Molti muoiono a Firenze non avendo potuto nascerci – E. Flaiano

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Oggi, 60° dell'alluvione di Firenze: più che ricordare, sarebbe meglio prevenire

Oggi, 4 novembre 2026, sono trascorsi esattamente 60 anni dall’alluvione di Firenze, per la quale in sei decenni si sono spesi fior di espressioni: catastrofe, tragedia, cataclisma e via discorrendo.

Avendola vissuta live 60 anni fa, ho ancora dei ricordi netti della faccenda e poi, essendomene occupato da giornalista e da studioso, ho prodotto tanti articoli e perfino un libro  – L’eredità di fango – che recava la prefazione di Cristina Acidini, vide la luce esattamente 20 anni fa, in occasione del 40° dell’alluvione e fu presentato il 30 ottobre 2006 nella Sala Galileo Galilei della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, alla presenza, tra gli altri, di Carla Guiducci Bonanni (allora Presidente dell’Opera di Santa Croce) e di Cecilia Frosinini (responsabile settore restauro ripinti, disegni e stampe dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze).

Poi molto ho scritto sulle conseguenze dell’alluvione in relazione al patrimonio culturale di Firenze, con l’inchiesta per il Giornale della Toscana relativa a cosa rimaneva da restaurare a Firenze 37 anni dopo l’alluvione (pubblicata nel 2003), con i vari focus sulla storia del restauro dell’Ultima cena di Giorgio Vasari che stava (ed è tornata) nella Sacrestia della Basilica di Santa Croce a Firenze.

Dieci anni fa, in occasione del 50° dell’immane tragedfia, sulle pagine di MCM-La storia delle cose, grazie a Maria Cristina De Montemayor, pubblicai La mia alluvione, in cui feci l’inventario di ricordi e fantasmi di quei giorni, sedimentati per mezzo secolo.

Oggi, a 60 anni di distanza, tutto è ancora estremamente vivo nella memoria di chi scrive, e l’ho concentrato in un articolo scritto per www.ilfattoquotidiano.it.

Se avete piacere di leggerlo, lo trovate qui.

E comunque, come ogni anniversario “tondo”, ribadisco che più che ricordare, bisognerebbe far pace col passato, concludere i restauri rimasti in sospeso per troppo tempo e soprattutto prevenire. Anche se ciò contrasta con la sfrenata valorizzazione (alias… far cassetta) dei beni culturali. L’alluvione 60 anni fa ha iniziato il lento, inarrestabile mutamento del tessuto sociale del centro cittadino. Almeno si abbia un occhio di riguardo per la prevenzione del patrimonio.