
Chi si trova a passare da via Ninna – in prossimità di Piazza della Signoria -, se ha l’accortezza di alzare lo sguardo noterà un “ponticino” che unisce Palazzo Vecchio e gli Uffizi. Con tutta probabilità lo fece costruire Giorgio Vasari nel momento in cui, obbedendo a una precisa volontà di Cosimo I de’ Medici, progettò “il percorso del Principe” che avrebbe, di fatto, unito l’attuale sede del Comune di Firenze a Palazzo Pitti. Per percorrere questo tragitto in sicurezza, Vasari realizzò anche il “Corridore” – oggi Corridoio Vasariano, nella foto – che, originando dal braccio di ponente degli Uffizi e “transitando” sopra Ponte Vecchio, avrebbe condotto direttamente al Giardino di Boboli immettendosi nella reggia medicea all’altezza della Grotta del Buontalenti.
Quel “ponticino”, o meglio, quel “cavalcavia” tra Palazzo Vecchio e gli Uffizi – oltre che uno dei “segni” della volontà vasariana di confrontarsi con i suoi più illustri predecessori, come Arnolfo di Cambio, Leon Battista Alberti e Filippo Brunelleschi – ha soprattutto un grande significato simbolico di unione tra passato e futuro, tra la città medievale e quella cinquecentesca, post rinascimentale, voluta proprio dai Medici.
È innegabile, quindi, che la Firenze del XXI secolo risenta ancora dell’influenza della grande dinastia; anzi, l’idea di Firenze “museo a cielo aperto” o, per dirla con le parole di Antonio Paolucci, la Firenze “museo diffuso”, è “figlia” anche della volontà medicea di mostrare la propria grandeur a livello quanto meno continentale, tanto che oggi viviamo nella città che, in larga parte, hanno pensato e fatto realizzare i Medici, sia a livello di edifici (oggi monumenti) sia di opere d’arte come manifestazioni di potere.
Ma quali sono i “segni” di questo potere che oggi caratterizzano la città?
I più evidenti sono i principali monumenti della città, i “totem” intorno ai quali si ritrovano ogni anno i milioni di turisti che approdano in città. Alcuni di questi erano preesistenti all’ascesa al potere dei Medici, ma recano certamente le loro tracce. Basta pensare a Palazzo Vecchio, al cui interno si trovano i quartieri monumentali che una volta ospitavano il dipanarsi vitale di duchi, granduchi, delle loro famiglie e delle loro affollate corti. A questa tipologia appartiene per esempio lo “Studiolo di Francesco I”, il cui conoscenza venne approfondita grazie al celebre libro di Luciano Berti, dove il figlio di Cosimo I, circondato dalle pitture e sculture dei suoi artisti preferiti, viveva la parte meno pubblica della sua esistenza. Lo Studiolo si affaccia sull’attuale Salone dei Cinquecento il cui soffitto ligneo è un tripudio del potere di Cosimo I, così come sulle pareti gli affreschi di Vasari (uno dei quali potrebbe aver coperto La battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci proprio perché inneggiante al potere repubblicano) ne celebrano la gloria militare.
C’è poi Palazzo Pitti: quando Bonaccorso Pitti lo vendette a Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I (nel 1549-50), il palazzo esisteva già da almeno 80 anni. Da allora è stata per duecento anni la reggia dei Medici, impreziosita dal sontuoso “horto” – oggi Giardino di Boboli – con tanto di grotte, fontane e sculture. Oggi Palazzo Pitti – nonostante abbia poi ospitato regnanti di casa Lorena e Savoia – mantiene inalterato un fascino particolare, in gran parte dovuto proprio ai Medici: oltre a ospitare 5 musei (veri e propri contenitori di opere frutto della committenza o del collezionismo mediceo, oppure donazioni a personaggi della dinastia) e a portare i segni dell’ampliamento firmato da Bartolomeo Ammannati, il palazzo presenta ambienti medicei “riscoperti” proprio in questo terzo millennio e, in parte, perfino da studiare e da capire. Come la grande vasca del cosiddetto deposito del Rondò di Bacco, il cui utilizzo ancora resta un mistero; oppure l’ambiente termale – detto “della muletta” – appena restaurato da Daniela Dini, che si trova a pochi gradini dall’appartamento che occupava la granduchessa Cristina di Lorena, moglie di Ferdinando I.
Considerando le realizzazioni
C’è poi Palazzo Medici Riccardi, la sontuosa costruzione dell’allora Via Larga, curiosamente ben visibile sia da Piazza Duomo sia da Piazza San Marco. L’odierna sede della Prefettura e della Provincia di Firenze, al suo interno reca tanti segni della grandeur medicea, sia quella Laurenziana, sia quella del Principato. Basta pensare al fascino che esprime la Cappella dei Magi affrescata da Benozzo Gozzoli (su commissione di Cosimo il Vecchio Pater Patriae) che prese a pretesto il viaggio dei Magi per celebrare i trionfi medicei. Ma all’interno sono numerosissime le testimonianze della grande dinastia, compresi i “souvenir” che vennero prelevati dalle casse funebri durante le riesumazioni del 1875 (il colletto insanguinato della camicia di Alessandro Duca di Firenze e due denti di Lorenzo Duca di Urbino).
