Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Una sfida più che un restauro: iI Dossale d'argento del "Bel san Giovanni" di Firenze

Il giornalismo dà più emozioni (e risultati) se lo fai.. coi piedi. Cioè se le cose di cui decidi di scrivere te le vai a vedere da vicino, magari le tocchi e le annusi anche. Mi capitò tanti anni fa in uno dei laboratori di restauro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, in via degli Alfani, dove davanti ai miei occhi si presentò, tutta smontata, un’autentica meraviglia: l’Altare (o Dossale) d’argento intitolato a San Giovanni Battista realizzato tra la metà del Trecento e la fine del Quattrocento da vari artisti utilizzando più di un quintale di argento purissimo. Insomma un’opera d’arte che solo vedendola da molto vicino rivelava la sua autentica natura di straordinario capolavoro. In un articolo dell’aprile 2007 – che qui ripubblico integralmente con una fotografia scattata dal bravissimo Riccardo Schirmacher -, grazie alla presenzam, tra le altre persone, di Clarice Innocenti e Mary Yanagishita, descrissi le prime fasi del lungo e complesso intervento di restauro che si sarebbe protratto sino al 2012. Oggi l’Altare è nel Museo dell’opera del Duomo di Firenze ed è sicuramente uno di tanti buoni motivi per visitarlo.  Buona lettura.

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Non si sfoglia. Non ha pagine. Eppure è il più importante documento di storia dell’arte orafa fiorentina del periodo gotico e rinascimentale. É l’Altare (o Dossale) d’argento di San Giovanni Battista, uno degli oggetti di devozione storicamente più importanti per Firenze, ma anche tra i meno noti. É un capolavoro di rara bellezza che dal settembre 2006 si trova al centro della più straordinaria operazione di restauro che si ricordi per un manufatto di oreficeria. Dopo alcuni interventi post-bellici risalenti al 1947-48, il Dossale fu vittima dall’alluvione del ’66 e da allora, dopo una pulizia sommaria, non era stato più toccato. Poi nel marzo del 2006 la decisione dell’Opera di Santa Maria del Fiore, che lo custodisce dalla fine dell’Ottocento in una sala del museo, di avviarlo al restauro diretto dagli esperti dell’Opificio delle Pietre Dure.

