Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Un opificio all'ombra del Vesuvio

Carlo di Borbone (nella foto) aveva solo sedici anni quando, nel 1732, si recò per alcuni mesi a Firenze. Fu ricevuto con calore dal granduca Gian Gastone de’ Medici e da sua sorella, Annamaria Luisa, Elettrice Palatina, e salutato come Principe ereditario di Toscana. Fu in quella occasione che l’Infante di Spagna rimase estasiato dai lavori che venivano realizzati nella “Galleria dei Lavori” e lo stupore del futuro Re delle Due Sicilie di fronte alle realizzazioni degli intagliatori di pietre dure di Firenze venne descritto da Francesco Ghinghi, abile lapicida allievo di Giovan Battista Foggini, in una lunga autobiografia. Insieme ad altre carte, questa era stata raccolta dall’erudito fiorentino Anton Francesco Gori1 per la compilazione di una storia glittografica che ancora oggi si trova nella Biblioteca Marucelliana.

Nella lettera autobiografica dell’aprile 1753, Ghinghi scriveva che “Don Carlo di Borbone Principe Reale (…) andava divertendosi a vedere le cose più rare e magnifiche particolarmente nella Real Galleria et aveva piacere vedere travagliare nell’officine i professori di Pietre dure fino a stare osservare il modo di intagliare i cammei e di lì si prese stima e gran genio a tal arte…”2.

Cinque anni più tardi il panorama politico era mutato completamente: i Borboni non erano riusciti a diventare i nuovi regnanti del Granducato di Toscana, finito nelle mani dei Lorena. Come riassumeva Ghinghi: “quando nel 1737 passò a miglior vita la Reale Altezza di Gio: Gastone Granduca di Toscana, ultimo regnante della Real Casa Medici, veri e legittimi Mecenati di tutte le virtù e dell’Arti Nobili, che però mancando a Professori della bell’arte di lavorare le Pietre dure, la sua base a sostegno venne a decadere talmente ch’erano ridotti i professori all’ultimo estremo della perdizione”3. Con la scomparsa dell’ultimo regnante di Casa Medici, quindi, l’inevitabile disorientamento che seguì pervase anche la Galleria granducale e fu per questo che Ghinghi, insieme ad altri nove “professori” fiorentini, alla fine del 17374 accettò l’invito di Carlo di Borbone di recarsi a lavorare a Napoli.

Effettivamente Ghinghi, nella sua lunga autobiografia spedita a Gori nella primavera del 1753, metteva in evidenza che Napoli poteva non essere la sua nuova destinazione: “Vedendo Francesco Ghinghi una tanto inaspettata rovina, e verificando il detto del suo maestro Foggini, era già risoluto andarsene a Roma dove sperava mediante la protezione dell’Eccelntme Case Corsini e Strozzi trovare la sua nicchia quando ecco che del Revdmo Pre Mestro Ascanio Ministro in Firenze di Sua Maestà Cattolica li fu offerta l’occasione di andare a servire con tal Arte La Real Maestà di Carlo Borbone Re delle due Sicilie, non solo per il Ghinghi ma per tutti quelli che avessino voluto accettare, fu concluso d’associare tanti che servissino per mantenimento dell’Arte tanto in basso rilievo quanto in piano”5. Ghinghi lasciò Firenze all’improvviso e in tutta segretezza “senza nemmeno saputa dei suoi genitori quali restarono non poco sconsolato essendo vecchi; e saputosi di poi esser egli andato a servire la Maestà del Re di Napoli ne fecino meraviglia grande da per tutto”6.