Il primato della magnificenza spetta tuttavia agli Uffizi, il grande edificio a forma di “U” costruito da Vasari che, oltre a radere al suolo il rione di Baldracca, inglobò numerose costruzioni preesistenti, come la chiesa di San Pier Scheraggio e si unì ad altre, come la Loggia de’ Lanzi o la sede dell’arte dei Vaiai e Pellicciai (di via Lambertesca). Oggi la Galleria degli Uffizi – dove si celebra il potere (del denaro) mediceo – è una delle mete più ambite di chi viene a Firenze a fare il turista (circa 1,6 milioni di persone l’anno), ma anche uno dei segni tangibili del legame che questa città ha con il proprio passato, quello mediceo in particolare. Tutto, al suo interno, è all’insegna della grande dinastia, al termine della quale visse Anna Maria Luisa, l’Elettrice Palatina, al cui “Patto di famiglia” dobbiamo la permanenza a Firenze di gran parte delle collezioni medicee e, di fatto, dell’appeal storico-artistico della città a livello mondiale.
C’è poi il complesso della Basilica di San Lorenzo che proprio quattro secoli fa si arricchì di una “terza sontuosa cappella” come Domenico Moreni. Le Cappelle Medicee di piazza Madonna degli Aldobrandini, a due passi da Palazzo Medici Riccardi e da Duomo, sono esse stesse il segno della potenza della dinastia che avrebbe dovuto perpetuarsi ben oltre la vita terrena dei singoli componenti. Voluta da Ferdinando I e costruita durante i regni di Cosimo II e Ferdinando II, la Cappella Reale (o delle Pietre Dure) è la celebrazione dinastia che si univa sia alla Sagrestia Vecchia e alla Sagrestia Nuova, in un grande e variegato sepolcro dove hanno trovato spazio i defunti di ben undici generazioni di entrambi i rami della dinastia originata a Cafaggiolo, compreso Cosimo il Vecchio Pater Patriae che, simbolicamente, è inumato in uno dei piloni che sostengono la Basilica. A tutto ciò vanno aggiunte la Sagrestia Nuova e la Biblioteca Laurenziana, commissionate da papa Clemente VII a Michelangelo, e che oggi ci appaiono come la straordinaria commistione della genialità in scultura e architettura del Buonarroti.
Altri edifici storici di Firenze la cui edificazione si deve ai Medici, sono le due fortezze contrapposte: quella “da Basso” (dedicata a San Giovanni Battista), che Pier Francesco da Viterbo e Antonio da Sangallo il Giovane tra il 1534 ed il 1537 per ordine di Alessandro de’ Medici; la seconda, che oggi conosciamo col nome di “Forte Belvedere” (ma in realtà si chiamava Fortezza di Santa Maria in San Giorgio del Belvedere), fu progettata da Bernardo Buontalenti e costruita tra il 1590 e il 1595 per volere di Ferdinando I.
Come detto, la grandezza dei Medici non si è manifestata a Firenze solo nella costruzione (o trasformazioni) di grandi dimore, bensì è giunta sino a noi grazie anche alla vasta committenza di opere d’arte con cui hanno dimostrato tutto il loro potere. E molti dei “risultati” di questa operazione sono ancora tra noi. Tralasciando le opere che costituiscono la ricchezza di musei statali e comunali (anche se l’invisibile, per motivi burocratici, e ricchissima collezione degli autoritratti iniziata dal cardinale Leopoldo de’ Medici meriterebbe un’attenzione particolare), chi passeggia per la città può ammirare le statue equestri di Cosimo I e di Ferdinando I commissionate da quest’ultimo a Giambologna rispettivamente nel 1587 e nel 1602. Così come tra Palazzo Medici Riccardi e la Basilica di San Lorenzo è ben visibile la statua scolpita da Baccio Bandinelli e dedicata a Giovanni delle Bande Nere, ritratto in una posa insolita (seduto). E non si possono certo scordare le sculture che adornano la Loggia de’ Lanzi (come il Perseo di Benvenuto Cellini e Il ratto delle Sabine del Giambologna, commissionate rispettivamente da Cosimo I e il secondo da Francesco I) e la Fontana del Nettuno (realizzata da Bartolomeo Ammannati) in piazza della Signoria. Così come vanno considerati i vari obelischi sparsi qua e là per la città, donati ai granduchi medicei o eretti da questi, o semplicemente “salvati” durante la trasformazione della città nel XIX per opera dell’architetto Poggi.
Se noi, uomini del III millennio, possiamo ammirare tutto questo è anche perché chi è succeduto al potere dei Medici in città ha comunque protetto questo patrimonio: per esempio nel XVIII – durante la dominazione lorenese – secolo venivano spese cifre iperboliche per la manutenzione e il restauro degli edifici appartenuti ai Medici.
Semmai siamo proprio noi – che ci crediamo super conservatori (nel senso buono del termine) e in grado di valorizzare al meglio questo patrimonio – che non ci stiamo comportando in maniera inappuntabile.
Viviamo infatti nella città che i Medici hanno pensato, costruito, trasformato; che alcuni architetti dei secoli successivi hanno cercato di stravolgere (in qualche caso riuscendoci), ma ai Medici la Firenze del XXI secolo riconosce poco o niente: a Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico sono dedicate due vie secondarie, all’Elettrice Palatina un breve segmento dei Lungarni e all’ultimo Granduca – Gian Gastone – che cedette il testimone ai Lorena, neanche un vicolo. Sarà mica ora di farci un esame di coscienza?
