Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Sammezzano, un sogno e un desiderio di rinascita

Superato il primo moto di stupore all’ingresso del primo piano, è soprattutto una scritta in latino, bianca su fondo blu nella cosiddetta Sala dei Gigli, che sintetizza il fascino del luogo: “Non plus ultra” si legge, cioè il limite estremo, il massimo, della perfezione, dell’eleganza, dell’arte con cui si è realizzato un lavoro. Ecco il Castello (o Villa) di Sammezzano – nel Valdarno superiore, a 30 minuti di auto da Firenze, nel comune di Reggello – è il massimo in fatto di ristrutturazioni con caratteri esotici (soprattutto arabo-moreschi, ma anche bizantini, mamelucchi, islamici). È ciò che non ti aspetti, in un luogo da fiaba.

La costruzione, sontuosa e immersa nel verde di un parco dalle mille sorprese, ha una storia che abbraccia quattro secoli e che merita di essere raccontata.

La tenuta di Sammezzano è documentata sin dalla fine del XV secolo e nel 1555 apparteneva a Bindo Altoviti quando il duca Cosimo I de’ Medici dichiarò questi ribelle, confiscandogli tutti i beni. Tre anni dopo, i monaci e l’abate di Vallombrosa, “tentarono di muover lite al fisco del duca Cosimo” in virtù di una permuta che intorno al 1487/88 certificava il passaggio del possedimento dai fratelli Gualterotti ai suddetti monaci. Cosimo non si fece intimorire, vinse la causa e già nel 1590 Sammezzano risultava proprietà del marchese Medici di Marignano, già generale del duca Cosimo I de’ Medici durante l’assedio di Siena. Volendo tornare a Milano, il Marchese diede indietro al granduca Ferdinando I de’ Medici (figlio di Cosimo) la tenuta di Sammezzano e fu proprio da questi che nel 1605 il cavaliere Ferdinando Ximenes d’Aragona la comperò per 39mila scudi fiorentini.

In seguito all’acquisto, trasformò l’antica casa turrita in un più moderno palazzo di campagna con giardino, viali e statue. Ma gli Ximenes d’Aragona nel 1816 si estinsero e la tenuta passò ai marchesi Panciatichi nati da una Ximenes, sorella dell’ultimo Ferdinando Ximenes.

Tre anni prima, a Firenze, il 10 marzo 1813 era nato il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona che, anche se ingiustamente poco conosciuto, fu uomo di vastissima e variegata cultura, protagonista della vita sociale e politica di Firenze, in particolare nel periodo in cui divenne capitale d’Italia. Fu Socio onorario dell’Ordine degli Architetti e Ingegneri di Firenze, collezionista botanico, bibliofilo, imprenditore, politico e intellettuale poliedrico. Operò come mecenate aiutando con donazioni o collaborando con le istituzioni culturali di Firenze: l’Accademia di Belle Arti, il Museo del Bargello, gli Uffizi, l’Accademia dei Georgofili, la Società Toscana di Orticultura. La parte del proprio archivio avente rilevanza pubblica fu donata nel 1888 all’ Archivio di Stato. A lui appartenevano Palazzo Panciatichi in via Larga (attuale sede del Consiglio Regionale della Toscana) e il bellissimo Palazzo Ximenes in Borgo Pinti, progettato alla fine del Quattrocento da Giuliano e Antonio da Sangallo e dove si trasferì dal 1850. Alcuni dei nuovi quartieri costruiti quando Firenze divenne Capitale del Regno d’Italia si trovavano su suoi terreni.

In campo politico Ferdinando fu un appassionato combattente durante i moti del ’48 e un fedele sostenitore della causa nazionale. Fu inoltre Consigliere della Comunità di Firenze (fino al 1865), di Reggello e Rignano sull’Arno, membro del Consiglio Compartimentale (poi Consiglio Provinciale) dal 1860 al 1864. Fu inoltre Deputato del Regno (come indipendente nell’ opposizione di Sinistra) nella IX e X Legislatura fino al 1867, anno in cui rassegnò, pochi mesi dopo l’elezione, le proprie dimissioni, anche se poi nel 1878 ospitò perfino il Re d’Italia Umberto I.

