
La sans par… “La senza pari”. Questa era la scritta che il 28 gennaio 1475 campeggiava sullo stendardo che Giuliano de’ Medici, fratello del Magnifico Lorenzo, si aggiudicò dopo essersi cimentato in una giostra equestre a Firenze. Più che alla dea Pallade (Atena), che il pittore Sandro Botticelli aveva raffigurato nell’insegna, il riferimento – talmente evidente che venne percepito anche dai contemporanei – era alla modella di quella figura mitologica, cioè per Simonetta Cattaneo, moglie di Marco Vespucci, lontano cugino del famoso navigatore.
La sua bellezza attraversò, quasi come una fugace meteora, la prima metà degli anni Settanta del ‘400. Ciò non le impedì di diventare una sorta di Sharon Stone del Rinascimento ed è la permanenza iconica del suo fresco, ma un po’ malinconico fascino (nella Venere e in una delle Tre Grazie della Primavera di Botticelli, tanto per citare i “casi” più eclatanti), che l’ha resa immortale consegnandole emblematicamente lo scettro di più bella donna del mondo, resistente ai secoli e ai canoni della bellezza femminile. La sans par… appunto.
Simonetta Vespucci fu il prototipo della bellezza senza confini, replicata all’infinito fino ai nostri tempi, che nella fantasia artistica di Sandro Botticelli originava dalla perfezione ellenistica e veniva replicata all’infinito.
Prendiamo per esempio la figura femminile della Nascita di Venere degli Uffizi: la troviamo, da sola e senza sfondo (per il solo piacere della vista, quindi) “replicata” alla Galleria Sabauda di Torino e datata 1482 circa, più o meno coeva al celebre dipinto del primo museo d’Italia.
Quella del capoluogo piemontese è una delle tre riproduzioni della Venere (le altre due sono alla Gemäldegalerie di Berlino e in una collezione privata) realizzate da Botticelli il quale, secondo numerosi diaristi postumi, dipinse “femmine ignude assai” (Vasari), “più femmine ignude bellissime” (Anonimo Magliabechiano), oppure “più femmine ignude belle più che alchuno altro” (Antonio Billi).
E anche in quei dipinti, che andavano a impreziosire le case di facoltosi fiorentini, l’indiscusso protagonista è sempre il fascino della Venere che ha il volto di Simonetta Vespucci, ritratta nella posa classica della Venere pudica, cui appartiene anche la statua della Venere Medici esposta nella Tribuna degli Uffizi, e ammirata ogni anno da quasi due milioni di visitatori, tutti rapiti da quel volto angelico.
Nata nel 1453 in Liguria, a 16 anni Simonetta Cattaneo sposò Marco Vespucci; artefice dell’unione fu il padre di lei, Gaspare, che non vedeva l’ora di legarsi a una delle famiglie più vicine ai Medici, com’erano appunto i Vespucci. I due giovani si stabilirono a Firenze e il loro arrivo, in pratica, coincise con la salita al potere di Lorenzo il Magnifico. Questi, insieme al fratello Giuliano, accolsero la giovane coppia nel sontuoso palazzo di via Larga – oggi Palazzo Medici Riccardi – ma subito tutta la corte si trasferì sulle colline di Careggi – dove i Medici possedevano la prediletta tra le ville “fuori porta” – per una festa sfarzosa, la quale segnò anche l’inizio di un periodo ricco di ricevimenti mondani.
Per Firenze quelli erano anni in cui la contagiosa gioia di vivere aveva invaso sale e giardini dei palazzi signorili, così come piazze e vicoli. Si ballava, si cantava e si faceva festa un po’ ovunque e il proverbiale ritornello di Lorenzo il Magnifico – “Chi vuol esser lieto sia…” – era un po’ la parola d’ordine di quel periodo, a tal punto da spingere un frate dominicano – Girolamo Savonarola – a predicar contro i piaceri della vita e il culto della bellezza, rei di aver soppiantato la pratica della verità e della virtù.
