Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Paolucci: «La Reggia di Caserta è un miracolo»

Carlo di Borbone aveva solo sedici anni quando, nel 1732, si recò per alcuni mesi a Firenze. Qui fu ricevuto con calore dal granduca Gian Gastone de’ Medici e da sua sorella, Annamaria Luisa, Elettrice Palatina, e salutato come Principe ereditario di Toscana. Fu in quella occasione che l’Infante di Spagna rimase estasiato dai lavori che venivano realizzati nella ‘Galleria dei Lavori’ (oggi Opificio delle Pietre Dure): «Don Carlo di Borbone Principe Reale – si legge in un ricordo dell’epoca – andava divertendosi a vedere le cose più rare e magnifiche particolarmente nella Real Galleria et aveva piacere vedere travagliare nell’officine i professori di Pietre dure fino a stare osservare il modo di intagliare i cammei e di lì si prese stima e gran genio a tal arte…».

Questo amore adolescenziale per l’arte – e in particolare per le pietre dure – pochi anni dopo avrebbe prodotto la fondazione del ‘Laboratorio delle Pietre Dure’ di Napoli e poi di Madrid, e la manifattura di porcellana di Capodimonte.

Ma c’era di più: Carlo voleva lasciare un segno indelebile del suo regno anche in architettura, realizzando un’opera che potesse competere con le più grandi e ammirate regge d’Europa. Per questo, nel 1751 Carlo di Borbone commissionò a Luigi Vanvitelli la Reggia di Caserta, dimora storica che ha la forma di violino – come la nevicata dell’inverno 2018 ha evidenziato esaltandola – ed è visitata ogni anno da quasi un milione di persone.

«Il Re arrivava dalla Spagna – dice Antonio Paolucci, già Ministero della cultura italiano e Direttore dei Musei Vaticani – dove si era formato, e voleva realizzare qualcosa che ricordasse le dimore reali che aveva conosciuto in Spagna, in particolare l’Escorial, vicino Madrid. Per fare la sua reggia – che doveva essere luogo di delizie, dove riunire la corte, dove fare spettacoli e ricevimento – sceglie l’agro casertano, quella che all’epoca si chiamava la campagna felix, che all’epoca offriva dei paesaggi tra i più belli e affascinanti d’Italia. Era lontano da Napoli e vicino al vecchio borgo di Caserta. Il Re chiamò Luigi Vanvitelli, il quale lavorò per più di 30 anni per realizzare questo immenso edificio con centinaia di stanze, la Cappella Palatina, un teatro e poi il giardino soprattutto, con le celebri fontane, quella di Diana e Atteone, quella della Peschiera vecchia. La Reggia di Caserta era un luogo che doveva evocare le grandi residenze reali d’Europa, quelle di Spagna e di Francia, come Versailles».

Così come il progettista di giardini André Le Nôtre aveva studiato a fondo le geometrie buontalentiane della Villa medicea di Pratolino per realizzare i giardini di Versailles, anche Vanvitelli dovette soddisfare il desiderio di bellezza e grandezza del Re nel realizzare la Reggia di Caserta, tenendo ben presenti le architetture dei principali palazzi reali di Spagna e di Francia e cercando di sfruttare al massimo le potenzialità della natura. Già all’ingresso del palazzo, attraverso il cosiddetto «cannocchiale», si ha la visione prospettica e della profondità del palazzo e dei giardini, che mette in evidenza la cura maniacale del dettaglio, nel pieno rispetto dei canoni estetici e del dialogo tra architettura e natura.

«In questo si caratterizza il miracolo della Reggia di Caserta – prosegue Paolucci – nata dal nulla, in una zona assolutamente marginale rispetto a Napoli e diventata poi il monumento mirabile che tutti conosciamo. La Reggia va visitata, percorsa, e i giardini vanno attraversati, per capire come Vanvitelli abbia cercato di creare un connubio perfetto tra arte e natura, tra la bellezza dell’universo creato come gli alberi e l’acqua, e la bellezza costruita, quella del palazzo vero e proprio. Basta pensare che il re Carlo di Borbone fece edificare l’apposito Acquedotto Carolino – dal nome del Re – per portare l’acqua dalle montagne vicine fino alla Reggia, sì da poter mettere in opera quei giochi d’acqua che fanno la bellezza del giardino con le sue fontane. Si tratta di un prodigio di land art, come diremmo oggi, un’arte che si ispira e entra nella natura, modificandola e interpretandola. Questo ha fatto Vanvitelli per il suo Re nel Settecento, e oggi la Reggia è uno dei luoghi più celebri e ammirati d’Italia».

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