Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Quarant'anni di amicizia con Mustafà. L'intervista inedita

Nella carriera di un giornalista c’è sempre una percentuale – solitamente esigua – di articoli scritti, ma non pubblicati. Chi ha coraggio li butta nel cestino. Chi è un accumulatore seriale come il sottoscritto, invece li mantiene. Gelosamente anche. Sono testimonianze di un impegno, uno sforzo, non coronato dalla soddisfazione della visione in pagina. Come quando intervistai il mio amico Mustafà, venditore di merci sulle spiagge della Versilia. Ci si conosceva da sempre, da quando aveva 18 anni. Io pochi di più. Oggi lo considero un amico fraterno, io so molte cose di lui, lui è stato spesso a cena da me. Ventitré anni fa lo intervistai a tutto campo, ma quella chiacchierata che scrissi con tanta passione, non ha mai avuto dignità di stampa. E’ un cruccio che mi porto dentro da molto tempo, ma siccome quell’intervista non l’ho buttata – anzi l’ho conservata gelosamente -, oggi la pubblico per la prima volta. Insomma è un inedito. Nel frattempo Mustafà ha continuato a venire in Versilia ogni estate, ha preso una terza moglie, i suoi figli sono grandi, uno è laureato e lui, il mio amico Mustafà, parla già di pensione.  Ovviamente la foto che accompagna questo articolo è generica.

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Li possiamo chiamare Mohammed o Mamadou oppure Mustafà. Per noi, all’inizio, faceva poca differenza. Poi pian piano abbiamo imparato a conoscerli e così, oltre i rituali «no grazie, non m’interessa» o «quanto lo fai questo?», gli abbiamo fatto qualche domanda personale, loro hanno risposto e per la prima volta ci siamo accorti di quanto affascinanti possano essere le loro storie, tanto sono diversi da noi. Fino a ieri erano sic et simpliciter «vu cumprà» ma oggi grazie a Dio (anche se loro preferiscono Allah) in molti casi li chiamiamo per nome, diamo e riceviamo il buongiorno e, almeno commercialmente, abbiamo imparato a fidarci l’uno dell’altro. Sono cambiati loro (anzi, non sono cambiati perché sono sempre i soliti che ritornano ogni anno) e siamo cambiati noi nel senso che siamo più tolleranti. Perché alzi la mano chi non ha mai acquistato da questi ragazzoni neri come la pece e dai denti bianchi come la neve, almeno un inutilissimo elefantino di legno o un pareo da spiaggia. Ma alcuni di loro oggi vanno oltre e in spiaggia si presentano solo con merce griffata, così attraente ed esclusiva da far venire l’acquolina in bocca a chi staziona per ore davanti alle vetrine dei negozi di Via Tornabuoni, Via Montenapoleone o Via Condotti ma non ha il coraggio di entrare. Invece sui lettini della Versilia spesso i sogni si traducono in realtà: si sceglie, si paga e ci si pavoneggia con le amiche.

Nonostante ciò i vari Mohammed, Mamadou e Mustafà, e tutti gli altri che solcano le nostre spiagge, hanno molto in comune tra loro, storie di povertà e miseria, di ricerca spasmodica dei soldi per compiere il primo viaggio della speranza fino in Italia o in Francia, l’inizio del lavoro come venditori ambulanti, gli iniziali piccoli guadagni e con essi primi soldi spediti alle famiglie in Senegal, il paese dei leoni da cui la maggior parte arrivano. La loro presenza sulle spiagge versiliesi da quasi trent’anni è una consuetudine ma di loro sappiamo poco o niente: ignoriamo infatti come e dove vivono quando non si aggirano tra gli ombrelloni, quali aspettative hanno, e ci piacerebbe sapere se gli conviene davvero venire in Italia piuttosto che restare a casa a badare alle quattro mogli che la loro religione gli permette di avere e ai tanti figli che mettono al mondo. Vorremmo capire cioè se realmente non hanno un’alternativa a farsi sei o sette chilometri al giorno a piedi, lavorando dodici ore al giorno sotto un sole cocente, con temperature che raggiungono anche i 55°, camminando sulla sabbia che brucia come il carbone di un barbecue e trasportandosi dietro anche 40-45 chili di merce da vendere.

Fortunatamente ogni tanto c’è qualcuno che si apre un po’, che lascia parzialmente cadere quel velo di mistero che li circonda e accetta di rispondere a qualche domanda veloce, perché il tempo è poco e ogni minuto che passa con me è perso nella vendita. Mentre acconsente di rispondere alle mie domande, questo figlio di Allah alto un metro e novanta si toglie gli occhiali da sole (neri anche quelli) e per la prima volta vedo i suoi occhi color nocciola, venati di sangue, ma che fanno di tutto per mettermi a mio agio. Anche se sa perfettamente che alla fine del nostro colloquio non gli comprerò niente.

Cominciamo? Come ti chiami?

Mohammed? Mamadou? Mustafà? Fa lo stesso. Anzi meglio non essere riconoscibili fino in fondo (in realtà un nome ce l’ha, ma è complicato da scrivere e da pronuniare, ndr).

Perché, hai qualcosa da nascondere?

Chi? Io? No, no. Ma preferisco così.

Proseguiamo. Da dove arrivi?

Da Touba, una città di quasi due milioni di abitanti del Senegal.

Quando sei arrivato la prima volta in Italia?

Il 21 giugno 1985. Venivo da Parigi ed entrai a Ventimiglia.

Perché dalla Francia?

Perché era più facile ottenere un visto per quel paese e poi passare in Italia.

