
Chi ha avuto la fortuna di conoscere Antonio Paolucci – ex-soprintendente del Polo Museale Fiorentino, ex-Direttore della Galeria degli Uffizi ed ex-Ministro per i beni culturali – non può che avere un’infinità di ricordi. Bei ricordi. Non sono storico dell’arte, ma da lui – solo ascoltandolo durante le conferenze stampa (che in realtà diventavano delle vere e proprie lezioni d’arte) ho imparato un’infinità di “letture” dei dipinti, come forse anni e anni di frequentazione universitaria non mi avrebbero donato.
Paolucci era Paolucci, aveva un’opinione su tutto, spesso spiazzante, inattesa, tranchant.
Per lui l’alluvione del 1966, per esempio, aveva lasciato a Firenze più strascichi sociologici che economici. E forse le conseguenze di quegli strascichi la città le sta pagando ancora oggi, con un centro storico ridotto a un’untuosa, grande area ristoro di una Disneyland dei beni culturali, in cui tutti guardano cose che in realtà nessuno vede. Per Paolucci, infatti, lo spopolamento dei quartieri popolari pieni di artigiani e di operosità creativa, successivo ai danni provocati dall’alluvione, avrebbe avuto conseguenze disastrose sulla tenuta del tessuto sociale. E infatti…
Come scritto, a Paolucci mi legano ricordi particolari, come quando, a fine ottobre 2006, per celebrare i 40 anni dell’alluvione di Firenze, scrissi e pubblicai L’eredità di fango, il libro in cui raccolsi i dati di una lunga e faticosa ricerca per capire, quattro decenni dopo il cataclisma, che cosa rimaneva ancora da restaurare a Firenze in fatto di beni culturali. C’era tanto da fare e alcune scoperte che feci in quel tortuoso viaggio pieno di ostacoli, si rivelarono impensabili: basta pensare all’Ultima cena di Giorgio Vasari che da decenni giaceva tra un deposito e l’altro della Soprintendenza senza che alcuno si preoccupasse di ridarle vita, come invece accadde 10 anni dopo quella mia ricerca.
In quell’occasione Paolucci mi fece il grande onore di recensire il libro sull’Avvenire del 29 ottobre 2006, definendomi “un bravo giornalista fiorentino” per il solo fatto di essermi dedicato a una sorta di “scrutinio minuzioso condotto nei musei, nelle biblioteche, nei depositi”.
E per esser certo che leggessi, quella recensione, mi spedì per posta cartacea la fotocopia del suo articolo “con i complimenti e gli auguri”.
A vent’anni da allora, fotocopia, complimenti, auguri e ricordi li conservo gelosamente.
