori presenti nel territorio comunale di Firenze. Tutti insieme, in un’unica soluzione.

L’idea arriva da lontano: era il 2009 quando chi scrive diede alle stampe il primo di una (prevista) serie di quattro volumi dal titolo Firenze nascosta. L’esordio fu dedicato ai beni storico-artistici della città; l’anno successivo fu la volta, in nuovo libro, dei beni archeologici e architettonici. Nella scansione ideale, il terzo capitolo avrebbe dovuto riguardare i beni archivistici e librari. Iniziato il necessario percorso di ricerca, non fu difficile rimanere stupiti dalla quantità e dalla qualità del patrimonio custodito in vari luoghi della città, talvolta a poche decine di metri l’uno dall’altro, certo non “nascosto”, ma poco frequentato, vuoi per la sua intima delicatezza – per cui le luci della ribalta causerebbero più danni che notorietà – vuoi perché non musealizzato e non sempre inserito in mostre più o meno tematiche.

Da qui l’idea di un’esposizione, la prima nel suo genere, che presentasse al pubblico una sorta di supercollezione ragionata dei tesori di carta fiorentini, scegliendo il meglio da ciascuno di essi, i pezzi più rappresentativi, i più rari, talvolta i più curiosi, ma anche gli unicum, quei pezzi che per particolari motivi non sono replicabili. Il tutto senza l’onere di un obbligatorio discorso filologico da rispettare, ma recuperando il gusto ottocentesco per il cimelio, testimoniato da tanti antichi cataloghi di simili esposizioni. Si tratta di un’operazione che potrebbe avere infinite repliche – considerata la vastità e lo spessore culturale del patrimonio cittadino – senza rischiare di mostrare due volte lo stesso pezzo per decenni.

Non solo. Decidere di mettere in mostra “il meglio di” archivi, biblioteche, accademie, istituti, fondazioni fiorentine, in qualche caso ha reso possibile porre in evidenza sia la contaminazione tra i diversi generi dei fondi e delle collezioni presenti in ciascuna istituzione, sia la sedimentazione dei pezzi, dai più antichi ai più moderni, permettendo diverse chiavi di lettura dell’esposizione.

Essendo ordinati per ente prestatore, ognuno dei pezzi in mostra è un “emblema” di ciò che è custodito nei vari luoghi di cultura della città, facilitando quindi una lettura “orizzontale” del patrimonio; ma all’interno di ciascun ente, i pezzi ci sono finiti per i più diversi motivi, in epoche differenti, atti di un’azione che in qualche caso dura da decenni, in qualche altro (la maggioranza) da secoli. Ecco quindi la seconda possibilità, quella della lettura “verticale” di quanto si potrà ammirare per tre mesi nella sontuosa sede della Sala Bianca di Palazzo Pitti, a pochi metri da dove – a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo – si trovava la Biblioteca Medicea Palatina il cui profilo (come contenitore e contenuto) è stato così dettagliatamente ricostruito nei preziosi saggi di Laura Baldini Giusti e di Renato Pasta che trovano spazio in questo bel catalogo edito da Sillabe.

Salvo qualche sporadico episodio, dovuto (pare) a cause di forza maggiore, quasi tutti i responsabili degli enti coinvolti hanno fatto a gara a prestare alcuni dei pezzi più noti e importanti: e così, abbracciando un periodo di quasi 25 secoli – che va da un papiro funebre del IV-I secolo avanti Cristo fino all’ultima traduzione della Divina Commedia (la 279ma, in vietnamita) del 2009 – la mostra propone una selezione di autentiche rarità cartacee come tre documenti archivistici di Michelangelo, tra i quali spicca una paginetta recante alcuni Schizzi di blocchi di marmo con sagoma per una crocifissione, in pratica le istruzioni per “cavare” dalla montagna alcuni blocchi lapidei tra cui uno a forma di croce pronto per essere scolpito. Mostrato a Vienna nel 1997, il documento custodito nell’Archivio della Fondazione Casa Buonarroti in Italia non è mai stato esposto in pubblico.

