Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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I cerini del giovedì. Aspettando il 60° anniversario dell'alluvione

Si avvicina il 60° anniversario dell’alluvione di Firenze. La città si prepara a celebrarlo con amministratori in lizza per cercare di sfruttare al meglio la visibilità che l’occasione offre. Facciano pure.

A me preme ricordare i modi con cui celebrai sia il 37° anniversario (nel 2003) – con un’inchiesta su cosa rimaneva da restaurare a Firenze 37 anni dopo la catastrofe, che mi impegnò per un mese e mezzo e fu pubblicata su due pagine del Giornale della Toscana -, sia il 40° anniversario, con la pubblicazione del libro L’eredità di fango (che altro non era se non un’estensione della precedente inchiesta). Il tema mi è sempre stato molto caro: l’alluvione l’ho vissuta, vista, toccata a respirata. E non la scorderò mai più. Inoltre, maturando e prendendo coscienza del danno che provocò, ho messo al servizio della verità le mie competenze per capire se il nostro patrimonio culturale era stato interamente recuperato dopo l’alluvione. Ne ricavai, appunto, un’inchiesta e, tre anni dopo, un libro che restano agli atti; soprattutto il secondo – di cui pubblico qui sotto la prefazione che Cristina Acidini gentilmente mi scrisse – offre oggi, a 20 anni dalla sua uscita, un utile terminus ante quem per stabilire, appunto, ciò che è stato fatto tra il 2006 e il 2026 o resta da fare. E per capire, se ancora così non fosse, come evitare che accada di nuovo. Al di là delle chiacchiere, dei flash dei fotografi, dei social e dell’inevitabile perdita di memoria..

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Tra i tanti modi di fare giornalismo, Marco Ferri ne ha scelto – o se ne è forgiato – uno che va a cercarsi la sostanza della notizia: gli edifici, i numeri, le parole dei responsabili. Siano le spoglie dei Medici scomposte e lacere riesumate dai loculi delle Cappelle Medicee nella campagna di scavo in atto, o siano i legni vetusti e le tele incrostate che si ammassano, a quarant’anni dal ‘66, in depositi diffusi e più o meno controllati, Ferri deve vedere, toccare, forse annusare – chi dimentica più l’odore dell’alluvione, quel misto freddo e acre di fanghiglia e di nafta che, liofilizzato negli interstizi, ancora si sprigiona da luoghi e cose – e poi tutto descrivere con una prosa fitta e incalzante, a volte diretta come un pugno.

Ricordo, più di tre anni fa, il suo esordio di investigatore sui “pezzi” alluvionati rimasti in attesa di restauro. Non che fosse il solo: ad altri suoi colleghi interessava la stessa pista. Ma in genere si accontentavano di un caso o due, meglio se eclatanti, per poter gridare allo scandalo e all’incuria dalle pagine di qualche foglio autorevole e poi, dimentichi, passare ad altro. Lui, no. Partito, lo si capiva, con la solita domanda retorica in testa (“Ma possibile, quarant’anni dopo c’è ancora roba non restaurata?!”), di sopralluogo in sopralluogo, di intervista in intervista, di girone in girone, verrebbe da dire usando il linguaggio dantesco per descrivere questi particolarissimi inferni di cose, entrò nel problema come solo uno di noi poteva fare. Il suo libro ci consegna un autentico rapporto, un inquadramento dello “stato dell’arte” che non è fatto di tabelle e numeri (sebbene ci siano anche quelli), ma di cause e concause, abbandoni e riprese, buone volontà frustrate, iniziative eccentriche, finanziamenti tagliati, luoghi risanati e luoghi in degrado, opere d’arte spostate e rispostate. Il libro è mappa e censimento; è domanda e spiegazione; è denuncia e perdono.

Dal mio punto di vista, era perfino troppo facile uscirne a testa alta. Protagonista dei miracolosi recuperi degli anni dopo il ’66 guidati da Umberto Baldini, l’Opificio delle Pietre Dure e i Laboratori di restauro della Fortezza, che ho diretto dal 2000, avevano da tempo portato avanti una politica di restauro e restituzione delle opere alluvionate, di modo da arrivare alla fatidica scadenza del 2006 con il pieno recupero (e rientro in sede) degli otto quadri rimasti dal Museo di Santa Croce, uno tra i luoghi più colpiti, dove si trova il Crocifisso di Cimabue, simbolo della tragedia e della resurrezione. E l’Ultima cena del Vasari pure da Santa Croce, che si decise di esporre nel 1996 nella mostra Salvate dalle acque in Sala d’Arme quale esempio estremo di sterile attesa, è ormai avviata allo studio internamente all’Opificio e, grazie ai fondi della Protezione Civile, sarà sottoposta a un difficile e delicato restauro: una vicenda peraltro tortuosa, e come Ferri accenna complicata da colpi di scena, sulla quale forse un giorno scriveremo un libro a parte, mentre per ora ci accontenteremmo di un lieto fine. La Porta del Paradiso del Ghiberti dal Battistero fiorentino, sbatacchiata dai flutti con tale violenza che metà formelle si staccarono, è prossima al traguardo del restauro completo delle storie bibliche. E senza potermi dilungare, non renderei giustizia ai miei predecessori se non sottolineassi certe ricadute positive del gran lavoro fatto negli anni dopo l’alluvione: la stabile alleanza del restauro con le discipline scientifiche, la messa a punto di tecniche e materiali di sofisticato specialismo.

Ben altri sono i problemi rimasti insoluti per musei minori, chiese, archivi, biblioteche. Migliaia di “pezzi”, portatore ognuno d’un valore testimoniale, ma nessuno del rango del “capolavoro”; bisognosi d’interventi di routine, impegnativi e di scarsa soddisfazione. E si ricordi che in quegli anni, dal Concilio Vaticano II del ’62 per la precisione, un’altra silenziosa moria decimava la presenza di arredi liturgici nelle chiese: la semplificazione del culto, comprendente il nuovo orientamento della mensa eucaristica, che da parecchi edifici estromise amboni, leggii, balaustri, cibori, residenze, mute numerose di candelieri di varie misure. Confinati in canoniche, cripte e cantine, furono alluvionati a decine, a centinaia. Ma nessuno li reclama: se tornassero anche restaurati – e l’iniziativa di Magnolia Scudieri a San Marco è pregiato esempio di una via possibile al recupero di materiali “minori” – creerebbero problemi, come i reduci straniati di una lunga guerra, che le famiglie stentano ad accogliere.

Il libro di Marco Ferri rappresenterà, ne sono certa, un giro di boa: contare per progettare, conoscere per ripartire. Con i pochi fondi pubblici, con i rari finanziamenti privati. E perché no con le volenterose energie delle scuole di restauro e delle associazioni di categoria. Solo così la commemorazione del quarantennale non sarà una vuota celebrazione, bensì la ripresa in carico d’un fardello che nessuno s’è mai sognato di abbandonare, ma che porterà come e finché gli sarà possibile, per trasmettere poi il peso alle generazioni successive. Anche così si tramanda la memoria storica, come c’insegnano le reliquie, dai frammenti dei santi ai calcinacci del muro di Berlino. Anche attraverso la cura di un legno intriso di fango vecchio passa il rinnovarsi, nei giovani, dell’amore e del rispetto per l’eredità che ci è toccata.

(Nella foto un particolare degli arredi sacri alluvionati provenienti dalle chiese del centro di Firenze, che per anni sono rimasti ammassati nel cantinone della Villa medicea di Poggio a Caiano trasformato in deposito della Soprintendenza fiorentina).

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