Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Quando il lavoro si fa arte. L'Antico Setificio Fiorentino

Nel momento in cui la sericoltura giunse alle porte di Costantinopoli – intorno al 550 dopo Cristo per opera di due monaci dipendenti dell’imperatore Giustiniano che nascosero alcune uova di bachi da seta nel cavo di alcune canne – già da 3500 anni in Cina gli imperatori indossavano capi realizzati con la madre di tutte le materie prime dei tessuti: la seta.

Grazie a mercanti che percorrevano le piste che collegavano Oriente e Occidente, questa giunse anche in Italia, ma solo nel X secolo la sua lavorazione attecchì inizialmente sulle coste di Sicilia, Calabria e Puglia grazie alle maestranze bizantine o arabe.

L’espansione del mercato del “bello”, tra XII e XIII secolo, favorì la migrazione verso il nord della penisola di lavoratori specializzati nei vari interventi artigianali, come la pittura e la lavorazione della seta. In Toscana, più precisamente a Lucca, le manifatture della seta sorsero già nel X secolo, in seguito alla migrazione dal Meridione d’Italia di maestranze ebree esperte nella tintura e nella tessitura.

Lo stoffe lucchesi divennero le più richieste a livello europeo: ciò finì per arricchire la classe mercantile, non il ceto artigiano che ingaggiò un duro confronto coi mercanti, provocando l’esodo dei maestri della lavorazione della seta verso altri centri, tra cui Firenze. Qui tra il XII e il XIII secolo nacquero le Arti, tra le quali appunto quella della seta (nel cui elenco nel 1317 risulta un gruppo di maestri lucchesi esperti nella lavorazione della seta) che proseguì le attività con successo per oltre quattro secoli.

Solo a fine XVII secolo la produzione di seta ebbe in Lione un nuovo punto di riferimento, mentre la manifattura Fiorentina grazie al nuovo governo dei Lorena mantenne saldo il primato nella produzione di rasi, ermisini, taffetà puntando principalmente sulla qualità dei materiali e tinture.

Nel 1757 il granduca Pietro Leopoldo tenne a battesimo la Fabbrica Imperiale e Reale dei Drappi che operò in maniera parallela alle botteghe, ma la formula non ebbe il successo sperato, per cui nel 1770 l’Arte della seta, come le altre, venne soppressa lasciando spazio alla politica protezionistica del decennio successivo.

Mancando risorse da investire per tener testa al successo delle fabbriche lionesi, le manifatture fiorentine puntarono ancora sulla qualità dei tessuti semplici. Fu in questo quadro, politico ed economico, che a metà XVIII secolo alcune famiglie fiorentine decisero di mettere insieme i rispettivi telai per dar vita, in Via dei Tessitori, all’Antico Setificio Fiorentino.

Qui venivano prodotti corredi nuziali e stoffe per rinnovare gli arredi delle dimore e delle cappelle di famiglia, in precedenza realizzate da singoli telai in ciascun palazzo e solo per la famiglia nobiliare di riferimento.

L’iniziale successo dell’impresa destò interesse di altre famiglie nobili, anche non fiorentine, che iniziarono a commissionare prodotti di qualità.

Considerata la rilevanza assunta dall’industria serica fiorentina, nel 1780 Pietro Leopoldo donò alcuni telai al Setificio, tuttora funzionanti nella “nuova” sede di via Bartolini, in San Frediano, uno dei quartieri popolari di Firenze dove l’impresa venne spostata nel 1786.

E questi sono i passaggi essenziali di una storia di assoluta eccellenza fiorentina, scritta sui fili di seta nel corso dei secoli e giunta sino a noi.

Nella sede dell’Antico Setificio Fiorentino sono in perfetta efficienza 12 telai manuali e semi meccanici e due orditoi: uno settecentesco, realizzato su un modello leonardesco, e uno semimeccanico del 1868.

Da quel lontano 1786 – anno in cui il Granducato di Toscana, primo stato europeo, abolì la pena di morte -, nonostante i momenti difficili, l’Antico Setificio Fiorentino non ha mai sospeso la produzione, impegnato sempre a soddisfare le richieste di nobili e borghesi.

Tra i momenti più drammatici occorre ricordare l’alluvione dal 1966 che provocò danni maggiori rispetto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Appena otto anni prima, esaurita la politica di autarchia che aveva imposto l’utilizzo del rayon e di fibre sintetiche che avevano minato l’esistenza della manifattura, il marchese Emilio Pucci di Barsento aveva deciso di rilevare da altri soci questo gioiello, commissionando la realizzazione di tessuti per il proprio palazzo e operando affinché le capacità e le produzioni del Setificio fossero conosciute nel mondo.

Nell’arco degli anni tra i committenti vengono ricordati il Quirinale, Palazzo Madama, Montecitorio, la Biblioteca della Banca d’Italia, Villa Medici e Villa Doria Pamphili di Roma, Palazzo Reale a Milano. Oltre alle dimore dei reali di Svezia, al Cremlino, alla Tribuna degli Uffizi restaurata nel 2012, solo per citare alcuni eloquenti esempi.

Il capitolo più recente di questa storia è iniziato nel 2010, quando la storica manifattura è stata rilevata da Stefano Ricci, fiorentino tra i fiorentini, innamorato della propria città a tal punto da voler sostenere il futuro di quelle attività produttive e di eccellenza che hanno fatto grande Firenze nel mondo.

Stefano Ricci ha salvaguardato l’occupazione delle maestranze dell’Antico Setificio Fiorentino, ha provveduto al restauro dei macchinari e all’inserimento, innovativo, di disegni e trame contemporanee, proiettando così la visione del granduca Pietro Leopoldo nel nuovo millennio.

Ma negli spazi dell’Antico Setificio Fiorentino pare essersi fermato: le mani delle lavoranti rinnovano quotidianamente un rito antico, un antico saper fare capace di restituire a un pubblico che sa ancora apprezzare la qualità di opere di alto artigianato. Queste da un lato conquistano con la loro creatività i capi indossati dai grandi della Terra (a cominciare dal Santo Padre) e dall’altro andando a trasformare in realtà i desideri più audaci racchiusi in progetti dal carattere esclusivo per residenze e suite del lusso contemporaneo. E ciò avviene senza mai compromettere la qualità con la quantità. È più di un museo vivente, è un patrimonio dell’umanità.

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