Nell’idea di Lorenzo il Magnifico – verso la quale siamo un po’ tutti debitori – si poteva giungere al possesso della bellezza grazie alla promozione della poesia e dell’arte, e in tal senso Simonetta Cattaneo in quegli anni divenne il simbolo di questa delicata operazione di raggiungimento dell’estasi visiva.
Con la bellissima donna, alla quale bastarono solo pochi mesi per far innamorare di lei tutta Firenze (dagli uomini venne subito ammirata per la fresca bellezza e dalle donne per la gentilezza e il comportamento), riuscì un’operazione mai riuscita prima: la trasformazione da donna a ninfa di un personaggio reale, la cui fisionomia rappresentava metafisicamente i contenuti della filosofia neoplatonica. In pratica, attraverso l’arte, non solo il Magnifico Lorenzo si impossessò della Bellezza – quella con la “B” maiuscola -, ma trasformò in mito la modella di quella straordinaria operazione, probabilmente senza immaginare che tutto ciò avrebbe avuto ripercussioni secolari.
Il volto di Simonetta – tratti perfetti, piccola bocca, lungo collo, sopracciglia fini, pelle candida e morbidi capelli biondi – è quanto di più noto si possa immaginare nell’arte e nella sua storia. Secondo a nessuno. Semmai eguagliato dall’enigmatico sorriso della Gioconda, dall’austero volto del David di Michelangelo, dal terrore dello sguardo di Medusa di Caravaggio, dalle figure “destrutturate” di Picasso e dai ritratti pop di Andy Warhol. Solo che Simonetta – bellezza allo stato puro – arriva da più “lontano” nel tempo, “aiutata” nella spinta fino a noi dalla riscoperta, ottocentesca e di marca anglosassone, della pittura di Botticelli. È infatti lui che ci ha tramandato il mito della bellezza di Simonetta perché idealizzò il suo volto sin da quello stendardo del 1475, rimanendone soggiogato per tutta la vita e “replicandolo” infinite volte nei suoi lavori eseguiti quando Simonetta era già solo un ricordo.
Se Lorenzo e Giuliano de’ Medici finirono schiavi del suo fascino (il Magnifico le dedicò dei sonetti nelle sue Selve d’amore), anche tutta l’intellighenzia fiorentina di quegli anni non seppe resisterle: il Poliziano la rese immortale nelle Stanze per la giostra del Magnifico Giuliano di Piero de’ Medici e il Pulci le dedicò alcuni sonetti. Senza contare che Botticelli, prima di morire, lasciò scritto di voler essere sepolto ai piedi della bella Simonetta, nella Chiesa d’Ognissanti, a Firenze. E così è stato.
Forse le donne dai volti così eterei che Botticelli aveva sempre visto nella bottega del suo maestro, Filippino Lippi, trovarono una sorta di “incarnazione” nella bella Simonetta ed è per questo che gran parte della produzione del pittore fiorentino ha risentito della presenza di questa vera e propria icona nella sua mente. È lei infatti che ammansisce il Centauro nelle vesti di Pallade; e ancora Botticelli la scelse come modella per La nascita di Venere e la inserì tra le tre Grazie ne La Primavera (è quella al centro) dove, con occhi sognanti, rivolge il proprio sguardo a Mercurio-Giuliano de’ Medici: entrambi i dipinti furono commissionati da Lorenzo di Pierfrancesco; la troviamo poi nella Fortezza per l’Arte della Mercatanzia, nella Pala di Sant’Ambrogio (nelle vesti di Maddalena), nella Venere e Marte della National Gallery, e nel quarto episodio delle Storie di Nastagio degli Onesti. Senza contare che nella produzione del pittore, successiva alla prematura scomparsa della bella Simonetta, il suo volto “appare” spesso, quasi fosse diventata un “marchio” di fabbrica, un “logo” di Botticelli, capace perfino di trasformarla nella Beatrice della Divina Commedia.