Pur omaggiando i Medici – “veri e legittimi Mecenati di tutte le virtù e dell’Arti nobili” aveva scritto – Ghinghi pensò quindi che il trasferimento a Napoli fosse la migliore risposta all’incertezza della situazione palesatasi con la morte di Gian Gastone e a nulla valse il prestigio internazionale che i Granduchi avevano assicurato alla manifattura medicea, di fatto sottraendola “al concreto rischio di non sopravvivere alla fine della dinastia che con tanta passione l’aveva voluta e innalzata”7. Accettando l’invito di Carlo di Borbone, che regnò a Napoli dal 1738 al 1759, Ghinghi e gli altri “professori” davano vita a un terzo laboratorio, dopo quelli di Praga e Parigi, che “germogliava dal tronco fiorentino”8. Anche se non lo ricompensava della mancata acquisizione del trono di Toscana, la nascita del Real Laboratorio delle pietre dure di Napoli era perfettamente in linea con le inclinazioni artistiche di Carlo di Borbone, confermate anche dalla creazione a Napoli della manifattura della porcellana a Capodimonte e, una volta diventato Re di Spagna, della fondazione di un nuovo laboratorio di pietre dure a Madrid. Probabilmente anche senza la visita del 1732, Carlo di Borbone avrebbe comunque invitato Ghinghi ad andare a lavorare a Napoli, poiché era così grande la sua fama di incisore di gemme e intagliatore di cammei non solo a livello nazionale ma addirittura europeo9.

Per quanto concerne l’iniziale attività del “Laboratorio delle Pietre Dure” di Napoli, che aveva preso vita nel 1738, la notizie ci sono giunte sempre grazie ai rapporti epistolari di Francesco Ghinghi poiché i documenti del “Laboratorio” napoletano andarono distrutti durante la seconda guerra mondiale. Ma quelle carte, così preziose, qualcuno le aveva viste: E. Orilia, nel 1908, aveva scritto un lungo articolo sulla Rassegna Italiana nel quale raccontava di aver letto un documento del 1740 in cui veniva affermato che “i professori dovevano lavorare solo per la famiglia reale e la loro attività rimanere segreta”10. Ma chi erano esattamente i “professori” che seguirono Ghinghi in questa impresa? La risposta la troviamo ancora una volta scritta in una lettera che Ghinghi spedì ad Anton Francesco Gori il primo maggio 1753. In essa è scritto che “i professori venuti a Napoli, notando prima quei di bassorilievo sono: Gio: Batta Zucconi (…), Giuseppe Carli (…), Francesco Bichi, Zenobi Ciani. Professori che lavorano di piano, detti scommettitori sono: Francesco Campi Giuseppe Minchioni, Raffaello Muffati, Giovanni Scarpettini. C’è tra noi anco il maestro Ebanista per fare stipi, cornici, e Piedistalli per le Tavole quale stava ancor egli in Galleria, e venne qua nell’istesso tempo con noi e si chiama Gaspero Donnini (…)”11. Quindi erano dieci in tutto i “professori” che da Firenze si erano spostati a Napoli. Qui furono accolti calorosamente e ad essi, cui si aggiunse presto un piccolo numero di operai e apprendisti locali, fu destinato un edificio a San Carlo delle Mortelle dove trovarono sede anche l’Arazzeria Reale, l’Accademia del Nudo e lo Studio di Pittura. Tuttavia l’importanza che ebbe, tra tutte le arti praticate, il laboratorio di mosaico, diede presto al direttore del “Laboratorio” il potere su tutto ciò che veniva prodotto a San Carlo. In pratica ricopriva la carica di soprintendente.