120 anni di lavoro e 7 secoli di storia

L’Altare – che ha la forma di un parallelepipedo di 272 x 120 x 90 centimetri, tutto d’argento sbalzato e cesellato, con pochissime parti fuse e numerosi smalti, e telaio ligneo – si presenta con otto pilastri gotici a pianta poligonale, finemente lavorati, che dividono l’altare in 12 riquadri (8 sulla parte frontale e 2 su ciascuna fiancata). Nella formelle sono rappresentati 12 episodi della vita di San Giovanni Battista ordinati in maniera sinusoidale: la lettura, infatti, inizia nella formella in alto della parte sinistra e si conclude in quella superiore della fiancata destra. In esse sono rappresentate le seguenti scene: Il Battesimo di Cristo, Cristo visita San Giovanni nel deserto, San Giovanni predica alle folle, San Giovanni fanciullo abbandona la famiglia per ritirarsi nel deserto; San Giovanni davanti a Erode, San Giovanni battezza le folle, Cristo riceve i messaggeri di San Giovanni, San Giovanni in carcere visitato dai discepoli, L’annuncio a Zaccaria e la Visitazione, la nascita del Battista, La Decollazione del Battista e la Presentazione della testa del battista a Erode. Nei pilastri e nella parte superiore è collocata una serie ininterrotta di nicchie con statuette di santi, profeti e sibille: una volta erano 95, oggi sono 82 dopo furti e perdite. Nella grande nicchia centrale, circondata da figurine mistiche, campeggia una grande statua del Santo, realizzata da Michelozzo. Anche se resta misterioso l’autore del progetto dell’intero Dossale, è documentato che nel 1366 l’Arte di Calimala commissionò la realizzazione dell’oggetto ai migliori orafi fiorentini del momento. L’arte dei Mercatanti non era la prima volta che faceva realizzare oggetti di tal pregio. Come scrisse Federigo Menegatti nel 1922, «Anton Francesco Gori proposto della Basilica di S. Giovanni parla di un Dossale d’argento perduto, di cui dice, che “nel secolo XIII i consoli dell’arte di Calimala avevano fatto fare con splendore allora inusitato un rivestimento della sacra mensa in argento finissimo, i cui bassorilievi come in quello esistente, rappresentano la storia del Precursore, e poteva vedersi tutto all’intorno”»1. Prima dell’attuale, quindi, esisteva un vecchio altare che era «così bene esposto all’ammirazione dei visitatori per tutte e quattro le sue faccie»2 e che, come ipotizza lo stesso Menegatti, «venne distrutto per servirsi del metallo nella composizione del nuovo»3. Le sostanziali differenze tra il vecchio altare e il nuovo Dossale, quindi, erano la forma ma anche la collocazione e l’utilizzo: «Questo Dossale […] doveva servire per cuoprire il davanti della Mensa dell’Altare maggiore a guisa di paliotto, fatto dalla Repubblica Fiorentina, che volle non solo imitare, ma superare ancora quello che fece Costantino Magno per la Basilica di Costantinopoli…»4. La decisione di rimuovere il vecchio altare d’argento fu presa nel 1336, ma solo 30 anni dopo – in concomitanza con la ripresa economica seguita alla vittoria di Firenze su Pisa – si cominciò a pensare al nuovo Dossale. A quel tempo i deputati dell’arte – come reca la scritta alla base dell’Altare – erano «Nerozzo degli Alberti, Michele dei Rondinelli e Bernardo signore de’ Covoni»: furono loro a ordinare la realizzazione di questo straordinario altare. I primi a lavorarvi sarebbero stati i fiorentini Betto di Geri e Leonardo di Ser Giovanni, ma già a metà del ’400 vi operò Tommaso Ghiberti, figlio del grande Lorenzo, mentre Michelozzo, come scritto, realizzò la splendida statua centrale del Santo. Nel frattempo i gusti stavano rapidamente mutando: dopo lo stile di Giotto e Niccolò Pisano, cominciavano ad affermarsi le diverse soluzioni di Masaccio e Brunelleschi. Infatti le ultime parti del Dossale (siamo nell’ultimo trentennio del XV secolo) furono realizzati, tra gli altri, da Antonio del Pollaiolo, Bernardo Cennini e, soprattutto, Andrea del Verrocchio: ed è proprio in questi elementi che si percepiscono le novità stilistiche fatte soprattutto di visioni prospettiche. In tutto occorsero quasi 120 anni di lavoro per portare a termine questo oggetto di incredibile fascino. Stabilire oggi il costo totale della realizzazione del Dossale è pressoché impossibile, ma alla fine il peso totale dell’argento impiegato fu di 325 libbre5, pari a circa 110 chilogrammi. Per quanto concerne l’utilizzo dell’oggetto, Annamaria Giusti ha scritto che «nel 1475 una lettera dell’umanista Piero Cennini attesta che all’epoca l’altare argenteo aveva la funzione di ostensorio, innalzato alla vista e all’ammirazione dei fedeli sopra l’antico fonte battesimale»6. L’usanza di esporlo in posizione sopraelevata al centro del tempio proseguì fino a metà del XVIII secolo, e le occasioni, durante l’anno, normalmente erano due: il 13 gennaio per la Festa del Perdono e dal 22 al 24 giugno per la festa del Battista. Ci sono però notizie di occasioni eccezionali di esposizione: il 6 novembre, per celebrare la visita di papa Niccolò II avvenuta nel 1059 che aveva consacrato a Basilica il «futuro» Battistero fiorentino; e una data non bene identificata durante l’assedio di Firenze del 1530: per dare nuovo coraggio ai difensori, il Dossale venne traslato dal Battistero alla Cattedrale per un solenne giuramento comunitario. I secoli e le esposizioni, tuttavia, non giovarono al Dossale, ma solo nel 1893 venne stabilito di collocarlo definitivamente nel Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Come si ricava dall’ampia documentazione d’epoca7, tuttavia non fu una decisione assunta a cuor leggero: da una parte, infatti c’era già chi aveva compreso la necessità di musealizzare l’oggetto prezioso sì da conservarlo in tutta la sua maestosa bellezza (la Deputazione dell’Opera); dall’altra il clero fiorentino e la Società di San Giovanni Battista erano restii ad abbandonare le antiche tradizioni. Per comprendere il tono della polemica che si sviluppò, basta leggere un passo dell’esteso rapporto che Carlo Ridolfi e Felice Francolini (membri della Deputazione dell’Opera del Duomo) inviarono il 27 giugno 1892 al Ministro della Pubblica Istruzioni preannunciando alla fine del documento, tra l’altro, le loro dimissioni dai rispettivi incarichi di deputati: «…Ben presto però quei nostri vecchi e pur sempre grandi Fiorentini, si dovettero accorgere che il portare e il riportare, per due volte l’anno quel meraviglioso cimelio dall’Opera al Tempio e dal Tempio all’Opera, non era senza pericolo, anzi non era senza danno, perché sempre più si sconnetteva, ed ora qua ora là ne cadevano gli smalti. E fu allora, secondo che noi ricaviamo dagli storici e cronisti del tempo, che essi Fiorentini deliberarono che non più due vole l’anno ma una sola volta, pel dì di San Giovanni s’avesse a portare quel Dossale al Tempio. Né ad alcuno venne allora in mente che ciò fosse in spregio della religione dei loro padri, o un venir meno alle belle e grandi tradizioni del paese»8. Dall’estate del 1893, quindi, il Dossale non si è più mosso dal Museo dell’Opera del Duomo, diventandone una delle attrazioni principali, come lo è anche oggi del resto.