Quanti anni avevi?

Diciotto.

Ma non eri in regola quando sei entrato?

No. Ma lo sono diventato subito dopo, nell’87.

L’inizio è stato difficile?

Sì, soprattutto per la lingua. Poi pian piano ho imparato un po’ di italiano. Un altro problema è stato trovare una casa in affitto. Il Comune non ci ha mai aiutato.

Quale comune? Dove vivi?

A Cascina, in provincia di Pisa. Quando sono arrivato in Italia, ma anche oggi è lo stesso, ci sono case in cui vivono 10-15 extracomunitari, nonostante siano tutti in regola con i permessi.

Dov’è il problema principale?

Ci sono troppe tasse e queste sono troppo care. Ogni anno io devo spendere 1500 euro per rinnovare il permesso di soggiorno.

Quali altre spese hai?

Per l’affitto pago cento euro. Poi devo mangiare e mantenere l’auto che mi serve per spostarmi.

Ma in pratica, quanto riesci a guadagnare in una stagione?

Non più di cinque milioni delle vecchie lire.

Ma se c’è un tuo «collega» sikh che a Gallipoli, in Puglia, ha affermato di aver guadagnato 125mila euro?

Non è vero. É impossibile. É una notizia per far vendere i giornali. Neanche se trafficassimo in droga riusciremmo a mettere insieme una cifra simile.

Parliamo d’altro. Di che religione sei?

Musulmana.

Riesci a pregare mentre lavori?

No, lo faccio a casa perché è meno complicato.

Hai famiglia?

Sì. In Senegal ho due mogli e quattro figli: tre con la prima moglie che ha 36 anni come me, e uno con la seconda che invece ha 25 anni. Ma credo che ben presto prenderò altre due mogli più giovani.

Perché due non ti bastano?

Quattro è meglio così ogni sera cambio. E poi se mi capitano una diciannovenne o una ventenne per quali motivi dovrei farmele sfuggire?

Vanno d’accordo le tue mogli? E col sesso come la mettiamo?

Le mogli vivono bene insieme. E col sesso non ci sono problemi. Dormo una sera con una moglie e una sera con l’altra. E così tutte e due sono contente.

Ti capita di fare sesso in Italia?

Se volessi, certo che ci sarebbe la possibilità. Ma a me non va. Perché poi vorrei farlo tutte le sere e qui non è possibile.

Quando torni a casa?

A fine stagione, cioè a ottobre e poi rimango in Africa fino a fine marzo-inizio aprile.

Quando sei a Touba che cosa fai?

Aiuto mio padre in campagna oppure faccio il tassista che è il mio vero mestiere.

Hai delle aspirazioni?

Certo. Mi piacerebbe aprire una ferramenta perché la mia città sta crescendo molto, stanno costruendo molti palazzi e le merci che trovi nei negozi di ferramenta lì scarseggiano e se ci sono vanno a ruba.

Torniamo all’Italia. Quando sei qui dove lavori?

In Toscana e, d’estate, solo in Versilia.

Che cosa vendi principalmente?

Borse, orologi, scarpe tutte griffate. Io posso vendere perché ho la licenza di ambulante.

Ma non questo genere di merce, è reato…

Anche acquistarle è reato.

Ad esempio un paio di scarpe di Prada a quanto le vendi?

Sui cento euro.

E le paghi?

Novanta.

Una fatica del genere per guadagnare solo dieci euro? Non ci credo…

Dieci qua, venti là…alla fine è così che riesco a guadagnare qualcosa.

E fino a ora com’è andata questa estate?

Male. Da quando sono arrivato ad aprile non ho spedito neanche un soldo a casa. C’è poca gente e pochi soldi. Alla fine spero di riuscire a vendere un po’ di merce.

Ma dove ti rifornisci?

Lo sai che a questa domanda non posso rispondere. Ti dico solo che la merce la trovo principalmente a Firenze, Pisa e Milano presso le stesse ditte che hanno i negozi e che a me la danno sottobanco. Solo che a loro la devo pagare subito. Però così ho sempre le novità.

Hai mai avuto noie con la legge?

Solo una volta, la scorsa estate, mi hanno sequestrato sei milioni di merce.

Una spiata?

Forse. Però io vendo solo a chi conosco. Cioè ho la mia clientela fissa. Per questo lavoro quasi esclusivamente presso gli stabilimenti balneari e non in spiaggia libera. E ad esempio ho più clienti fiorentini in Versilia che a Firenze. Perché dopo la stagione estiva, per qualche settimana, mi sposto nell’interno e vendo a Montecatini, Pistoia e qualche volta anche a Prato. Solo che in città è più pericoloso per cui porto in giro poca roba e non certo quella griffata.

Cosa ti manca di più?

Oltre ma mia famiglia, mi manca il lavoro fisso. Però ogni mattina, quando mi sveglio, faccio finta che non mi manca niente.

Ai tuoi occhi noi italiani come siamo?

Gente brava. Soprattutto i clienti fissi. Sono qui da diciotto anni e i miei clienti la roba me la pagano sempre dopo che l’hanno provata. E nessuno mi ha mai reso niente indietro perché non andava bene. Però siete anche diversi e vorrei anch’io essere come voi, avere una casa, un’auto bella, lavorare 11 mesi e uno passarlo in ferie. Invece da quando sono arrivato in Italia non ho mai fatto un mese di vacanza. Adesso però è tardi, i miei clienti mi aspettano.

Mi saluteresti nella tua lingua?

Magidem yereyef

Che vuol dire?

Io me ne vado…grazie comunque!

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