Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Storie dell'arte: come "rinacque" la 'Madonna del Cardellino' di Raffaello

Domenica 29 marzo 2026 al Metropolitan Museum of Art di New York apre al pubblico la grande nostra dedicata a Raffaello. La più grande mai realizzata sin d’ora. E un buon modo per celebrare l’evento è richiamare alla memoria ciò che pubblicai il 9 febbraio 2007 su il Giornale della Toscana. Un lungo articolo che nasceva da un’altrettanto lunga chiacchierata con Patrizia Riitano, la restauratrice dell’Opificio delle pietre dure di Firenze che ebbe tra le mani per tanti anni il capolavoro di Raffello e ne permise il restauro.

Ripubblico con piacere l’articolo per ribadire che esiste LA storia dell’arte e LE storie dell’arte. La prima la si apprende sui libri e a lezione dagli insegnanti, le seconde talvolta si conoscono ascoltando la viva voce di chi ne è protagonista. Buona lettura.

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Madonna del Cardellino

Riemergono i colori di Raffaello

«Ripercorrere a ritroso la storia del dipinto. Questo è ciò che sto facendo da sette anni». Patrizia Riitano, restauratrice calabrese di Catanzaro «guarda» un Raffaello. Suo marito non è geloso ma lei, candidamente, ammette che «da lui non si staccherebbe mai». Quel «lui» è un dipinto che ha appena compiuto 500 anni e ritrae la Madonna-una delle più belle del Rinascimento – con Gesù Bambino e San Giovannino. Quest’ultimo, se pur infante, tiene in mano un cardellino. Ed è proprio a questo volatile che si deve il nome della famosa opera – la Madonna del cardellino di Raffaello Sanzio – che dal 1999 si trova nel laboratorio restauri dell’Opificio delle Pietre Dure nella Fortezza ed è ormai in procinto di tornare alla Galleria degli Uffizi.

LE CONDIZIONI

«Quando è arrivato in laboratorio -ha detto Patrizia Riitano – il quadro non aveva particolari problemi strutturali. Tuttavia da anni si parlava del suo restauro e alla fine ci siamo arrivati». Come testimonia la campagna fotografica che la restauratrice tiene sempre a portata di mano, la superficie del dipinto si presentava fortemente ingiallita e molti dei particolari si erano perduti. In pratica l’originale manto pittorico non era più visibile: era come se si stesse tentando di leggere un libro con un velo di tulle giallo sopra.

Ma questo era il problema minore. Nel 1506/1507 Raffaello aveva realizzato l’opera per le nozze di Lorenzo Nasi. In seguito a uno smottamento, nel 1547, crollò il soffitto della sala dove l’opera era stata collocata e questa finì in 17 pezzi. I frammenti furono recuperati e rimessi insieme e il danno subito fu descritto nel 1568 da Giorgio Vasari: «Ritrovati i pezzi fra i calcinacci della rovina furono da Battista, figlio di Lorenzo, amorevolissimo dell’arte, fatti rimettere insieme in quel miglior modo che si potesse». Il quadro venne subito restaurato e quello segnò il primo di una serie interminabile di interventi che, inevitabilmente, hanno reso lento e difficile il recupero del capolavoro. Anche perché sotto le ridipinture – in molti casi secolari – i segni del danno, le fratture, le ammaccature, le fitte erano ben visibili.

ANALISI E SCELTE

«Un giorno, era lunedì, l’allora soprintendente dell’Opificio, Giorgio Bonsanti, mi chiamò e mi chiese di seguirlo agli Uffizi. Entrammo in galleria, deserta per il giorno di chiusura, e mi condusse davanti al dipinto. Mi disse: “Ti va bene questa da restaurare?”. Rimasi ammutolita». Patrizia Riitano ricorda ancora con emozione il suo primo incontro ravvicinato con la Madonna del cardellino. «É un quadro a cui non ci si abitua mai – ha aggiunto la restauratrice – e nonostante siano passati 7 anni da quando ho iniziato a lavorarci su, fa sempre un gran bell’effetto. Per via della scelta degli splendidi materiali e per l’immagine. É un santino, con dei particolari meravigliosi. É talmente bello quello che c’è, che basterebbe intervenire su ciò che si vede». La Riitano parla così oggi che il restauro è in dirittura d’arrivo, ma il percorso è stato lungo lungo e, soprattutto, ha sottinteso scelte non sempre facili. Perché dovendo togliere strati e strati di ridipintura per tornare al livello dei colori stesi da Raffaello, non era facile capire quando fermarsi.