Semmai noi postmoderni abbiamo il problema della certezza del suo volto, del suo “vero” ritratto, quello che più si avvicina alla realtà, con la speranza che la percentuale di “correzione” dei tratti del suo volto sia stata inversamente proporzionale alla sua bellezza. Secondo la critica, il ritratto più attendibile di Simonetta pare essere quello dipinto da Botticelli e presente allo Städelsches Kunstinstitut di Francoforte, probabilmente dipinto un decennio dopo la sua morte, avvenuta per tisi il 26 aprile 1476, a soli 23 anni di età. Ma non possiamo dimenticare che altri suoi ritratti, la cui identificazione è più o meno certa, si trovano al Kaiser Friedrich Museum Verein di Berlino, alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze, così come altre ipotesi riguardano un busto marmoreo del Verrocchio e perfino un disegno di Leonardo da Vinci.
E in questa vicenda c’è chi si è spinto oltre: intorno al 1483, cioè a circa sette anni dalla sua scomparsa, Piero di Cosimo ritrasse Simonetta a seno nudo nelle vesti di Cleopatra (oggi al Museo Condé di Chantilly) e con al collo un aspide: qualcuno potrebbe chiedersi se fosse lecito che la memoria della giovane moglie, ormai scomparsa, di un nobile che viveva da tempo in città, venisse oltraggiata con un nudo. Una parte della critica d’arte ha provato a spiegare che si trattava della “visione” attraverso gli occhi dell’artista e del poeta, e cioè del serpente che attenta al seno d’alabastro; altri invece hanno affermato che nel XV secolo era comune che personaggi emergenti si facessero ritrarre nelle vesti di figure note dell’antichità, magari puntando proprio sulla bellezza fisica. Di fatto, comunque, i seni nudi dipinti da Piero di Cosimo fanno pendant con la ben più ampia nudità della Simonetta protagonista della Nascita di Venere oppure del malizioso gioco delle velature che riguarda le Tre Grazie nella Primavera.
Della fortuna iconica di Simonetta Cattaneo, quindi, oggi ci restano molte immagini, dotate ognuna di una straordinaria forza evocativa di un personaggio di cui si sa pochissimo. Non uno scritto di lei è giunto sino a noi. Ma poco importa. Recentemente uno studioso, Piero Pacini, ha stabilito con esattezza dove Simonetta vivesse durante il suo breve soggiorno fiorentino, il resto sono pure congetture. Neanche della sua presunta – quanto estremamente limitata nel tempo – storia d’amore con Giuliano de’ Medici ci è arrivato qualcosa di sicuro. Forse si trattò di amore platonico ma certamente il fratello del Magnifico promise alla bella Simonetta di battersi per lei nel torneo cavalleresco del gennaio 1475, e mantenne la promessa della vittoria. Anzi, fu Simonetta la vera trionfatrice e venne proclamata “regina del torneo”. Purtroppo poco più di un anno dopo quella giostra, Simonetta morì, gettando nello sconforto la Firenze che l’aveva conosciuta e apprezzata. Lorenzo il Magnifico le dedicò un sonetto che inizia con “O chiara stella che co’ raggi tuoi…”, dove la immaginò salita in cielo ad arricchire il firmamento, mentre Giuliano de’ Medici chiese alla famiglia Vespucci, come ricordo dell’amata, alcune sue vestimenta e un ritratto. Ma non basta: a mitizzare questa unione – forse platonica, forse solo clandestina – il fatto che entrambi morirono il 26 aprile, a distanza di due anni esatti. Era il 1478 infatti quando, nella Sagrestia di Santa Maria del Fiore, gli accoliti dei Pazzi uccisero Giuliano e ferirono il Magnifico, quale atto estremo della congiura contro lo strapotere mediceo in città. Forse è proprio quello il momento in cui, corroborata dall’arte di Botticelli, la favola mitologica di Giuliano e della sua ninfa prende vigore ed è giunta sino a noi, ricca di tutto il suo fascino.