Smontaggio e restauro

A più di un secolo da quegli avvenimenti, il Dossale è al centro di un lungo e delicato intervento di restauro, ed ora che è smontato, comunque si tenti l’esercizio dell’accurata descrizione, niente ripaga la vista da vicino dei vari pezzi che lo compongono. In tutto sono circa 2mila che, pazientemente, sono stati fotografati, smontati, rifotografati e tuttora vengono restaurati con attenzione certosina da Mari Yanagishita con Jennifer Di Fina, Bruna Mariani e Raffaella Zurlo, sotto la supervisione di Clarice Innocenti e Giorgio Pieri dell’Opificio delle Pietre Dure. In tutto occorreranno 4 anni di lavoro, per un totale di 20mila ore e una spesa da capogiro: circa 500mila euro. Ai primi esami, l’argento – è risultato quasi puro (920), sì da permettere sbalzi anche di diversi centimetri: le parti fuse, infatti, sono pochissime ed è proprio la ravvicinata ricognizione dei pezzi che mette in luce la straordinaria maestria degli orafi che vi lavorarono. Nella parte frontale si apprezzano particolari di infinita bellezza e cura (ad esempio nella scena della Decollazione, un anziano soldato ha le mani rugose a differenza del più giovane commilitone che le ha lisce!), con le parti smaltate dai colori brillanti, tornate a splendere (oltre che visibili) dopo i primi saggi di intervento. Secondo le restauratrici impegnate, la ripulitura dell’opera non è particolarmente difficile, perché i cosiddetti «sali di Rochelle» riescono bene a sciogliere e a far «precipitare» le tracce di corrosione del rame. Per il resto ogni pezzo è una sorpresa, così come si apprezzano particolarmente le linee prospettiche che caratterizzano le parti rinascimentali del Dossale, confermando, ad esempio, la straordinaria genialità del Verrocchio rispetto a tutti gli altri orafi che vi lavorarono.

Alla fine del lavoro, Clarice Innocenti si augura di poter raccontare in un bel testo questa straordinaria avventura che, nella storia del restauro, probabilmente non ha precedenti, mentre Anna Mitrano, presidente dell’Opera di Santa Maria del Fiore, è particolarmente felice sia per come procedono i lavori e le sorprese che emergono, sia per la lungimiranza dell’Opera nel programmare il restauro. E nel 2010, quando il Dossale sarà rimontato mostrando una brillantezza sconosciuta perfino nel secolo scorso, il rinnovato museo dell’Opera accoglierà nuovamente questo antico gioiello di infinita bellezza.

Note

1 P. Federigo Menegatti, Studio critico storico archeologico sulle origini del Duomo di San Giovanni di Firenze, Firenze, Santa Maria Novella, 1922, p. 119. Si veda anche: A.F. Gori, Monumenta sacrae vetistatis insignia Basilicae Baptisterii Florentini, Firenze, Tipografia Albiziniana, 1756, pp. 6-16.

2 Ibidem, p. 120

3 Ibidem.

4 G.B. Befani, Memorie storiche dell’antichissima Basilica di San Giovanni Battista di Firenze, Firenze, Pia Casa di Patronato, 1884, p. 65.

5 Ibidem.

6 A. Giusti, Il Battistero di San Giovanni a Firenze, Firenze Mandragora, 2000.

7 Dossale di argento: raccolta di documenti storicamente ordinati dall’agosto del 1885 all’agosto 1893, Firenze, Tipografia Carnesecchi, 1893

8 Ibidem, pp. 20-21.

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