Anche il microscopio in qualche caso non permetteva di assumere decisioni definitive. Il motivo era dato, ad esempio, dall’età di alcuni strati pittorici stesi dopo il crollo, che in pratica oggi hanno 460 anni invece di 500. La differenza è un’inezia. Quindi la restauratrice, che con l’opera ha ormai stabilito un rapporto di amore-rispetto, ha deciso di volta in volta quanto e cosa togliere delle antiche ridipinture, e quanto e cosa lasciare. E qualche volta per ripulire 2 centimetri quadrati di superficie pittorica, occorreva tutto il giorno. Ma se poi riaffioravano – è proprio il caso di scrivere – ad esempio dei sottili steli di violette, quasi veniva voglia di gridare al miracolo. Un intervento così delicato ha sottinteso continui confronti e discussioni con i colleghi e con i superiori (con Marco Ciatti e Cecilia Frosinini, coni due ultimi soprintendenti Bonsanti e Acidini, e con il direttore degli Uffizi, Antonio Natali). «Occorrevano costantemente dei pareri esterni – ha detto ancora la Riitano – perché rischiavo di perdere il contatto col dipinto. Forse adesso lo conosco meglio di Raffaello stesso, che lo pensò e lo dipinse».

Dopo il primo anno speso tra indagini elettroniche (non invasive) e chimiche, per capire quale fosse il tipo migliore d’intervento, nel febbraio 2000 Patrizia Riitano ha iniziato la pulitura della superficie pittorica, cui ha fatto seguito la stuccatura di circa il 10 per cento del quadro e il ritocco pittorico di almeno il doppio. Da parte sua Ciro Castelli – il «genio» del legno dell’Opificio – ha curato i necessari lavori di falegnameria.

LE SCOPERTE

Accanto al quotidiano lavoro di restauro, sono le emozioni quelle hanno fatto compagnia a Patrizia Riitano durante tutti questi anni. «Molto spesso ho avuto paura di diventare troppo pignola – ha sottolineato – perché il rischio e di volerlo veder tornare perfetto ad ogni costo. Nonostante sentissi forte la spinta a cercare di raggiungere obiettivi di perfezione sempre

ulteriori, alla fine ho capito che esistono dei limiti oltre i quali non si può andare e che occorre rispettare il quadro e la sua storia». E la Riitano c’è riuscita in pieno: l’estrema morbidezza delle pennellate del cielo sono riemerse dalla patina gialla che le opprimeva da secoli, così come il lapislazzuli del mantello della Madonna o la suggestiva prospettiva dei paesaggi alle spalle delle tre figure dipinte. Tutto attrae. Tutto stupisce. E uno non smetterebbe mai di cercare i particolari. E quel che è più stupefacente…li trova. «Le fasi che concluderanno il restauro -ha detto la restauratrice – sono il ritocco pittorico e quello a selezione cromatica, quindi la verniciatura e un ultimo ritocco a vernice. Spero che il prossimo Natale lo possa trascorrere agli Uffizi. Da quando ho iniziato a lavorarci – ha proseguito – l’ho sempre reputato un quadro capace di mettermi in crisi, perché sapevo di dover sempre dare il meglio di me, al di là di ciò che gli altri poi avrebbero visto. Anche perché, nonostante i danni del crollo di 460 anni fa, ciò che è rimasto è eccezionale». E dopo?«Ho paura – ha concluso -di non riuscire a staccarmi emozionalmente dal dipinto, uno di quelli che motiva una scelta di vita. Però so già come comportarmi: se ne sentirò troppo la nostalgia…metterò una sua foto sul comò».

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