Ma il Marchese  fu anche uomo di straordinaria cultura, affascinato da quella corrente intellettuale che si affermò in Europa soprattutto dopo le campagne di Napoleone in Egitto chiamata Orientalismo. Era anche animato dalla voglia di costruire attorno a sé un mondo affascinante e meraviglioso (“Non plus ultra” infatti fece scrivere); e infatti, pur senza mai andare in Oriente, comprò e studiò i libri più importanti. Fu quindi un viaggiatore con la fantasia e la cultura (come fece del resto anche Salgari, che non si mosse mai dall’ Italia) ed è per questo che dedicò metà della sua vita alla realizzazione del Castello di Sammezzano, che nacque proprio sulle rovine di quella casa torrita che i suoi avi avevano acquistato dai Medici all’inizio del XVII secolo.

Non solo: per la sua impresa il Marchese ebbe un modello cui ispirarsi: l’affascinante Alhambra di Granada, in Spagna, la città-murata dal colore rosso (come la facciata del Castello di Sammezzano) nei cui quartieri ha risieduto anche l’imperatore Carlo V.

In circa quaranta anni (dal 1850 al 1890) il Marchese Panciatichi progettò, finanziò e realizzò (in senso fisico poiché tutti i mattoni, gli stucchi, le piastrelle furono realizzate “in loco” con mano d’opera locale adeguatamente istruita) il Castello di Sammezzano, che è il più importante esempio di architettura orientalista in Italia.

Questo sorge in un parco-arboreto di lecci, cerri, roverelle e sughere dove, a metà del XIX secolo sono stati impiantate numerose specie arboree esotiche, tra cui cedri e sequoie. Queste ultime sono oggi più di un centinaio e una, la più curiosa, è detta “la gemella” perché ha il tronco che si sdoppia in due sin dall’inizio del tronco e raggiunge i 46 metri d’altezza, costituendo la più alta sequoia della Toscana, ovvero la quinta in Italia.

In mezzo a questo scrigno verde, in cima a un colle circondato da così tante piante storiche, dopo un paio di chilometri di tornanti e strada sterrata, ecco finalmente il Castello di Sammezzano, con la facciata in cotto coperta da arabeschi, merlata e dominata da un orologio e da una torre sulla cui sommità è visibile una campana.

Si tratta di un edificio – largo una cinquantina di metri e profondo almeno venti – che si estende per centinaia e centinaia di metri quadrati, su tre piani , e che all’interno propone innumerevoli stili di architettura. Escluso il piano terra, che fino a una ventina di anni fa era utilizzato come ristorante, al primo e al secondo piano si susseguono sale e stanze dominate da figure geometriche, grafiche, floreali dai colori più impensabili. L‘arredamento architettonico fu realizzato con elementi in stile moresco quali un ponte, una grotta artificiale (con statua di Venere), vasche vicino a pareti dominate dai trompe l’oeil, fontane e altre creazioni decorative in cotto; e poi le sale dai nomi fantasiosi come la Sala Bianca con archi e stucchi candidi, la suddetta Sala dei Gigli, dove evidentemente riecheggiano alcune tematiche care ai Medici, oppure la Sala dei Pavoni, dove delle code stilizzate e multicolori diventano le vele di un soffitto a volte. E ancora la Sala degli Amanti, dei bacili spagnoli, degli specchi. Quindi le vetrate ovunque, alcune satinate, altre semplicemente colorate, che in un giorno di sole (la facciata del castello è esposta a Levante) proiettano per ore mille fasci policromi sui muri (colorati anche questi) creando inaspettati giochi di luce che variano di minuto in minuto.

Gira la testa, anche perché in totale le stanze e le sale sono 365, una per ogni giorno, ed è facilissimo perdersi, anche per l’assoluta assenza di mobilia. L’occhio occidentale non è assolutamente abituato a tutta quella fantasmagoria di colori e architetture, le cui forme sono spesso intrecciate tra loro e mai simili.