C’è poi l’atto di battesimo di Leonardo da Vinci e un altro testo che reca le sue postille; una lezione scritta da Galileo sull’Inferno di Dante; opere attribuite a Andrea Mantegna, Alessandro Allori e Giovanni Stradano; autografi di Girolamo Savonarola, Poliziano, Cosimo I de’ Medici, Joachim Winckelmann, Ugo Foscolo, Giuseppe Pelli Bencivenni, Pietro Vieusseux, Eugenio Barsanti, Vasco Pratolini, Eduardo De Filippo e Dino Campana, del Premio Nobel Eugenio Montale (presente anche con due acquerelli dedicati alla Versilia).

Indubbiamente c’è molta Firenze nelle pagine in mostra, la sua storia, fatta di geni all’opera e di sangue, di conquiste e di capolavori, di momenti epocali e di testimonianze di vita, e ogni visitatore potrà trovare motivi d’interesse perché tanti sono gli stimoli che arrivano dalle vetrine.

E non solo: proprio all’ingresso della mostra il visitatore può leggere la trascrizione della lettera che all’inizio del XIX secolo Giovanni Fabbroni scrisse all’allora primo console di Francia, Napoleone Bonaparte, con cui implorò per Firenze “protezione per le arti e la scienza”, così come “immunità e salvezza per tutti i pubblici stabilimenti destinati all’istruzione”; purtroppo una scritta postuma ci ricorda oggi – in un parallelismo temporale che fa venire i brividi – che quella richiesta “non ebbe effetto”.

Nonostante si tratti di un “inno alla carta” – come il mio Soprintendente, Cristina Acidini, ha definito la mostra nel suo bel saggio introduttivo e che ringrazio ancora una volta – chi scrive affida all’esposizione anche tre funzioni importanti: una espositiva, una educativa e un’altra informativa.

Decidere di valorizzare, con la prima mostra di “Un anno ad arte 2014”, una sezione così particolare del patrimonio culturale fiorentino, è una scelta coraggiosa, ma anche una decisa manifestazione di originalità, cioè la volontà di dare visibilità a beni che in alcuni casi (quasi il 10% dei pezzi in mostra) non hanno mai lasciato i depositi dei rispettivi enti prestatori.

Con così tante testimonianze storiche a disposizione, la seconda funzione non può che essere educativa, ovvero mostrare – nel senso di far vedere – tanti documenti e libri di cui si è spesso sentito parlare o si è studiato sui banchi di scuola, ma che non si è mai visto dal vivo. Indubbiamente questa mission, anche per le implicazioni di tipo scolastico e sociale che può comportare, è quella che maggiormente sta a cuore a chi scrive.

La terza motivazione è di natura strettamente informativa, perché un cittadino informato è anche più responsabile nei confronti della memoria collettiva che lo riguarda. Per questo motivo in aggiunta al percorso espositivo principale, una limitata sezione è dedicata alle conseguenze patite dal patrimonio archivistico e librario fiorentino in due momenti drammatici della storia cittadina: l’alluvione del 1966 e la bomba di via dei Georgofili del 1993.

E alla fine, sia concesso a chi scrive di affermare che anche gli archivi e le biblioteche, come i musei, talvolta hanno bisogno di essere (idealmente, se non proprio materialmente) “abbracciati” – come affermò il Soprintendente Acidini la mattina del 27 maggio 2013 per il ventennale della bomba di via dei Georgofili – perché ad essi, da secoli, affidiamo la memoria di chi siamo e quindi diventano depositari della nostra identità. Decidere di valorizzarli attraverso un’esposizione dai contorni così insoliti – con testimonianze culturali tutte cittadine – dimostra che non c’è energia sostenibile più a buon mercato dell’intelligenza.

P.s. questo è il testo dell’introduzione del catalogo della mia mostra ‘Una volta nella vita. tesori dagli archivi e dalle biblioteche di Firenze’ che si tenne nella Sala bianca – e in alcuni spazi limitrofi – di Palazzo Pitti, dal 28 gennaio al 27 aprile 2014.

Guarda il video promozionale ideato da Marco Ferri.

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