Dalla lunga autobiografia del Ghinghi si ricavano notizie sulla produzione del “Laboratorio” tra il 1738 e il 1753, a cominciare dal gioiello (un intaglio in calcedonio) che Ghinghi realizzò in occasione delle nozze del Re con Amalia di Sassonia nel 1738; c’è poi la placca ottagonale con un’Annunciazione a rilievo, due tavole con ornati di fiori , uccelli e frutta su fondo di paragone, un intaglio con l’arme del Re, un cammeo col ritratto di Carlo di Borbone e una coppia di tavolini; alcune fonti parlano anche di un’acquasantiera12. Nel 1759 Carlo di Borbone salì sul trono spagnolo ma lasciò a Napoli la lavorazione delle pietre dure, per aprirne una niova a Madrid. Passavano gli anni e il nucleo dei “professori” pian piano si assottigliò tuttavia “la lavorazione a commesso e ad intaglio delle pietre dure sino alla fine del ‘700, anche dopo la scomparsa del nucleo originario di artefici provenienti dalla manifattura di Firenze, rimase stilisticamente influenzata dalla tradizione fiorentina”13. Non a caso, infatti, risentono delle idee del Foggini le due coppie di tavoli di metà 700 che si trovano al Museo del Prado, sia per gli intarsi policromi, sia per i supporti in ebano, arricchiti da festoni in bronzo. Scomparso Ghinghi nel 1762, divenne direttore del “Laboratorio” l’ebanista Donnini, incarico che mantenne sino al 1780. In tutti questi anni furono realizzate varie opere tra cui tre vassoi concavi (detti “schifette”), un cammeo col ritratto di Carlo III, due coppie di tavoli. Da segnalare che, nei secoli, non è stato rintracciato tutto ciò che è stato documentato. Quindi nel 1780 Donnini muore e gli succede Giovanni Mugnai, già allievo del Ghinghi e destinato a una carriera brillante, anche perché, essendo giunto a Napoli da Firenze quando era molto giovane, non aveva fatto in tempo ad apprendere sino in fondo la lezione fogginiana mentre avrebbe avuto un ruolo importante nella Napoli che stava diventando uno dei centri più originali nella creazione del gusto neoclassico14. Mutano i gusti e anche i documenti che riferiscono sull’attività del “Laboratorio” di quegli anni, lo dimostrano: piano semplicemente impiallacciati, tavoli di legno pietrificato e altri oggetti oggi introvabili. Durante la direzione di Mugnai – sino al 1805 – il “Laboratorio” si occupò moltissimo anche di restaurare molti oggetti danneggiati nei saccheggi del 1799, senza però tralasciare la produzione di tabacchiere, cammei e bassorilievi. Mancano informazioni dettagliate dell’attività durante la dominazione francese: due tavole, quattro scacchiere, oggetti in bronzo. Con la Restaurazione si affievolì l’interesse dei Borbone per i manufatti in pietre dure, se si eccettua il completamento del Ciborio di Caserta iniziato addirittura durante la direzione del Ghinghi. Negli ultimi anni, tramontata l’era del Ghinghi e del gusto di Carlo III, la produzione del “Laboratorio” napoletano si concentrò su oggetti di fattura meno impegnativa, fino a quando, nel 1861, fu soppresso per decreto.

Sebbene fosse stato fondato perché l’amore per i Cammei del giovane Carlo di Borbone o piuttosto la volontà di mostrare alle altre corti europee che il giovane re si considerava il vero e legittimo erede dei Medici in quanto mecenate delle arti, l’esistenza del “Laboratorio” fu assicurata per più di un secolo grazie al suo ruolo di importante elemento di prestigio dinastico15.

1 Quest’anno ricorre il 250° anniversario della sua scomparsa, essendo morto nel 1757 e nato nel 1691.

2 A. Gonzalez-Palacios, Un’autobiografia di Francesco Ghinghi in “Antologia di Belle Arti”, 3, 1977, p. 276.

3 Ibidem.

4 A. Gonzalez-Palacios, The Laboratorio delle Pietre Dure in Naples: 1738-1805 in “The Connoisseur”, ottobre 1977, p. 119.

5 A. Gonzalez-Palacios, Un’autobiografia…, cit., p. 276.

6 Ibidem.

7 A. Giusti, Da Firenze all’Europa: i fasti delle pietre dure in “Eternità e nobiltà della materia”, Polistampa, Firenze 2003, p. 256.

8 Ibidem.

9 A. Gonzalez-Palacios, The Laboratorio… cit., p. 119

10 Ibidem.

11 A. Gonzalez-Palacios, Un’autobiografia…, cit., pp. 277-278.

12 R. Valeriani, Il real laboratorio delle Pietre Dure di Napoli (1737-1861) in “Splendori di Pietre Dure. L’Arte di Corte nella Firenze dei Granduchi”, catalogo della mostra, Giunti, Firenze 1988, p. 250.

13 A. Giusti, Da Firenze… cit., p. 257.

14 R. Valeriani, Il real laboratorio… cit., p. 252.

15 A. Gonzalez-Palacios, The Laboratorio… cit., p. 128.

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