E poi tutte quelle scritte sulle pareti o sulle soglie delle varie sale. Geniale e visionario, Ferdinando Ximenes d’Aragona ebbe un carattere fiero e orgoglioso che lo portò, nella sua lunga vita, a scontrarsi spesso con persone e istituzioni su argomenti diversi (l’arte, la politica, gli affari, l’Italia appena nata…). Non a caso nella “Sala Bianca” del Castello di Sammezzano campeggiano due frasi in spagnolo: “Nos contra Todos – Todos contra Nos” (Noi contro Tutti – Tutti contro di Noi), quasi un programma e una promessa. Ma ce n’è anche una in latino: “Pudet dicere sed verum est: publicani scorta latrones et proxenetae italiam capiunt vorantque nec de hoc doleo sed quia mala omnia nos meruisse censeo” (Mi vergogno a dirlo, ma è vero: esattori, meretrici, ladri e sensali tengono l’Italia in pugno e la divorano, ma non è di questo che mi dolgo, ma del fatto che ce lo siamo meritato). Altre frasi scritte all’interno del castello paiono di incredibile e violenta attualità – “Sempre l’uomo non infame e non volgare o inutile o scavalcato o inutile si spense” – così come la targa dell’Antico Giuramento dei Nobili d’Aragona è leggibile in italiano: “Noi, ognuno dei quali siamo grandi/quanto voi/e tutti insieme più di voi/giuriamo obbedienza e fedeltà a Vostra Maestà/inquantoché conserverete intatti i nostri diritti/le nostre libertà e i nostri privilegi e se no no/Così Iddio ci aiuti”.

Dopo la morte di Ferdinando Panchiatichi Ximenes d’Aragona (il 18 ottobre 1897 proprio a Sammezzano), il castello conobbe un periodo di lento declino fino al secondo dopoguerra quando venne trasformato in struttura alberghiera. Purtroppo l’ampiezza dei locali, gli alti costi di gestione e l’esiguo numero di suite (17) non permettevano a nessuna impresa di ottenere i ricavi utili al suo mantenimento. Anzi, intorno agli anni Settanta una società intraprese la costruzione di un albergo-gemello a poche centinaia di metri dal castello per cercare di aumentare la ricettività dell’ambiente, ma il progetto s’interruppe prima ancora di vedere la luce: il nudo e inquietante mostro di cemento non-finito è ancora ben visibile lungo la strada che porta al “gioiello”.

Da allora il Castello di Sammezzano ha cambiato proprietario numerose volte e da alcuni anni appartiene a una società italo-inglese (la Sammezzano Castle Srl), mentre il ristorante del piano terreno è chiuso ormai da circa venti anni in attesa che si realizzi un ambizioso progetto di recupero e valorizzazione, che comporterebbe una spesa ingentissima.

Ai piani superiori, infatti, i segni del degrado sono ben evidenti, e stringe il cuore a vedere decine e decine di nidi d’uccello tra le finestre e le persiane dell’edificio, i calcinacci nelle camere e negli anditi, gli stucchi rovinosamente caduti a terra, i furti di lampadari, le grate divelte per assicurarsi un ingresso alla chetichella nell’antico palazzo, attraverso una scala a chioccola segreta che conduce direttamente nella Sala dei Pavoni, le cadute di colore generalizzate, le infiltrazioni d’acqua piovana etc… Non è così che l’Italia dovrebbe tutelare il proprio patrimonio culturale, nonostante l’articolo 9 della Costituzione glielo imponga.

Perché nonostante tutto il castello è ancora molto conosciuto e le visite sono richiestissime, anche grazie all’opera del “Comitato FPXA 1813-2013” (FPXA è l’acronimo di Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona) che ha tra le proprie finalità quella di promuovere e valorizzare il castello di Sammezzano. Massimo Sottani e gli altri volontari del gruppo fanno quel che possono in termini di manutenzione e valorizzazione del luogo, in attesa di tempi migliori (www.sammezzano.org).

Nel frattempo decine di visitatori, provenienti da ogni parte d’Italia e perfino dall’estero, chiedono di saperne di più sulla cultura, le idee, il carattere fiero e scontroso di chi realizzò questa strana porzione di Oriente in mezzo ai boschi del Valdarno, capace di creare un involontario parallelo spazio-temporale col Taj-Mahal, il grande mausoleo musulmano di Agra in India: lì, nel 1632, degli artigiani probabilmente fiorentini “esportarono” il modo di comporre le decorazioni “a commesso” (cioè a mosaico), mentre due secoli e mezzo dopo, i motivi moreschi sono diventati il lait motiv di un’altra “meraviglia” arabeggiante, ma lontana migliaia di chilometri dai paesi dei muezzin, quasi in riva all’Arno, nel cui acque – se non fosse per alte sequoie – si specchierebbe il Castello di Sammezzano, testimonianza storica delle relazioni tra Oriente e Occidente, della religione e dei valori che danno significato a una vita.

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